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La pittura fiamminga: il Maestro di Flémalle

Di Federica Pagliarini


La pittura fiamminga è sempre stata tra la mie preferite. Quei colori squillanti e il dettaglio per ogni particolare mi hanno sempre affascinato. Secondo Vasari i fiamminghi, e in particolare Jan van Eyck, sono gli inventori della pittura ad olio, in realtà però non è stato proprio così. Cennino Cennini, nel suo "Libro dell'Arte", parla di pittura ad olio e siamo nella metà del XII secolo. Se poi vogliamo tornare ancora più indietro, la tecnica viene citata anche da Plinio il Vecchio e Marco Vitruvio Pollione.

Tralasciando questa questione (che possiamo riprendere in un altro articolo dedicato), vorrei soffermarmi su un pittore in particolare, su cui ancora oggi si sa molto poco. Sto parlando del Maestro di Flemalle, ormai riconosciuto come Robert Campin. La prima opera che conobbi di lui fu il polittico con l' "Annunciazione" (1427), conservato al Metropolitan Museum di New York. Rimasi stupita dalla precisione dei particolari, dalla brillantezza dei colori e dalla divisione della scena in tre parti distinte ma costruite per essere lette come un tutt'uno. Magistrale il pannello laterale di destra con Giuseppe falegname, dalla cui finestra si vede la città, con i suoi palazzi e il fermento della gente. L'opera è davvero interessante dal punto di vista iconografico: come non notare il piccolo omino che giunge da una delle finestre e che reca in mano una croce? È il simbolo dello Spirito Santo che scende su Maria subito dopo l'annuncio divino dell'arcangelo Gabriele.


Robert Campin, "Natività", Dijon, Musée des Beaux-Arts


Ma partiamo dall'inizio. Chi è il Maestro di Flémalle? Questo soprannome deriva dalla presunta provenienza di tre tavole che sono oggi conservate allo Stadelsches Kunstinstitut di Francoforte. Verrebbero da un'abbazia di Flémalle (almeno secondo fonti del XIX secolo) che però non sarebbe mai esistita in questo villaggio vicino Liegi. L'attribuzione a Robert Campin arriva nel 1898, quando lo storico dell'arte Hugo von Tschudi identificò un insieme univoco di quadri tra quelli che erano da sempre stati attribuiti a Rogier van Der Weyden. Nel 1909, un altro storico dell'arte, Georges Hulin de Loo scoprì un altro gruppo di quadri, affermando che il loro autore era un certo Jacques Daret. Le opere di quest'ultimo con quelle di Van der Weyden dipendevano da un altro gruppo di dipinti attribuiti da Von Tschudi. Questo gruppo quindi doveva essere l'opera del maestro che aveva insegnato il mestiere dell'arte a Daret e Van der Weyden. Questo pittore si chiamava Robert Campin. Inizialmente non era conosciuta nessuna fonte su Campin. Successivamente, grazie a studi approfonditi da parte di studiosi, si è riusciti a mettere insieme qualche notizia.

Robert Campin è nato nel 1378, anche se non si conosce la città natale. La famiglia però era originaria di Valenciennes, una regione a nord della Francia, molto vicina alle Fiandre. Le prime menzioni di lui come pittore si hanno intorno al 1406, a Tournai. Campin aveva una bottega con diversi apprendisti, tra cui Van der Weyden e Daret. È quasi certo che conobbe anche Jan van Eyck, dato che quest'ultimo si era recato a Tournai almeno due volte. Qui gli allievi erano soliti continuare l'opera lasciata incompiuta dal maestro e poi, se volevano, potevano farne delle copie identiche o con qualche differenza, in modo da poter essere pagato. Si può ben comprendere quindi come in ambito fiammingo non ci sia la consapevolezza dell'autore e dell'opera unica.


Robert Campin, "Annunciazione", New York, Metropolitan Museum of Art, Collezione Cloisters

Tournai era in quel periodo una città in conflitto. Era vicino al ducato di Borgogna ed era in corso una disputa tra la corte francese e quella borgognona. L'opposizione era quindi tra l'alta borghesia (filoborgognona) e gli artigiani, tra cui i pittori (filofrancesi). Campin era decano della sua corporazione e si trovò in mezzo a questi problemi dalla parte più democratica. Quando nel 1428 il partito borgognone ebbe la meglio, Campin venne condannato al tribunale perché non testimoniò al processo contro uno dei capi della rivolta. Nel 1432 viene addirittura condannato per adulterio e da questo momento in poi non avrà più allievi. Morirà nel 1445.

Campin ebbe tre fasi pittoriche: la maturazione (1406-1418), l'innovazione (1418-1432) e la sintesi finale (1432-1445). La raccolta dei suoi quadri ammonta oggi a circa venti opere, tra cui anche alcune copie. Nonostante questa suddivisione però, i quadri di Campin non sono datati. Solo uno lo è. La loro cronologia si basa quindi solo sullo stile delle opere.

Durante la prima fase Campin riuscì ad assimilare le lezioni dei suoi contemporanei e di questo periodo appartengono due quadri: il trittico del "Seppellimento" e "San Giovanni Battista". Inoltre sono rimasti dei frammenti del cosiddetto "Polittico di Flémalle", oggi a Francoforte. Sono rimasti tre pannelli: "Santa Veronica", la "Vergine con il Bambino" e la "Trinità". In questa fase i fondi sono dorati, le pose ieratiche e monumentali, molto vicine alla scultura. Nella "Santa Veronica" vediamo il fondo dorato riccamente decorato sul fondo, ma si vede anche la precisione naturalistica del manto erboso ai suoi piedi che in questo caso non è solo decorativo, ma molto reale (sono tutte piante curative che si possono trovare in parti diverse dell'Europa).

Robert Campin presterà una grande attenzione alla figura di Giuseppe, il falegname padre adottivo di Gesù. Se inizialmente la sua figura era più isolata, quasi estranea nella scena, adesso diventa protagonista esso stesso. Lo vediamo nella "Natività", conservata a Digione. Sicuramente non si è abituati a vedere un affollamento tale di personaggi. Non solo la Madonna con il Bambino, ma Giuseppe, i magi, due donne, il bue e l'asino e quattro angeli che recano dei cartigli in mano con le litanie. Oltre ad ammirare la maestria con cui definisce i particolari (si possono quasi contare i fili d'erba e vedere le venature del legno della stalla), è interessante notare i riferimenti culturali inseriti nel quadro. Le due donne in primo piano, che a prima vista potrebbero sembrare di troppo, sono state riprese da un episodio dei Vangeli Apocrifi, che si trova anche nella "Leggenda Aurea". Quando stava per nascere Gesù, Giuseppe chiama le due donne sagge dicendo che sua moglie, nonostante la verginità, sta per partorire un bambino. La prima viene chiamata da Campin Zebel, la seconda Salomé. Sarà proprio lei che non crederà al miracolo, richiedendo delle prove. Toccò così il corpo della Madonna e la mano diventò secca. Solo toccando Gesù bambino guarirà. Altro elemento interessante è la candela tenuta in mano da Giuseppe. La fonte usata è una mistica svedese. Si narra la storia di Santa Brigida che giunse in Terra Santa dopo aver avuto un sogno premonitore, ossia la visione della Natività che si sarebbe svolta dentro una caverna. Quando Maria stava per partorire Giuseppe partì alla ricerca di una candela, ma quando tornò si rese conto che era Gesù ad illuminare la scena, brillando di luce propria. Sempre in questo dipinto riusciamo a cogliere l'interesse di Campin per l'individualità dei personaggi. Soprattutto le figure maschili hanno una connotazione particolare, sembrano quasi delle figure grottesche e sono molto espressivi.


Robert Campin, "Ritratto di donna", Londra, National Gallery

Se vogliamo invece vedere rimandi ai suoi contemporanei, non possiamo non citare il "Polittico Werl", conservato al Prado di Madrid. Sono rimaste solo le pale laterali (al centro doveva esserci la scena dell'Annunciazione con l'arcangelo Gabriele), ma già si comprende l'influenza a Van der Weyden e Jan van Eyck. Lo specchio convesso nella pala di sinistra con il San Giovanni, su cui si riflette la stanza, non fa che ricordare "I coniugi Arnolfini" di Van Eyck. La ripartizione degli spazi e le regole simmetriche invece rammentano Van der Weyden.

Passiamo ora a parlare dei ritratti, un genere che Campin affronterà nella sua fase finale. Inizialmente gli unici ritratti realizzati erano quelli dei donatori e si vedevano, in secondo piano, nei polittici. Ora invece diventano dei veri e propri protagonisti. Purtroppo molti dei ritratti rimasti sono delle copie, ma in ogni caso riusciamo a farci un'idea del suo modo di dipingere. Erano sempre ritratti a mezzo busto, con il volto rivolto di tre quarti, immobili, fissati in un istante. È interessante solo la connotazione fisiognomica e caratteriale del personaggio, per questo il fondo è scuro, senza orpelli di nessun genere che possano distogliere l'attenzione. Molto belli i ritratti di un uomo e una donna, di cui non si conosce l'identità (oggi alla National Gallery di Londra). La loro posa è nobile, elegante, anche se comprendiamo non si tratti di personaggi di alto rango. Forse era una coppia di borghesi benestanti di Lille o Tournai. Lo scopo per cui questi ritratti venivano fatti era molto semplice: attestano il riconoscimento di cui gode il modello e la libertà dell'individuo. Sono personaggi comuni ma in ogni caso eroi di quel tempo.



Bibliografia:

-"L'arte fiamminga: dalle origini ai giorni nostri" a cura di Herman Liebaers e altri, 1988, Fabbri Editori

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