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I sarcofagi romani in cui Ulisse raggiunge Itaca.Il defunto, il viaggio e la pace nell’Aldilà

Di Silvia Urtone


Gli antichi Romani e i loro sarcofagi.

Che mondo complesso e affascinante il loro, che fantasia e maestria nel tentare di costruire tutto un nuovo mondo per autoconvincersi che il defunto possa essere felice nell’Aldilà, per autoconvincersi che loro stessi possano essere felici dopo la morte.

I sarcofagi sono quello che ci resta dei loro tentativi, testimonianza tangibile di quel meraviglioso mondo che era stato creato per i propri cari, consolazione unica per i vivi rimasti sulla terra a piangere la loro morte.

Alcuni dei loro esemplari sprizzano gioia e positività, rappresentano i defunti insieme all’allegra compagnia dei piccoli Amorini, fanciulli paffuti e teneri appartenenti al seguito del dio dell’amore, Eros, e della sua amata, Psiche, immersi in un paesaggio naturale e ricco di fiori e frutti: tutto questo doveva far immaginare al vivo l’ambiente allegro in cui ora doveva trovarsi l’estinto. Non mancano, però, raffigurazioni più enigmatiche, con personaggi e paesaggi particolari e unici, volti appena abbozzati e grandi divinità, le quali predispongono comunque serenamente l’animo nei confronti della morte: non fa paura, è solo un passaggio verso una vita ancora più piena e felice!

Due esempi di questi “strani” e non ancora del tutto compresi sarcofagi?

Quello del Museo Chiaramonti e quello del Belvedere, entrambi conservati ai Musei Vaticani, Città del Vaticano. Accostiamoci ai due esemplari in silenzio e con raccoglimento, proprio come dovevano essersi raccolti attorno a loro i cari del defunto, e cerchiamo di comprenderli e “leggerli” per quanto possibile.

Il sarcofago del Museo Chiaramonti, datato al 300 d.C., presenta figure di dimensioni diverse, ad indicare quali siano i protagonisti e quali no: in primo piano in basso il campo è popolato da figure di Amorini in barca, che remano o suonano strumenti, tra onde rese da profonde incisioni; subito dietro si ergono costruzioni (un tempio, il molo e un arco), intervallate da palme e al centro due figure più grandi semisdraiate, un uomo e una donna.

Queste sono le due figure principali, un uomo in posizione leggermente arretrata, con tunica e mantello, e una donna con quest'ultimo che le scivola lungo i fianchi e che nella mano sinistra tiene una patera, nella quale la statua di una figura alata, identificata con la dea Fortuna, versa un liquido contenuto in una cornucopia: la figura femminile è dotata di un volto con un ritratto generico, senza caratteri particolari, mentre quella maschile presenta un volto non finito, in cui sono delineati solo la linea del mento e il margine dei capelli.


Sarcofago con città portuale, divinità e Amorini, Museo del Belvedere


Il volto dell’uomo, forse ancora in vita, doveva essere completato probabilmente solo dopo la sua morte, per motivi legati probabilmente alla superstizione e al non voler chiamare la morte a sé, in modo tale da potersi ricongiungere completamente con la donna amata defunta, e godere con lei di un paradisiaco aldilà. Proprio paradisiaco appare questo mondo nilotico in cui giacciono i due protagonisti, popolato di Amorini, templi e divinità, un mondo che potrebbe benissimo indicare una sorta di Isola dei Beati.

Oppure, come fanciullo, era stato lasciato così incompleto per dargli la possibilità di crescere dopo la morte e augurargli persino di avere una sposa.

Anche il sarcofago del Belvedere è estremamente curioso e viene datato tra il 250 e il 260 d.C.: popolato da molteplici figure di dimensioni diverse ha come ambientazione quella di un chiassoso porto.

Tra abitazioni tracciate con profondi solchi che creano effetti strabilianti di chiaroscuro, in basso, a rappresentare proprio un porto, in mezzo all’acqua resa da onde incise col trapano, sono presenti cinque barche a remi occupate da paffuti Amorini (nudi o con indumenti), varie Psiche e marinai al lavoro; su una nave più grande, lì, all’imboccatura del porto, si staglia una figura barbata e armata, una sorta di Signore della nave che guarda verso l’alto, un Ulisse finalmente di ritorno alla sua amata Itaca, grande e imponente rispetto alle figure alle sue spalle. Dietro il porto vi è la città, popolata da case, un anfiteatro, un arco di trionfo e numerosi templi, con accanto raffigurate le divinità protettrici, alcune più grandi di altre: al centro della scena ci sono figure divine di dimensioni ancora maggiori, le più importanti nella rappresentazione, una probabile Libera, seduta nel mezzo, con il braccio destro attorno a Venere, seduta accanto a lei, e una figura maschile in piedi sulla destra, forse Libero.

Le due grandi divinità centrali si guardano l’un l’altro, sono identificate con Libero (nudo alla maniera eroica e con un mantello) e Libera (con una lunga veste che le lascia scoperta la spalla sinistra) e presentano dei volti stranamente incompleti: quello che si è pensato a riguardo è che vi si volessero porre i volti di una coppia di coniugi che si guarda profondamente negli occhi, e il cui amore è accentuato dalla figura di Venere, abbracciata dalla donna.

Quale che sia il motivo di questa incompletezza traspare comunque dalla rappresentazione l’idea di un aldilà felice, popolato da Amorini gioiosi, divinità e sottolineato dalla presenza della figura di Ulisse, emblema dell’uomo che, dopo molteplici peregrinazioni e fatiche (da intendersi come la vita stessa) giunge in porto a casa, alla tanto attesa Itaca (la vita dopo la morte).

In questa gioiosa atmosfera si vengono a trovare i due defunti/dèi, innamorati e felici.

Due sarcofagi curiosi per tematiche, figure particolari e significato di questi enigmatici volti non finiti, fonte di molte domande ma per niente senza risposta rimane una domanda, la quale sorge spontanea guardando questi sarcofagi: che cosa volevano trasmettere?

Pace.

Ed è proprio quello che sono riusciti a fare: Ulisse ha raggiunto la sua Itaca.


Sarcofago per fanciullo in paesaggio nilotico, con Amorini in barca e figure, Museo Chiaramonti

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Emozione Arte 2020

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