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Enea, Romolo e Augusto. Le origini troiane e divine di Roma

Di Silvia Urtone


Enea, figlio del mortale Anchise e della bella e divina Venere, protagonista dell’Eneide di Virgilio, l’uomo “pio” per eccellenza, antenato stesso del grande Augusto, colui che diede vita al principato e alla nascita del grande Impero romano.

Ma cosa sappiamo di questo eroe di cui già si parla nell’Iliade di Omero e del suo legame con l’Impero?

Enea fu figlio del cugino di Priamo, re di Troia, guerriero valoroso che combatté nel corso della celebre guerra di Troia, anche se ebbe un ruolo secondario rispetto ad altri personaggi, e uomo che si distinse in particolar modo per la sua umiltà e obbedienza nei confronti degli dèi, tanto da essere conosciuto come il pius Enea.

Enea fu l’eroe destinato dal fato alla fondazione di Roma stessa…ma veniamo ai suoi natali.

Giove, il capriccioso padre degli dèi, non era mai riuscito a giacere con la bella Venere e, stanco di lei e della sua magica cintura che lo tentavano continuamente, decise, come nella migliore tradizione mitologica, di umiliare la dea e di farla innamorare perdutamente di un comune mortale. Venne scelto Anchise, un giovane pastore che faceva pascolare spesso le sue mandrie sul monte Ida: Venere rimase colpita dalla sua bellezza e si ripromise di sedurlo.

Una sera assunse l’aspetto di una mortale e, accostatasi a lui, dicendogli di essere una principessa rapita da Ermes, riuscì nel suo intento e passò tutta la notte con lui godendo dei piaceri dell’amore. Venere rimase incinta e all’alba svelò al giovane la sua natura e Anchise, temendo di essere punito, la pregò di risparmiarlo. Lei lo rassicurò, lo mise in guardia sul nascondere la verità sulla nascita del bambino e gli predisse che proprio questo bambino avrebbe avuto un potere straordinario e una grandiosa e brillante discendenza.


Ara Pacis, Enea sacrifica ai Penati


Anchise finì per vantarsi di aver giaciuto con Venere e Giove scagliò una freccia per punirlo, la quale però venne schivata dalla dea; Anchise rimase traumatizzato ed Enea alla fine venne alla luce sul monte Ida, allevato dalle ninfe e, secondo alcuni, educato dal centauro Chirone.

Per le fonti più antiche la madre Venere gli ordinò di rapire Elena, dandogli un ruolo importante nella scintilla che fece scoppiare la guerra di Troia; secondo Omero era grande amico di Ettore, disprezzato da Priamo e contrario alla guerra tanto da rifiutarsi di combattere all’inizio.

Partecipò alla guerra e, addirittura, dopo il ritorno di Achille sul campo di battaglia, Enea volle affrontarlo a duello, gli scoccò una freccia ma non riuscì a colpirlo. Achille gli si scagliò contro ma Nettuno lo salvò nonostante fosse ostile ai Troiani: apprezzava la sua umiltà verso gli dèi e anche lui sapeva che la sua stirpe avrebbe fatto vivere Troia per sempre.

La tragica notte che avrebbe segnato la fine di Troia con l’inganno del cavallo di Odisseo, ad Enea apparve in sogno Ettore che gli annunciò l’imminente caduta della città e il suo arrivo in una nuova terra, quella italica. L’eroe tentò di difendere Troia ma poi scappò con il padre Anchise e il figlio Ascanio e, dopo mille peripezie, giunse finalmente alle rive del Tevere.

Il re Latino gli offrì in moglie la figlia Lavinia scatenando l’ira di Turno, re dei Rutuli, già suo promesso sposo, e questo affronto, insieme alla sfortunata uccisione di un suo cortigiano, scatenò la guerra che terminò con la vittoria di Enea.

La leggenda narra che, dopo quattro anni di regno, l’eroe sarebbe stato assunto in cielo tra lampi e fulmini durante una battaglia contro i vicini Etruschi, entrando a far parte dell’Olimpio insieme agli altri dèi. La stessa sorte in seguito toccherà a Romolo, il mitico fondatore di Roma e primo re.

Ma perché Enea piace così tanto ai Romani e ad Augusto?

Perché egli costituisce il capostipite di tutto quello che verrà e consente a Roma di avere radici nella gloriosa civiltà greca!

Enea fugge da Troia, nel Lazio fonda Lavinio, Ascanio, il figlio, fonda invece Alba Longa e, da questa discendenza, Rea Silvia e Marte daranno vita a Romolo e Remo e alla stessa gens Iulia, a Giulio Cesare e al nostro Augusto.

Questa è la grande importanza di Enea!

Da lui nascerà Roma, una città con nelle vene il sangue divino di Afrodite, madre di Enea, e di Marte, padre di Romolo e, con una stirpe così illustre alle spalle, come potrà Augusto non avere successo?

Egli risulta essere il diretto discendente di Enea e di Romolo e durante il suo principato non farà che ricordarlo, nel nuovo Foro ma anche nell’Ara Pacis, altare celebrativo su cui si aprono due pannelli raffiguranti il “Lupercale” con l’allattamento di Romolo e Remo da parte della lupa e il sacrificio di Enea ai Penati.

Augusto discende da Enea e Romolo ed è egli stesso un novello fondatore.

Il suo potere è legittimato e tutto deve ricordare il suo legame col mondo greco e con il fuggitivo Enea.

La stirpe troiana di ascendenza divina è destinata a rinnovarsi e ancora oggi vive nella città di Roma.


Ara Pacis, Lupercale

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