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Da ricordo di un eroe a eroe stesso. Il defunto nei sarcofagi romani con scene di caccia

Di Silvia Urtone


Valore, forza e virtù.

Esaltare il defunto e le sue qualità in vita era compito del sarcofago, sua dimora eterna, e i Romani lo sapevano bene e operavano in tal senso, raffigurando imprese che mettevano in luce il suo coraggio.

E quale modo migliore se non rappresentare il morto in movimentate scene di caccia in cui questi ha la meglio sulle bestie?

In un primo momento, quando l’utilizzo dei miti è assai richiesto e il defunto viene paragonato a un eroe o a una divinità, è la figura di Meleagro a venire utilizzata in sarcofagi di questo tipo: figlio del re Oineo e di Altea, ma concepito con Ares, la sua vita, secondo una profezia, sarebbe stata gloriosa e nobile e sarebbe terminata solo quando un magico tizzone si fosse spento.

Egli negli anni compì imprese straordinarie fino a quando la dea Artemide, adirata e dimenticata nei sacrifici da Oineo, mandò un immenso cinghiale, il “cinghiale calidonio”, a devastare il paese. Cominciò la caccia e tutti i più grandi eroi parteciparono, Meleagro compreso, il quale diede al cinghiale il colpo decisivo ma cedette il trofeo all’amata Atalanta che aveva colpito per prima il mostro.

Il risultato di ciò fu una disputa tra l’eroe e i fratelli della madre Altea, i Testiadi, i quali sottrassero alla donna il premio e scatenarono l’ira di Meleagro che li uccise.

Altea, desiderosa di vendicare i fratelli, gettò nel fuoco il tizzone da cui dipendeva la vita del figlio, lo uccise e poi, pentita, si tolse la vita.

Ecco, nei primi sarcofagi il defunto appare come un Meleagro coraggioso, si esalta la sua capacità sopraffina nella caccia e viene lasciata da parte la tragica conclusione della sua vita, terminata bruscamente per vendetta da parte della stessa madre: il defunto si riconosce nell’eroe e nelle sue virtù, è circondato o meno da piccoli Amorini che, da un lato, danno un’idea della vita felice che attende dopo la morte e, dall’altro, quando utilizzati nei sarcofagi per fanciulli morti precocemente, riproducono e ricordano le attività di svago tipiche del giovane.

È a partire soprattutto dal III sec. d.C., dal 220-230 d.C. circa, quando i miti sono sempre meno di moda e le scene di vita quotidiana prendono il sopravvento, che il modello delle scene di caccia prende sempre più piede e crea una vera e propria tipologia di sarcofagi, segno di quanto il tema avesse avuto fortuna e di quanto lo si volesse continuare ad utilizzare in chiave non mitica. Rappresentare il defunto, adulto o fanciullo che fosse, come un cacciatore, diventa allegoria di come si voleva vedere chi si voleva celebrare, e non immagine del mondo reale e delle attività che la persona in questione aveva svolto in vita: ormai raramente si praticava la caccia, soprattutto da grandi, e di certo non di bestie feroci, come i leoni, soggetto frequente.

Il defunto che appare come un cacciatore diventa un modo per esaltare la sua virtus tanto da essere questa a volte rappresentata personificata, come un’accompagnatrice, con o senza il volto della moglie del defunto stesso (scusa per insistere sulla concordia e sull’amore coniugali che univa e unisce i due coniugi).


Sarcofago Vienna con caccia, cavalieri e Virtus, particolare Virtus


La mitologia è solo un lontano ricordo, gli eventi narrati su cui si basano le narrazioni sono tipicamente quotidiani, reali o non reali, incentrati completamente sulla figura del morto, protagonista assoluto e uomo dalle molteplici qualità, il quale soppianta l’eroe mitico al quale viene paragonato: il cacciatore audace è metafora della virtus virile, il rivestimento mitologico viene lasciato cadere e quel che resta è l’Uomo.

Ma, nonostante l’allontanamento progressivo dal mito di Meleagro, il messaggio espresso rimane il medesimo, così come l’esaltazione.

Anche nei sarcofagi per i fanciulli il tema della caccia ha grande successo, e i piccoli defunti, a volte nei panni di Amorini, appaiono in scene di caccia ad animali feroci allo stesso modo degli adulti nei loro sarcofagi, sempre celebrati per le loro virtù nonostante la morte non abbia dato loro il tempo di mostrare appieno le loro qualità, ma con la ferrea speranza che questo possa avvenire in futuro, nell’aldilà.

I sarcofagi con scene di caccia persistono anche nel IV sec. d.C., tra il 300 e il 370, prendono il nome di “Treibjagd” e costituiscono l’ultima versione di questa tipologia.

Un esempio?

Il sarcofago conservato nel Kunsthistorisches Museum di Vienna, datato tra il 260 e il 270 d.C.

Sulla faccia principale della cassa si possono notare vari personaggi: a sinistra cavalieri e un cacciatore appiedato; al centro vi è, sempre appiedata, una personificazione di Virtus, con un elmo e una corta tunica, e un cavaliere si slancia contro un leone che attacca un cacciatore a terra; a sinistra dei cani che sono alle prese con un’altra belva feroce. Agli angoli della raffigurazione sono presenti due grandi teste di leone, ulteriore richiamo alla caccia.

Questa viene utilizzata con successo per celebrare il valoroso cacciatore in cui il defunto viene ad identificarsi, un cacciatore allegorico, non necessariamente reale, accompagnato in questo caso dalla personificazione della Virtus, simbolo ben tangibile del suo coraggio e, forse, anche moglie stessa del protagonista.

Le virtù e il coraggio del defunto fanno passare in secondo piano, sullo sfondo, il fatto che egli sia morto, e gettano un’ombra eroica sulla sua vita passata e su quella che vivrà nell’aldilà.

Il defunto da ricordo dell’eroe Meleagro diventa eroe egli stesso. E proprio così verrà ricordato per sempre.


Sarcofago Vienna con caccia, cavalieri e Virtus, particolare Virtus

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