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Jim Dine a Palazzo Esposizioni di Roma. Tra happening e pittura

Dopo quasi tre mesi di chiusura forzata ha finalmente riaperto i battenti la mostra dedicata a Jim Dine a Palazzo Esposizioni di Roma. La chiusura era stata stabilita al 2 giugno, ma da pochi giorni è stata resa nota la proroga fino al 26 luglio. Quindi chi non ha potuto vederla, avrà ancora due mesi di tempo per farlo.

Ma partiamo subito con il presentare questo grande artista che, ancora oggi, ci regala opere degne di nota (ricordiamo che Dine ha 85 anni, è vivo e vegeto).

Jim Dine è stato uno dei più importanti rappresentati dell'happening insieme a Oldenburg e Kaprow. Ma che cos'è l'happening? Una forma di arte contemporanea che si focalizza sull'evento e non sull'oggetto, una sorta di teatro, quasi di spettacolo che l'artista intrattiene con lo spettatore. L'inventore è stato Allan Kaprow. Ecco la definizione che ne dava Micheal Kirby: "L'happening è una forma di teatro in cui diversi elementi alogici sono montanti deliberatamente insieme e organizzati in una struttura a compartimenti". Gli happening avvengono di solito in luoghi aperti, come se si trattasse di un'azione quotidiana.

Oltre a questo però Dine è anche un innovatore della pittura che unisce, sin dall'inizio, con oggetti reali. Quello che ne esce fuori sono immagini vere, stranianti, mai viste prima.

La cosa importante da sottolineare è che Dine non si è mai voluto inserire in una corrente artistica definita. Tanti racchiudono la sua arte nella corrente della Pop Art, ma lui ne prende le distanze.

La mostra è basata su una progressione cronologica. Si parte dai primi lavori di happening negli anni Sessanta fino ad arrivare ai lavori dei giorni nostri.

Jim Dine è nato a Cincinnati, nell'Ohio, il 16 giugno del 1935. La sua è una famiglia emigrata dall'Europa. I nonni paterni sono originari della Lituania, quelli materni dalla Polonia e dall'Ungheria.

Il suo amore per l'arte inizia nel 1950 quando va a vivere con i nonni materni. Dipinge nel seminterrato di casa. Queste le sue parole: "Stavo sempre nel seminterrato, ad armeggiare con i vecchi secchi di colore, usavo la vecchia pittura e anche solo girarla mi eccitava![...]".

Nel 1953 si diploma al liceo e inizia a seguire i corsi di pittura all'Accademia d'Arte di Cincinnati. Teneva i corsi il pittore Paul Chidlaw. Si sposterà poi a Boston e seguirà anche lì un semestre alla School of the Museum od Fine Arts. Nel giugno nel 1957 si sposa con una sua amica dell'università, Nancy Minto, da cui avrà tre figli.


Jim Dine, "Shoe", 1961, collezione privata (presentata alla Biennale di Venezia del 1964)


Importantissima in questa anni è stata la Judson Gallery (Judson Church di New York), situata a Washington Square nel centro di Greenwich Village. È proprio qui che sono partiti i primi happening, i primi studi di queste forme alternative dell'arte tradizionale. Insieme ad Oldenburg e Kaprow realizzò numerose performance. Originariamente la Judson Church era la sede di una casa dello studente dove era domiciliato un ex compagno di liceo di Dine, Marcus Ratliff. Si decise così di rendere quello spazio una galleria e uno studio per gli artisti emergenti che volevano sperimentare nuove tecniche. Nel febbraio 1959 si inaugura la Judson Gallery con una mostra di Dine, Ratliff e Wesselmann. E un anno dopo, nel febbraio 1960, Dine realizzerà il suo primo happening: The Smiling Workman.

Un altro spazio molto importante e famoso in quegli anni è stata la Reuben Gallery di New York. Anche qui sono stati svolti happening e performance. La galleria è nata nel 1959 dalla mente di Anita Rubin, una donna che poi cambiò il suo nome in "Reuben", perché lo riteneva più particolare. Era interessata a Kaprow, che qui realizza il suo primo happening 18 Happenings in 6 Parts. Jim Dine tiene una sua mostra personale nell'aprile del 1960.

L'anno dopo, nel 1961, Dine dice addio agli happening, ritenendo che ormai stavano diventando troppo banali e standardizzati. Questo sarà l'anno in cui inizia a dedicarsi assiduamente alla pittura.

Per il panorama artistico italiano è da ricordare la Biennale d'Arte di Venezia nel 1964, l'unica in cui Dine espone le sue opere. È stato questo un trampolino di lancio importantissimo per far conoscere la sua arte nel nostro Paese. Il curatore è stato Alan R. Solomon che scelse di dividere gli artisti americani in due gruppi: "Quattro pittori germinali", ossia Morris Louis, Kenneth Noland, Robert Rauschenberg e Jasper Johns e "Quattro artisti giovani", con John Chamberlain, Claes Oldenburg, Jim Dine e Frank Stella. Dine presenta l'opera "Shoe" e altre sette opere a San Gregorio, seconda sede del padiglione americano. La stampa definisce tutta questa nuova arte americana come Pop Art. Come detto all'inizio Dine prese le distanze da questa etichetta, perché la sua arte non ha niente a che fare con i media e la pubblicità.


Jim Dine, "Putney Winter Heart (Crazy Leona), 1971-72, Musée d'art moderne e contemporain de Saint-Etienne Metropole

Nel 1966, a seguito della realizzazione delle scenografie per lo spettacolo di "Il Sogno di una notte di mezza estate" di Shakeaspeare, Dine usa per la prima volta la forma del cuore nelle sue opere, un vero e proprio simbolo nelle sue opere.

Negli anni Ottanta visita la Gliptoteca di Monaco e vede dal vivo statue greco-romane di cui rimane affascinato. Da qui inizia a ridisegnare tutto quello che vede e le immagini di queste sculture compariranno sempre più di frequente nelle sue opere.

Le sale che maggiormente mi hanno colpito sono la cinque e l'ottava, ossia l'ultima. Nella Sala 5 sono state raccolte tutte le opere dove il cuore, ormai un suo simbolo araldico, è il protagonista assoluto dell'opera. Il cuore è dipinto, ma a rendere l'opera quotidiana, reale sono gli oggetti appesi: vestiti, bretelle, seghe. Anche il fieno è stato trasformato in un gigantesco cuore, che campeggia al centro della sala.

L'ultimo ambiente invece è intitolata "Pinocchio", perché protagonisti sono proprio delle sculture di Pinocchio, dalle più piccole alle più grandi (le opere sono le più recenti, realizzate tra il 2004 e il 2013). Il personaggio di Collodi diventa incarnazione della metamorfosi della materia che diventa viva. L'ambiente è immersivo e non esiste più la divisione tra autore, opere e spettatori. Sulle pareti inoltre l'artista ha scritto le proprie poesie. Non dimentichiamo che Dine ha realizzato numerosi poemi già dalla fine degli anni Sessanta, realizzando anche molti "reading", ossia letture delle sue opere davanti al pubblico. Il connubio tra parola e scrittura è sempre stato presente nell'opera di Dine. Già nel 1960, nel suo primo happening "The House"alla Judson Gallery, aveva scritto brevi frasi sulle pareti. Ma le vediamo anche nei quadri degli anni Sessanta, dove le parole indicano parti del corpo, oppure vestiti.

Poi grazie all'amico Robert Creeley svincola la parola dall'opera d'arte per entrare nell'ambiente della performance. Nella serie di poemi "House of Words" Dine legge le sue poesie accompagnato dalla musica. Intorno a lui sono presenti i fogli, i bozzetti, su cui aveva scritto le sue poesie, a mano.


Sala 8 dedicata alla figura di Pinocchio

Compreso nel biglietto è anche la mostra dedicata al fotografo Gabriele Basilico al primo piano di Palazzo Esposizioni.

Se volete andare a visitare la mostra è obbligatoria la prenotazione online sul sito del museo.



[Le foto sono state scattate personalmente al museo]

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