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La discesa negli inferi e l’accettazione del proprio “io”. Il Colombario di Pomponius Hylas

Di Silvia Urtone


Ci troviamo a Roma, nei pressi di Porta Latina, sulla Via Appia, non molto distanti dalle Mura Aureliane.

Qui, preservatosi da distruttori e tombaroli, si trova il Colombario di Pomponius Hylas, il cui nome deriva dal liberto la cui iscrizione funeraria si trova apposta sopra la scala di accesso alla tomba.

Il luogo fu scoperto nel 1831 dal marchese Pietro Campana, studioso e grande collezionista: egli trovò altri due colombari, pubblicò le notizie relative ai suoi studi, la propria collezione di bassorilievi in terracotta di epoca repubblicana…e cadde in disgrazia.

Tutti i suoi bene precedentemente impegnati vennero venduti ed egli cercò disperatamente di farsi restituire dal Vaticano i ricavi delle proprie opere d’arte ma non ottenne nulla, anzi il Vaticano vendette quasi tutta la sua collezione all’estero.

Una delle più belle e ricche mai esistite…ma torniamo al nostro colombario.

La sua costruzione si colloca tra il principato di Tiberio e quello di Claudio (14-54 d.C.) come testimoniano le iscrizioni su due nicchie, una dedicata a un liberto di Tiberio e l’altra a un liberto di Claudia Ottavia, figlia di Claudio e Messalina. In seguito continuò ad essere utilizzato, con consistenti modifiche all’apparato decorativo, in età flavia (69-96 d.C.), periodo a cui risalgono iscrizione e sepoltura di Pomponius Hylas, ed ebbe vita fino all’età antonina (138-161 d.C.), quando venne seppellito un liberto di Antonino Pio.

La storia del Colombario, dunque, così come anche la sua costruzione e decorazione, si snoda nell’arco di molti anni, come sepoltura estremamente importante e ospitante liberti legati alla famiglia imperiale.


Colombario di Pomponius Hylas


Seminterrato e di forma rettangolare di 4×3 m è in parte scavato nella roccia e in parte costruito in opera cementizia rivestita di mattoni e conserva ancora la ripida scala di accesso originale; questa immette nella camera funeraria, un ambiente coperto da una volta a botte decorata con delicati motivi a tralci vegetali su cui si librano uccellini e Amorini, e originariamente illuminato da lucernari rimasti coperti dalla terra al momento del ritrovamento. Sulle pareti si trovano nicchie per le urne dei defunti, contenute in piccole strutture architettoniche formate da edicole poste su podi e inquadrate da colonnine o pilastri sormontati da timpani: qui le pitture sono ancora ben presenti e i colori vivaci!

È proprio di fronte alla scala che si trova la nicchia che accoglie l’urna in cui riposano i due coniugi di età flavia che danno il nome al colombario, i cui nomi vengono ricordati nell’iscrizione su un pannello a mosaico decorato con grifoni in posizione araldica: il testo recita “A Gneo Pomponio Hylas e a Pomponia di Gnao, liberti di Vitalino” e la presenza di una “V” stante per “vivit” sopra il nome di Pomponia sta lì per dirci che la donna era ancora viva al momento della sepoltura del marito.

Nell’edicola centrale di fondo si trova l’edicola principale, quella in cui due urne contengono le ceneri dei primissimi proprietari, dipinti e con i nomi ben in evidenza sul marmo: si chiamavano Granius Nestor e Vinileia Hedone.


Chirone e Achille

Il colombario risulta quindi una dimora eterna per liberti di varie epoche, tutti appartenenti a un ambiente colto e con il desiderio di raggiungere l’immortalità attraverso la fama e il ricordo degli uomini. E come riuscire in ciò se non attraverso decorazioni che occupano l’intero ambiente da cui traspare l’amore per la cultura?

Ecco allora piccoli e graziosi Amorini con corone di alloro e rotoli tra le mani; un giovanetto nudo (un Dioniso?) con mantello sulle spalle, corona in testa e una cesta mistica tra le mani, circondato da due tritoni che suonano la lira; varie figure dionisiache su architrave e timpani; il centauro Chirone che insegna ad Achille a suonare la lira in un’edicola; Orfeo che discende nell’Ade; la scena principale con lo stesso Orfeo tra i Traci, nel luogo sacro a Dioniso, popolato da Menadi e dall’erma di Priapo, e richiamante la leggenda secondo cui egli avrebbe rivelato i misteri dionisiaci e sarebbe quindi stato fatto a pezzi dalle Menadi istigate dal dio incollerito; il supplizio di Ocno, condannato per ignavia a tessere continuamente una fune destinata ad essere divorata da un’asina, la colpa per aver lasciato che in vita la moglie-asina dissipasse l’intero patrimonio.

Tutte le raffigurazioni del Colombario di Pomponius Hylas hanno un carattere squisitamente simbolico…ma un significato comune?

Sembrano un’accozzaglia di scene prese a caso da Dioniso a Orfeo, da Chirone con Achille a Ocno, ma in realtà un filo conduttore è stato identificato dagli studiosi: le scene alluderebbero ai diversi destini dell’anima nell’Aldilà secondo la concezione che riservava i Campi Elisi ai buoni e il Tartaro ai cattivi, anche se presso i Romani la divisione non era così marcata e il Tartaro era un luogo senza gioie e dolore mentre i Campi Elisi erano quello destinato alle eccezioni, come gli eroi.

In tal senso la fune di Ocno sarebbe la vita dei mortali divorata dalla Natura, una vita accettata dall’uomo ma cercata di capire almeno un po’ tramite l’avvicinamento ai Sacri Misteri. E al tempo stesso il più che presente Orfeo sarebbe il fondatore dei misteri orfici e colui che avrebbe indicato come raggiungere la felicità e l’immortalità dopo la morte: in contrapposizione con i misteri dionisiaci in cui centrale è l’istinto, quelli orfici si baserebbero sulla concezione dualistica dell’uomo, secondo la quale egli sarebbe diviso tra anima e corpo e che la prima costituisca ciò che veramente si è.

Ecco che la discesa nell’Ade diventa una discesa nell’inconscio per accettarsi e abbandonare il mondo delle illusioni…ma come ben sappiamo Orfeo fallì e si voltò indietro perdendo tutto.

È così che in questo luogo Orfeo ci invita a non fare come lui e ad accettarci perché in questo risiede la vera felicità.

Iscrizione Pomponius Hylas

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