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Il dio Apollo nel corso dei secoli. Dal piccolo bronzo di età orientalizzante alla statua di Fidia

Di Silvia Urtone


“…Vorresti forse essere la dimora di mio figlio, Febo Apollo?”


Fu questo l’appello che Latona fece disperata a un piccolo ed errabondo isolotto e questo, smettendo di vagare, si ancorò al fondale e prese il nome di Delo, “che si vede chiaramente”, diventando la sacra terra dei gemelli divini Apollo e Artemide.

Latona, figlia di un Titano e di una mortale, era stata uno dei tanti amori del donnaiolo Zeus e, rimasta incinta, venne tormentata dalla gelosa Era e costretta a vagare nel mondo, senza posa, inseguita dal serpente Pitone, affinché non potesse partorire: nessuna terra, per timore di scatenare il furore della dea, voleva offrire alla donna riposo fino a che giunse su un piccolo scoglio vagante noto con il nome di Adelos, “l’invisibile”…e partorì trovando lei una casa per sé e i suoi figli divini e l’isolotto una destinazione sacra!

Apollo era lo splendido dio dai riccioli d’oro, il dio del sole, della medicina, il creatore della lira, il dio della musica, come anche lo “sterminatore di cavallette”. Estremamente amato e venerato era conosciuto in Grecia fin dalle origini, rappresentato spesso in statue bronzee dedicate da fedeli che volevano ottenere da lui intercessioni e benevolenza. L’arte e lo stile cambiavano nei secoli ma il modo di pregare il sommo e luminoso Apollo rimaneva lo stesso e oggi lo possiamo vedere in due opere distanti tra loro più di 200 anni.


Apollo di Mantiklos, VII secolo a.C.


L’ “Apollo di Mantiklos” risale al 700 a.C. circa, in piena età orientalizzante, e in un certo senso apre la strada alla nascita della scultura monumentale e a un nuovo modo di intendere la figura umana. Statuetta in bronzo di piccole dimensioni (h 20 cm) si trova al Museum of Fine Arts di Boston ed è la dedica ad Apollo a Tebe da parte di un certo Mantiklos: non è chiaro se rappresenti il dedicante o la divinità a cui l’offerta era rivolta ma la seconda ipotesi e, quindi, la sua identificazione con Apollo è quella più accreditata. La dedica è scritta in esametri con reminiscenze omeriche e la statuetta parla in prima persona dicendo: “Mantiklos mi dedicò come decima al (dio) lungisaettante dall’arco d’argento; e tu, o Febo, concedi per ricompensa una buona sorte.”

Forse il piccolo Apollo fu realizzato dallo stesso Mantiklos, un artista che volle dedicarla al dio consacrandogli anche una decima dei suoi profitti, ma il nome particolare formato dai termini “indovino” e “gloria” potrebbe anche parlarci di un uomo celebre per le sue doti divinatorie.

Ma torniamo alla statuina bronzea, realizzata con la tecnica a fusione piena, che doveva tenere un arco nella sinistra e frecce nella destra, purtroppo perduta: questa segue la tradizione geometrica, riprendendone le piccole dimensioni, ma decide di abbandonare la forma piatta in favore di forme più voluminose e “realistiche”!



Un solco verticale attraversa tutta la figura, spartendo la scriminatura di una capigliatura fatta di trecce, il volto triangolare e la posizione di occhi, naso e bocca, il lungo collo, il torace asciutto dai voluminosi pettorali, la cinta sulla stretta vita, i gonfi glutei, le ginocchia possenti…ogni parte del corpo viene compresa e riprodotta per comporre una creatura esistente rigidamente simmetrica e composta da volumi. Tra l’attenzione alle proporzioni umane e una forte astrazione, l’Apollo di Mantiklos, diventa nel VII sec. a.C. il punto di partenza per la creazione di figure a grandezza naturale e quindi per la nascita della scultura monumentale greca!

Un grande ruolo ha questa statuina e diciamo che da lei e dagli sviluppi successivi si arriverà allo splendido “Apollo Parnopios” di Fidia nel V sec. a.C., età dello stile severo, tra il 460 e il 450.

L’Apollo “sterminatore di cavallette” di Fidia era una statua che gli Ateniesi avevano voluto dedicare sull’acropoli al dio come protettore dai grandi flagelli naturali, e non è giunta fino a noi ma solo in forma di parole nella descrizione di Pausania e di copia marmorea romana, oggi conservata in Germania, a Kassel.

L’ “Apollo di Kassel” è quindi la statua più utile per capire come dovesse essere l’opera fidiaca: il dio presenta un movimento curvilineo e le spalle assecondano il piegamento del bacino; la gamba portante è quella sinistra mentre la destra è piegata e leggermente in avanti nell’accenno di un passo e di una prima conquista dello spazio; il bacino è contratto in corrispondenza della gamba portante mentre tutto il lato destro è più sciolto e disteso, con la spalla leggermente sollevata e il braccio scostato; la testa dai delicati e fluenti ricci si volge verso la mano sinistra che doveva tenere arco e frecce.


Apollo di Kassel, V secolo a.C., ricostruzione Apollo Parnopios di Fidia

Anche in questo caso le innovazioni sono profonde e la statua è degna rappresentante dei cambiamenti in corso nel periodo. La rigida posizione assiale con il peso del corpo distribuito egualmente su entrambe le gambe viene abbandonata in favore del movimento, per ora solo accennato e suggerito da una gamba che sostiene il tutto e dalla leggera contrazione del bacino: un nuovo ritmo viene introdotto e questo coinvolge tutte le membra, e un nuovo equilibrio dei volumi, la cosiddetta “ponderazione”, inizia ad emergere!

I piccoli bronzi orientalizzanti avevano aperto la strada alla statuaria monumentale e all’uso dei volumi, le statue severe aprono la strada a nuove sperimentazioni e alla nuova concezione del corpo in movimento…e il luminoso Apollo diventa il diretto interessato di questi stravolgimenti!


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