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Un pizzico di Egitto a Palestrina. Il mosaico nilotico

Di Silvia Urtone


Arte “d’evasione”.

È così che si chiama l’arte protagonista del medio e tardo Ellenismo. O forse dovremmo dire “arti” poiché sono molti i centri di produzione e molti gli stili.

Quella a cui si assiste è la nascita di tante e tante tendenze che si mescolano e si influenzano tra di loro ma che puntano inevitabilmente tutte a una sola cosa: sfuggire dalla realtà e distaccarsi da essa.

Si vive un periodo di estrema crisi, il regno di Alessandro si sfalda e viene diviso tra i satrapi, e Roma comincia a farsi sentire con sempre più forza fino a conquistare la Grecia e ad annetterla.

È proprio vicino Roma, a una quarantina di chilometri a est, precisamente a Palestrina, l’antica Praeneste, che è venuto alla luce uno dei mosaici più celebri di età ellenistica, uno dei capolavori più famosi e incredibili di questo periodo, testimonianza dell’arte del tempo e della commistione di culture. Conosciuto con il nome di “mosaico nilotico” risale alla fine del II sec. a.C. e venne riscoperto tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento nell’aula absidata del Foro dell’antica Praneste, utilizzata a quel tempo come cantina del vecchio Palazzo del Vescovo: era lì, usato come meraviglioso pavimento dell’abside di fondo dell’aula, in un ambiente forse dedicato al culto dell’egiziana dea Iside e, oltre ad essere un ornamento, sottolineava al contempo lo stretto rapporto con l’Egitto nel corso del II sec. I contatti commerciali tra l’Egitto e Praeneste erano infatti così intensi da influire anche in ambito cultuale tanto che la dea Fortuna Primigenia, venerata nel maestoso santuario della città, era da identificarsi con Iside stessa.


Il mosaico nilotico di Palestrina


Ma anche l’ambito artistico si trovò influenzato e il mosaico stesso fu probabile opera di artisti alessandrini presenti in Italia nel periodo, forse di un certo Demetrio, un topografo e pittore di paesaggi di cui parla in un aneddoto Diodoro.

Il nostro mosaico è, infatti, la raffigurazione di un paesaggio visto dall’alto, tecnica che sarebbe nata proprio nell’ambiente alessandrino agli inizi del II sec. a.C. per poi diffondersi e prosperare a Roma…ma torniamo un attimo alle vicissitudini dell’opera, lasciata al momento del suo ritrovamento.

Nel 1625 il Vescovo di Palestrina, resosi conto dell’importanza del mosaico, lo fece dividere in pezzi quadrati e lo trasferì a Roma, ricevendo in cambio dal Cardinale dei paramenti per la sagrestia della Cattedrale di Sant’Agapito. Nel 1630 i Barberini acquistarono il feudo di Palestrina e il cardinale e collezionista di cose d’arte Francesco Barberini fece di tutto per recuperare il prezioso mosaico fino a riuscirci: restaurato, venne ricollocato nella sua posizione originaria, ma l’umidità e l’oscurità del luogo resero necessario un ulteriore restauro e uno spostamento nel Palazzo Colonna Barberini. Dopo varie vicissitudini e finanziamenti affinché fosse visibile in posizione verticale, come un quadro appeso a una parete, nel 1956 il mosaico nilotico venne definitivamente collocato nel Museo Archeologico Nazionale di Palestrina e ancora lì lo possiamo ammirare in tutta la sua bellezza fatta di colori delicati e minuziosi dettagli!

Grande più meno 5×5 m venne creato da maestranze alessandrine abituate a rappresentare il corso del Nilo e si rifaceva a modelli creati nell’Egitto tolemaico, non sembrando comunque essere la riproduzione di un grande originale, bensì una variante ottenuta unendo diversi quadretti su uno sfondo geografico.


Mosaico nilotico particolare con porto Alessandria

Protagonista dell’opera è, quindi, lo scorrere del Nilo, il fiume da cui dipendono la vita e la prosperità dell’Egitto, il cui corso viene raffigurato interamente dal basso verso l’alto, dal porto di Alessandria, ricco di uomini e architetture, alle zone sempre meno popolate e più selvagge, ricche di fauna e vegetazione lussureggiante, a volte fantastica, rappresentata con particolari minuziosi indicati col loro nome greco, arrivando fino alle terre della Nubia e ai monti lontani dai quali sgorga il fiume.

A volo d’uccello si abbraccia con lo sguardo tutta la valle del Nilo e in questa vengono ad inserirsi simpatiche e vivaci vignette, come un banchetto agreste in alto, sotto una pergola di giunchi intrecciati, o dei contadini intenti a lavorare presso delle capanne di canne. In basso c’è il porto di Alessandria con una grande imbarcazione a vele spiegate, una barchetta di giunchi dalla quale un pescatore ha appena gettato l’amo e una nave da guerra che entra lentamente; attorno edifici di tipo ellenistico e, davanti a delle alte e slanciate colonne corinzie in primo piano, dei soldati armati che stanno compiendo un rito, forse in onore di Iside, con alcune navi che stanno per attraccare: questa scena era probabilmente quella centrale del mosaico ma, essendo questo stato rinvenuto smontato ed essendo stato ricomposto nel Settecento, non si è sicuri dell’esatta collocazione di tutti i frammenti.

Oltre alle colorate vignette ovunque ci sono esemplari della flora egiziana e animali tipici di questo paese quali ippopotami, ibis e coccodrilli, mentre in alto si stagliano templi e riproduzioni di costruzioni tolemaiche, quelle che ancora oggi si possono ammirare percorrendo il corso del Nilo.

Il significato esatto di questa opera sfugge. Alcuni ci vedono Alessandro Magno e i luoghi da lui toccati in Egitto durante il suo viaggio. Alcuni nei personaggi non vedono macedoni ma romani. Alcuni ritengono che il mosaico fosse una specie di carta geografica con vignette decorative. Alcuni pensano che vi fosse raffigurato il momento dell’inondazione del Nilo, il fiume da cui tutto dipendeva in Egitto, e che venisse al contempo fatto un omaggio alla dea Iside, identificata con la romana Fortuna Primigenia.

Quale che sia il messaggio del mosaico nilotico la sua bellezza e lo stretto legame tra Praeneste ed Egitto riecheggiano ancora oggi nella sala del museo di Palestrina.


Mosaico nilotico particolare con templi

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