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La storia di Oreste ed Elettra Due raffigurazioni classicheggianti a Roma

Di Silvia Urtone


Grazie all’Iliade di Omero siamo abituati a pensare al re di Micene Agamennone come a un uomo assetato di potere, rancoroso e desideroso di essere il primo fra tutti.

E in effetti fu così. Ma quel che non tutti conoscono è il suo tragico destino e quello che capitò anche ai suoi figli…dopotutto discendeva da Atreo, colui che aveva imbandito al fratello la carne dei suoi stessi figli, macchiando i suoi discendenti per sempre!

Ebbene Agamennone, tornato dalla guerra di Troia, ricco e vincitore, venne accolto dalla moglie Clitemnestra che, insieme al suo amante Egisto, lo uccise, prendendo il controllo di Micene. Venne a crearsi un putiferio e, in tutto questo caos, c’erano i figli del re assassinato, tra cui Elettra e Oreste. Oreste era ancora piccolo e la sorella maggiore, preoccupata per la sua sorte e con l’appoggio del vecchio tutore di Agamennone, lo avvolse in un lenzuolo ricamato da lei e lo fece uscire dalla città per affidarlo allo zio Strofio, re della Focide. Secondo altre versioni, invece, l’aiuto fu fornito dalla nutrice che pose nel letto del principe il proprio figlio, il quale venne così uccido da Egisto al posto di Oreste.

In ogni caso Oreste riuscì ad essere portato dallo zio, qui crebbe in compagnia di Pilade, con cui strinse una forte amicizia, e gli anni passarono: a Micene Egisto governava e sperperava il patrimonio di Agamennone con Clitemnestra e la sepoltura di questi era avvenuta in maniera frettolosa e inconcepibile. Al contempo Elettra mandava al fratello messaggi per raccontargli la triste situazione a Micene, implorando il soccorso e spingendolo a vendicarsi. Tanto fece che Oreste, ormai adulto, si rivolse all’oracolo di Delfi per sapere se dovesse punire gli assassini di suo padre e gli dèi diedero il loro consenso, dicendo che in caso contrario sarebbe stato relegato ai margini della società.

Egli tornò dunque a casa per assolvere il compito, qui avvenne l’incontro con Elettra e il riconoscimento reciproco grazie alla coperta con cui Oreste era stato avvolto da piccolo e, infine, l’uccisione della madre e di Egisto. Ma il matricidio lo fece diventare pazzo, cominciò ad essere perseguitato senza tregua dalle Erinni, le dee che punivano chi aveva compiuto un delitto…e qui vi sono varie versioni dei successivi avvenimenti!

Secondo una versione Oreste subì un processo ad Atene e venne assolto; Omero dice che Apollo gli diede un arco con cui scacciare le Furie; Eschilo ed Euripide, invece, narrano che, dopo varie peregrinazioni, giunse al fiume Metauro e, immersosi, ritrovò il senno.

Alla fine, in ogni caso, Oreste ebbe il trono di Micene, Argo e Sparta.

Ma torniamo un pochino indietro nella nostra storia, al momento centrale in cui i due fratelli Oreste ed Elettra si rincontrano dopo tanti anni, un momento drammatico in cui però le lacrime provocate dal lungo distacco lasciano il posto all’ideazione di un piano per cercare di liberarsi dell’usurpatore e della madre traditrice.

Due rappresentazioni dei fratelli risalgono al I sec. a.C.-I sec. d.C. e si trovano al Museo Archeologico Nazionale di Napoli e al Museo Nazionale Romano di Palazzo Altemps a Roma.

Il periodo è quello della conquista dell’Africa e della Grecia da parte di Roma e della costituzione delle provincie di Asia e Siria: a Roma sono molti gli impulsi artistici che arrivano, tali da concorrere alla formazione di una cultura eclettica!


Oreste ed Elettra al Mann di Napoli


Ad Atene nasce il culto per l’arte classica di V sec. e dei precedenti stili arcaico e severo, e questa tendenza classicistica si diffonde ovunque fino ad arrivare a Roma dove viene assorbita e si mescola alla tradizione italica.

Vengono create copie in marmo di originali in bronzo, prive ormai di elementi vitali, pure e vuote imitazioni fini a se stesse; il mondo greco-romano guarda al passato greco, vuole mostrarsi un suo continuatore, vuole farlo rivivere ma alle proprie condizioni, integrandolo con elementi della propria cultura e dando nuovi significati. Appaiono quindi statue dai corpi divini e perfetti, ripresi dal repertorio classico, sormontate da ritratti realistici appartenenti alla tradizione italica e romana: volti umani e corpi divini…così avevano fatto i dinasti ellenistici e così vogliono fare anche i conquistatori romani!

Ecco allora che i due gruppi di Oreste ed Elettra appaiono come gusci vuoti, richiamo di una bellezza e grandezza lontane ma, nonostante ciò, apprezzati enormemente dai contemporanei.

Il Gruppo proveniente da Pozzuoli e ora a Napoli è di un certo Stefano, allievo dell’artista magnogreco Pasitele, operante nella Roma tardo repubblicana, e la figura di Oreste appare come la copia di un atleta, con corpo asciutto, nudo, privo di sentimenti e con un sorriso che aleggia sulle labbra; il gusto è classicheggiante e ispirato alle opere di V-IV sec. a.C. ed Elettra, in un gesto protettivo che, però, non porta lo spettatore alla commozione, cinge col braccio destro le spalle del fratello: i due confabulano, escogitano un modo per vendicarsi.

Il “Gruppo Ludovisi” a Roma, opera di Menelao, a sua volta allievo di Stefano e attivo sotto Augusto e Tiberio, proviene dagli Horti Sallustiani e unisce due tipi classici che vengono accostati in maniera non molto adeguata, sono leggermente movimentati e creano una composizione nuova: Oreste ed Elettra appaiono quasi come una madre e un figlio e vengono colti al momento del loro ricongiungimento mentre stanno per abbracciarsi.

I caratteri della scuola classicheggiante e arcaizzante sono presenti e il richiamo ai modelli di IV è palese ma la composizione appare svuotata e punta solo alla meccanica ripetizione di antichi modelli.

Il pregio non è nella creazione di tipi nuovi ma nella reinterpretazione di quelli antichi.

Nonostante ciò Roma riuscirà nel suo intento di “fare arte” a modo suo.

Oreste ed Elettra a Roma

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