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La ''Gioconda'' etrusca: l’Apollo di Veio

Di Silvia Urtone


«La sua derivazione da modelli greci è palese e si possono riconoscere tanto elementi di stile ionico che di stile attico… Ma l'impeto del suo muovere il passo e la brutale, quasi animalesca ferocia del suo sorriso sono una genuina espressione del gusto etrusco, che rimane pervaso di elementi primitivi.»

(Ranuccio Bianchi Bandinelli e Antonio Giuliano sull’Apollo di Veio)



Oggi andiamo alla scoperta degli Etruschi, quel popolo italico che, prima dell’avvento della potenza di Roma, dominò e prosperò nel centro della penisola. Fiorita per lo più tra il VII e il VI sec. a.C., periodo di massima espansione, la popolazione etrusca venerava un pantheon molto simile a quello greco e grandissima era l’importanza attribuita alla vita dopo la morte, importanza che veniva dimostrata dalle molte testimonianze funerarie: in una prima fase, la più antica, la morte era qualcosa di naturale e da non temere, come un prolungamento della vita e le necropoli era delle vere e proprie “città dei morti” con strade, stradine e quartieri, con tombe stracolme di suppellettili che sarebbero potute servire al defunto nell’aldilà; in seguito, a partire dalla fine IV sec. a.C., la visione della morte si fece più cupa e l’oscurità dopo la vita costellata di divinità infernali e spiriti maligni da placare quanto più possibile attraverso le decorazioni sempre più sfarzose delle tombe per i propri cari.

Nonostante il terrore sempre più tangibile per la morte, la produzione artistica etrusca si perfezionava creando da un lato meraviglie nella coroplastica, l’arte della lavorazione della terracotta, profondamente influenzata dall’arte greca e che in Etruria raggiunse altissimi livelli di qualità, e dall’altro santuari meravigliosi, come quello extraurbano di Portonaccio, a Veio, dedicato alla dea Minerva, il quale ci ha restituito la maggiore testimonianza di scultura etrusca arcaica!

Ed è proprio la decorazione scultorea di Portonaccio che andiamo a vedere o, meglio, nello specifico una parte di questa. Sulla sommità del tetto del tempio tuscanico dedicato alla dea della sapienza c’erano delle statue di terracotta di dimensioni naturali, modellate tra il 510 e il 490 a.C.: c’erano Ercole con una cerva, Artemide, Hermes…e il famoso Apollo di Veio, la descrizione del quale possiamo trovare nella citazione iniziale. Sono giunti frammentari, l’Apollo quasi integro, alto 1.80 m, rinvenuto nel 1916, restaurato e in seguito posto nel Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma, e raccontano una storia, un mito per l’esattezza, quello del rapimento della cerva di Cerinea.


Apollo di Veio


Secondo la leggenda una cerva dalle corna d’oro e dalle zampe di bronzo e d’argento era stata dedicata ad Artemide dalla ninfa Taigete come ringraziamento per averla salvata dall’inseguimento di Zeus: la cerva fuggiva incessantemente incantando per l’eternità chi la seguiva ed essendo sacra, il suo sangue non poteva essere sparso. Ma Eracle fu incaricato da Euristeo di catturarla, riuscì a colpirla con una freccia in un punto della zampa cartilagineo e privo di vasi sanguigni, e la portò via con sé. Durante il viaggio Apollo e Artemide lo fermarono e rimproverarono ma Eracle riuscì a placarli, ottenne il permesso di portare la cerva ad Euristeo e infine questa venne liberata.

Sulla sommità del tetto del tempio viene quindi raffigurato il momento del rapimento della cerva, quando Eracle ha un piede sul corpo della cerva e il dio Apollo cerca di fermare l’eroe che ha appena compiuto il sacrilegio. La creazione viene attribuita allo scultore etrusco Vulca e particolarmente interessante è la figura del dio che rivela tutta l’influenza greca e religiosa della cultura etrusca.

Apollo, originariamente policromo, con i neri capelli, la pelle violacea-rossiccia e veste e mantello in due tonalità di ocra, avanza con decisione, le lunghe trecce che ricadono pesantemente sulle spalle, il panneggio delle vesti fortemente inciso e il tipico sorriso arcaico: Apollo ricorda l’arte ionica, ricorda i kouroi greci del tempo, dal sorriso accentuato e disarmante dagli angoli rivolti all’insù, ma è figlio anche della tradizione italica.

Il modellato è più energico e massiccio e, soprattutto, l’accentuato movimento della figura, consentito dalla terracotta, lo differenzia nettamente dall’arte greca del tempo. La figura sembra veramente camminare e avanzare con forza sovrumana e Apollo viene presentato come un dio giovane e coraggioso, pronto alla guerra e a farsi valere, con un sorriso perenne che sottolinea anche la sua sfrontatezza tipica della giovane età, un sorriso quasi feroce che solo alla lontana ricorda quello “arcaico”, mostrando il suo essere pienamente etrusco.

L’Apollo di Veio, risalente probabilmente al 520 a.C., è un palese esempio delle capacità artistiche raggiunte dagli artigiani etruschi, un misto di influenze greche e un vero e proprio gusto italico, frutto dell’ispirazione religiosa e delle credenze stesse.

L’Apollo di Veio è la “Gioconda” etrusca, il dio feroce e imprevedibile che avanza velocemente col sorriso sulle labbra, ed era lassù, sul tetto del tempio di Atena, pronto a giudicare implacabilmente.


Particolare dell'Apollo di Veio

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