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Impressioni sulla ''Conversione di Saulo di Caravaggio''

UNA VOCE NEL BUIO... (“Conversione di San Paolo”. Cappella Cerasi, chiesa di Santa Maria del Popolo, Roma) Quando Tiberio Cerasi stilò con Caravaggio il contratto per i laterali della sua Cappella in Santa Maria del Popolo, lo definì “egregius in urbe pictor ”. Un vero e proprio titolo di encomio, per un artista balzato da poco agli onori della cronaca cittadina. Un’attestazione di prestigio che, dopo il successo strepitoso dei laterali per la Cappella Contarelli solo due mesi prima, creò nella Roma dei cultori dell’arte (e non solo quelli) un’attesa spasmodica per queste due nuove opere. In un avviso pubblico del 2 giugno 1601 si legge: “ […] ora si scorge che Roma fiorisce nella pittura, non meno che abbia fatto a tempi addietro, attendendosi ora a finire la sala del Campidoglio del Cavalier Giuseppe (Giuseppe Cesari, ovvero il Cavalier d’Arpino), e poi li dua quadri che fa il Caravaggio per la cappella del già monsignor Cerasio tesauriero, il quadro principale in essa cappella di detto Carraccio (Annibale Carracci), essendo insomma quei tre quadri di tutta eccellenza e bellezza.”

E se una “agenzia di stampa” dell’epoca “lanciava” in tal modo due opere ancora in lavorazione, annoverando l’artista tra i più grandi in quel momento in attività a Roma, si può ben capire quanta e quale fosse l’aspettativa intorno al Caravaggio. E messer Michelagnolo non delude, anzi… incanta. Se la “Crocifissione di Pietro”, nella sua unica versione conosciuta – dacché la prima non è mai stata ritrovata – sorprende e affascina per l’assoluta novità della sceneggiatura che si sofferma e concentra sul momento meno “nobile” del martirio, quello più pragmatico, esaltando l’umiltà del Santo, in questa seconda fattura della “Conversione di San Paolo” Caravaggio non compie (rispetto alla prima) solo una “ristrutturazione” della scena per motivi logistici; l’artista reinterpreta totalmente il suo primo dipinto, quello oggi in collezione Odescalchi, ottenendo un’opera incredibilmente potente. Per invenzione scenica e per capacità evocativa. Mi avventuro nei meandri di quest’opera con il fiato sospeso, come sospesa è la scena che mi si para davanti agli occhi. Il Bellori, parlando di questo dipinto con una punta di biasimo, ebbe a dire: “[…] la quale istoria è affatto senza azione”. Ed è esattamente quello che vedo. Un fermo immagine in cui non accade assolutamente nulla. Per lo meno nulla di “visibile”. È come se la luce accecante che ha precipitato Saulo nel buio e giù dal cavallo, pur rimanendo manifesta ed intensissima, avesse impedito anche a me (a noi) di vedere quello che sta accadendo. Eppure… Eppure noi sappiamo esattamente cosa sta accadendo. Caravaggio ha il potere straordinario di farcelo intuire, ci rende capaci di vedere oltre il visibile, di sentire nel silenzio. E questo è qualcosa che ha del prodigioso. Una scena ferma e muta dunque, nel mezzo di una luce che abbaglia e che Caravaggio riverbera sulle figure in modo impressionante; ma c’è una voce nell’aria… “Saulo… Saulo… perché mi perseguiti?” e noi... riusciamo a sentirla. Nella prima versione dell’opera vediamo il Cristo che dal Cielo irrompe sulla scena e sappiamo che è Lui che pronuncia queste parole, ma qui non c’è nessuno. Nessuno a parte Saulo, un scudiero appena accennato e un cavallo. Eppure quella “voce” è lì, sospesa nell’aria tra noi e la tela. Com’è possibile che riusciamo a sentirla? Quale “miracolo” artistico ci rende così “sensibili”? È Saulo, lì per terra ad occhi chiusi, accecato e disarcionato sulla via di Damasco dalla potenza di Dio, a dircelo. Un Saulo giovane, prestante e bellissimo, totalmente diverso dalla figura barbuta e più o meno anonima (per quanto mirabile) della prima versione. Un Saulo colto nell’istante di massimo smarrimento. È a terra, scaraventato giù da cavallo da una potenza luminosa e misteriosa, cieco e vulnerabile. La sua elegante armatura non può proteggerlo da quella forza invisibile. La sua spada, così perfettamente, magnificamente riprodotta dal Caravaggio, giace inerte e inutile accanto a lui. Certe “forze” non può vincerle una spada. E il bellissimo elmo piumato non può “difenderlo” dall’incursione perentoria nella sua mente del pensiero di Dio, della Parola che salva. Con le braccia protese Saulo brancola nel buio, cerca con le mani quella voce che vibra nell’aria... e noi con lui. Chi sei, o Signore?” e la voce “Io sono Gesù che tu perseguiti.” Non vediamo assolutamente nulla ma abbiamo la netta sensazione di sentirlo, questo dialogo muto e introspettivo tra Saulo e la “voce”. Ed è incredibile come Caravaggio sia capace di rendere con una scena “ferma” una vera e propria “rivoluzione”. Quello è il momento in cui Saulo, persecutore dei cristiani, diventa Paolo “apostolo delle genti”. Il più grande divulgatore della Parola di Cristo nel mondo. È impressionante come l’assoluto silenzio che emana da quest’opera possa far da contraltare ad una serie infinita di parole, discorsi, lettere con cui Paolo convertirà migliaia di persone.

Caravaggio riesce in questa impresa titanica. È un modo totalmente nuovo di narrare una storia, che lascia allo spettatore la facoltà di percepire oltre lo scibile e lo rende partecipe “attivo” della scena. Non c’è trascendenza in quest’opera, niente aureole, niente angeli, nulla che ci parli di una presenza “divina”. Ma c’è una intensità viscerale enorme, una potenza evocativa strepitosa. Nell’uso sapiente e direi quasi “magico” del colore, con cui Caravaggio irradia una luce incredibilmente vivida, soprannaturale, forse è il segreto di questa resa così straordinariamente forte. E nella costruzione scenica, con questo Saulo che cade da cavallo e quasi ci cade addosso tanto è vivo e vero nell’assoluta immobile realtà della sua figura totalmente scevra da ogni parvenza di sacralità. È un uomo solo colto nel momento di massima debolezza. Se c’è del “sacro” in lui è “dentro” di lui, ed è lì che dobbiamo cercarlo. Ed è lì che lo troviamo. Perché la scena invece è quasi interamente occupata dal suo cavallo. Roberto Longhi sorridendone scrisse “E’ la conversione del cavallo”. E quasi ci sconvolge questa presenza imponente, così apparentemente incongrua nella quantità di tela che occupa, eppure protagonista e testimone muta di una svolta epocale. E Caravaggio indugia e si compiace sulle fattezze mirabili di questo sontuoso animale che riverbera la potenza di Dio nella mole maestosa come nel gesto delicato con cui solleva la zampa per non calpestare il suo cavaliere. Solo un genio assoluto, un temerario pioniere dell’arte poteva concentrare in un solo quadro tutta la potenza deflagrante della pittura e attraverso essa toccare vette inarrivabili. Non saprei dire se dopo tutto questo Caravaggio abbia “fatto di meglio”. Cercare il “capolavoro” tra le opere di un genio è impresa difficilissima, quasi impossibile. Quello che so è che in quest’opera sono entrata con il fiato sospeso e ne esco senza fiato. Francesca Saraceno.

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Emozione Arte 2020

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