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Il giardino dipinto della Villa di Livia. Bellezza unica e metafora di prosperità

Di Silvia Urtone


“Stando seduta, ricevette in grembo una gallina di notevole bianchezza che un’aquila aveva lasciato cadere dall’alto, illesa, e che teneva nel becco un ramo di alloro carico delle sue bacche.”



Lo storico Plinio il Vecchio racconta così della fondazione della Villa di Prima Porta, la Villa di Livia, conosciuta anche come villa ad gallinas albas (“la villa delle galline bianche”).

La leggenda narra che, a seguito delle celebri nozze di Livia con Augusto, un’aquila avrebbe fatto cadere sul grembo della neo-sposa una gallina con un rametto di alloro nel becco: gli aruspici le consigliarono di allevare l’animale e la sua prole e di piantare il rametto di alloro…e fu così che nei pressi di questa nuova villa crebbe un ricco e folto bosco di alloro da cui gli imperatori da allora in poi coglieranno ramoscelli della pianta odorosa da portare con sé durante le battaglie e da indossare durante i trionfi!

Questa è la curiosa storia che ruota attorno alla Villa di Livia e a una sua particolarissima decorazione ma facciamo prima un passo indietro e scopriamo qualcosa su questa Livia. Livia Drusilla Claudia fu la terza moglie dell’imperatore Augusto, madre di Tiberio, il successore, e di Druso Maggiore: il primo incontro della donna con l’imperatore avvenne nel 39 a.C., quando lei era sposata a Nerone, madre di Tiberio e incinta di Druso, e Augusto sposato a Scribonia. Nonostante ciò Ottaviano decise di divorziare nello stesso giorno in cui la moglie dava alla luce Giulia, costrinse Nerone a fare lo stesso con Livia e, tre giorni dopo la nascita di Druso, i due si sposarono. Il loro fu un matrimonio duraturo, dettato probabilmente dalla convenienza politica di avere il sostegno della gens Claudia e non dall’amore, ma, quale che ne fosse l’origine, Augusto e Livia rimasero sempre insieme. Non ebbero figli, Giulia era l’unica erede di Augusto ma Livia riuscì a garantire ai propri figli un futuro…e fu così che Tiberio salì al trono come successore di Augusto!




Scoperto qualcosa della nostra Livia passiamo alla sua splendida villa: è a Roma, fu realizzata in onore di Livia stessa e nel 1863 venne scoperto un ninfeo sotterraneo di 11.70×5.90 m, una grande sala dedicata probabilmente per i banchetti estivi della splendida villa. Proprio qui, in questa grande sala sotterranea a cui si accedeva tramite una scalinata in discesa, priva di finestre e munita forse di un lucernario nella volta a botte, si presentò agli occhi degli scopritori una grandiosa pittura parietale ad affresco, importante per tematica e datazione estremamente alta, la quale, a seguito dei danni riportati nella Seconda Guerra Mondiale, venne distaccata nel 1952 e portata a Palazzo Massimo alle Terme, sezione del Museo Nazionale Romano, dove si trova ancora oggi.

La sala appariva quasi come una grotta, l’ambiente buio e privo di luce quasi in contrasto con la luminosa e splendida decorazione parietale che riproponeva un giardino rigoglioso e a grandezza naturale, ricco di piante e volatili!

Colonne o pilastri risultano assenti nella pittura mentre solo in primo piano si snoda una staccionata di canne e rami di salice a cui segue una balaustra marmorea: questi due elementi definiscono lo spazio, allontanano lo spettatore dalle piante e allo stesso tempo sembrano invitarlo ad entrare nel meraviglioso giardino che si apre dietro ed è proprio qui che anche noi ci immergiamo.

Le piante sono rappresentate con grande maestria e in tutti i minimi particolari, più delineate quelle in primo piano e via via sempre più sfumate allontanandosi, in una perfetta resa della profondità spaziale e di un’atmosfera estremamente idilliaca grazie alle variazioni di colore, le prime dell’epoca. Lo sfondo è vago e indistinto, gli alberi e le piante riempiono tutti gli spazi fino ad arrivare agli angoli e oltre il verde si staglia un cielo turchese, ultimo limite allo sguardo.

Nel giardino vige la simmetria, l’idea del movimento viene data dagli uccelli in volo e dai rami piegati dal vento, lo spazio non è sterminato ma si conclude qui, sulle pareti stesse della stanza, quasi come se la sala fosse un padiglione di vetro circondato da uno spazio reale.

69 sono le specie di uccelli, 23 quelle vegetali: tra queste ultime pini, querce, abeti rossi, melograni, mirti, rose, papaveri, camomilla, violette, iris, oleandri, cipressi, edere…e lo stesso alloro, quello della leggenda della villa e che sorgeva rigoglioso proprio qui.

Le specie rappresentate sono estremamente somiglianti alla realtà ma reale non è il fatto che tutte queste piante si trovino insieme qui poiché non in fiore nello stesso periodo dell’anno. L’autore ha voluto qui creare una sorta di “catalogo botanico”, ma chi è questo autore?

Le fonti lo ricordano col nome di “Studius” o “Ludius” e, chiunque fosse, trasse certamente ispirazione dal giardino recintato e selvaggio di invenzione iranica e dal paradeisos greco: questa raffigurazione è il locus amoenus dei Romani, la sua più antica rappresentazione, risalente al 30-20 a.C.!

Questa meraviglia nella Villa di Livia mostra la superiorità della pittura Roma sulle altre città dell’epoca, racchiude in sé quell’idea di benessere e felicità che la politica augustea voleva diffondere tramite la sua propaganda, mostra che la pace regna in città così come in un lussureggiante giardino domestico e invita l’osservatore a rimanere e a bearsi di ciò.

Il giardino rappresentato è l’Impero Romano stesso che cresce prosperando e aprendo con Augusto la strada alla grandezza.


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