Emozione Arte 2018

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I sarcofagi romani in cui le Stagioni si succedono e i morti continuano a vivere

Di Silvia Urtone


I sarcofagi romani.

Una fonte inesauribile di informazioni relative alla mentalità dei nostri antenati e al modo in cui tentavano di affrontare e combattere la morte.

Da un lato si voleva celebrare degnamente il defunto, il cui ricordo sarebbe rimasto per sempre nella mente e nel cuore dei vivi, con come ultima testimonianza materiale il sarcofago stesso, luogo ove avrebbe riposato per l’eternità. Dall’altro si voleva cercare di consolare i vivi, dare loro una visione felice e lieta della vita nell’Aldilà, in maniera tale che il pensiero della morte che tutti attende assumesse una sfumatura meno macabra e paurosa.

In mezzo a tutti i sarcofagi romani realizzati in età imperiale tra il II e il IV sec. d.C. un posto speciale occupano quelli raffiguranti i defunti in compagnia delle personificazioni delle Stagioni, tutte e quattro o solo alcune.

Le Stagioni vengono accompagnate da piccoli e paffuti Amorini e, a volte, dalla rappresentazione dello Zodiaco stesso, un chiaro simbolo sia di una fama che dura in eterno sia della durata eterna della beatitudine.

È uno il tema in particolare che si vuole affrontare con queste personificazioni che presiedono a dextrarum iunctio (la stretta di mano tra i due sposi che sanciva il loro matrimonio), che circondano clipei con all’interno i busti dei defunti e appaiono insieme a piccole rappresentazioni gioiose di vendemmia o in compagnia di Geni o Vittorie…il tema dell’eterno ritorno della felicità e dell’abbondanza!

Lo scorrere incessante delle Stagioni è un modo per far intendere all’osservatore abbattuto dalla perdita del caro e dalla fine della vita di questo che, dopo la morte, c’è altro, qualcosa di bello che continua all’infinito, in un eterno susseguirsi di Stagioni felici e piene di ricchezze.

Ecco allora che i morti, anche i bambini stessi, sui cui sarcofagi in alcuni casi sono presenti figure di Stagioni che reggono clipei e insistono sul tema del ciclo della vita e della sua rigenerazione continua nell’Aldilà, vengono circondati e “accolti” dalle Stagioni, ed ecco che i vivi rimasti sulla terra non devono più soffrire per loro, ma rallegrarsi e pensare che dopo la morte tutti godremo di questa gioia insieme a chi ci ha già lasciato.


Sarcofago con Stagioni e clipeo. Campo Santo, Pisa

L’uso del tema delle Stagioni coincide con il periodo di progressivo congedo dai miti che, dopo l’estremo utilizzo nel II d.C., viene ad esserci nel III sec. d.C., e in cui prendono sempre più piede scene di caccia non mitologiche, scene di banchetti e con atmosfere bucolico-pastorali.

In questo clima i sarcofagi con le Stagioni, il cui numero era relativamente modesto nel II sec. d.C., si diffondono sempre più nel III sec. d.C. e raggiungono il loro culmine nell’ultimo quarto del secolo.

Questi prendono il posto dei temi dionisiaci, con cui mostrano uno stretto legame, eliminandone però la voluttà che nelle scene di tiaso si manifestava nell’erotismo, nella musica e nella danza, e dando un ruolo centrale alla natura stessa nel suo periodico mutare. Allo stesso tempo l’iconografia delle personificazioni di Primavera, Estate, Autunno e Inverno è multiforme, dalla raffigurazione degli stessi doni di natura, a quella in forma di Putti o Geni fanciulli, sempre recanti attributi stagionali.

Incarnando la felicitas temporum, la stagione della felicità, insieme all’idea dell’eterno ritorno, le Stagioni offrono i loro doni ai defunti perché possano goderne per sempre e perché chi ancora in vita possa risollevarsi dal lutto.

A partire dalla fine del III sec. d.C., però, l’idea del ciclo eterno delle stagioni finisce sullo sfondo e le figure ad accompagnarle, Vittorie, Amorini, la Terra con la caratteristica cornucopia aumentano, nel tentativo di comunicare sempre di più nei sarcofagi un generale senso di felicità e prosperità.

Strigilati (con scanalature ondulate che accompagnano figure e altre decorazioni) e non strigilati, sono molti gli esemplari di sarcofagi a tema stagionale e sono due quelli che ora andiamo a vedere un po’ più da vicino, entrambi provenienti da Campo Santo, Pisa, e collocabili nella prima parte del III sec. d.C., tra il 230 e il 250.

Il primo presenta la struttura piuttosto diffusa del clipeo centrale, un grande scudo ornato dai segni zodiacali, con dentro una coppia di defunti, una scenetta di carattere agricolo sotto, con due contadini intenti ad arare, e ai lati le quattro Stagioni, la Primavera con la corona di fiori, l’Estate con il grano, l’Autunno con l’uva e la pantera e l’Inverno con, ai loro piedi, Tellus e Oceano.

Anche nel secondo la disposizione è la stessa con un clipeo con all’interno due busti maschili retto da due Stagioni, Estate e Autunno, e Primavera e Inverno ai loro lati, tutte e quattro con i loro attributi e le loro caratteristiche.

Il clima che si respira è quello dell’abbondanza, quello di una vita vissuta con serenità, quello di un’altra vita dopo la morte ancora più lieta e felice. La presenza delle Stagioni che si susseguono ciclicamente e senza cambiamenti contribuiscono a creare quel senso di continuità di vita di cui i vivi hanno tanto bisogno: il succedersi delle Stagioni significa continuare ad esistere e il continuare ad esistere immersi nei doni della Natura significa vivere felicemente.

Il tempo scorre senza i cari che ci hanno lasciato ma bisogna essere felici.

Perché il defunto ha vissuto appieno e continua a vivere nei nostri cuori e nell’Aldilà.


Sarcofago con Stagioni e segni zodiacali, Campo Santo, Pisa

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