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Atessa e la leggenda dell’Osso di Drago. La magia di un borgo abruzzese

Di Silvia Urtone


In un mondo ormai dominato dalla tecnologia e in cui l’immaginazione e le fiabe sono spesso sottovalutate l’uomo continua comunque a subire il fascino di quelle storie che narrano dell’eterna lotta tra il Bene e il Male e dell’origine di credenze e città.

I borghi italiani sono alcuni di quei posti che detengono misteri e leggende lontane dal sapore magico e malinconico, e che permettono a grandi e piccoli di sognare ancora e ancora, staccandosi dagli smartphone e alzando lo sguardo verso la bellezza che li circonda.

Il borgo abruzzese di Atessa è uno di questi.

In provincia di Chieti, situato nella bassa valle del fiume Sangro, posto sulla sommità di un rilievo a forma di mezzaluna, quasi isolato dal resto della campagna circostante, è un luogo ricco di storie e avvolto da una magica leggenda. Fulcro del borgo è il Duomo di San Leucio, costruito nel XIII-XIV sec. su una chiesa precedente dedicata al santo nell’874, chiesa che oggi si presenta come una struttura imponente caratterizzata da un esterno gotico, con portale a sesto acuto e rosone raggiato, e da un interno barocco dove sono custodite opere di Nicola da Guardiagrele.

Ma tra le opere dell’artista, oggetto di meraviglia e protagonista della leggenda, è una bizzarra reliquia ospitata nella sagrestia, coperta da una teca di vetro e circondata da un’inferriata…una grande costola di 2 metri che la tradizione attribuisce niente di meno che a un drago!

Secondo la leggenda qui sorgevano due villaggi longobardi, Ate e Tixa, i quali erano separati da una grande palude alimentata costantemente da due fiumi, il Pianello e l’Osente: nella zona mefitica, ricca di acquitrini, viveva un drago.


Atessa


La tana del mostro era collocata nella valle San Giovanni e, a detta della tradizione, la profondissima grotta si estendeva sottoterra attraversando tutto l’Abruzzo ed era circondata da un impenetrabile bosco di spini, così fitto che neanche gli uccelli potevano penetrarvi. Qui prosperava il drago, nutrendosi in un primo momento di capre, pecore e altri animali e in seguito di uomini: divorava un abitante al giorno e terrorizzava i popoli separati di Ate e Tixa, impossibilitati a incontrarsi se non volevano trovare la morte.

Ma un bel giorno arrivò Leucio d’Alessandria d’Egitto, proprio quel santo che divenne patrono della città e a cui venne dedicato il Duomo.

Questi si avventurò nella palude, raggiunse la tana del drago e lo nutrì per tre giorni con pasti abbondanti a base di carne fino a renderlo sazio: a quel punto lo incatenò e, passati sette giorni, lo uccise e liberò i due villaggi!

San Leucio conservò il sangue del drago, il quale venne usato dalla popolazione a scopi terapeutici, e anche una sua costola, come memento dell’accaduto.

Dopo la morte del loro oppressore Ate e Tixa ripulirono la zona e si unirono in un’unica città, “Atixa”, Atessa, appunto, e, proprio nel punto in cui sorgeva la tana del terribile drago, venne fondata la cattedrale in onore di Leucio, il Santo eroe, quella che vediamo oggi, e all’interno di questa, nella sagrestia, venne posta la preziosa costola, simbolo della fine del nemico.

Questa la splendida leggenda all’origine della fondazione di Atessa, ma…c’era davvero questa creatura mitologica e la costola di 2 metri nella sagrestia appartiene davvero a lei?


Cattedrale di San Leucio

Alcuni racconti popolari alimentano la leggenda del drago dicendo che la sua costola venne esposta per moltissimo tempo pendendo da una delle travi del soffitto. Secondo altre fonti la reliquia sarebbe stata parte di un gruppo di enormi ossa appartenenti agli elefanti portati in Italia da Pirro o da Annibale, anche se questa ipotesi viene contestata dal fatto che le costole di elefante sono nettamente più piccole rispetto a quella custodita nel Duomo della città. Secondo un’altra versione l’osso sarebbe appartenuto a un Misticeto, un cetaceo dell’ordine di balene, balenottere e megattere, ipotesi che sosterrebbe la tesi della presenza di primordiali fondali marini nella zona stessa di Atessa, luogo in cui in effetti si conservano tracce negli strati geologici sabbiosi: l’eventuale ritrovamento di un enorme osso fossile avrebbe probabilmente scatenato la fantasia popolare in un periodo in cui vigeva la superstizione e avrebbe dato vita alla leggenda del drago che oggi conosciamo. Un’altra fonte ancora allude alla zona di Atessa come a “una palude malsana di 6000 moggi” e questo porterebbe a immaginare che la bonifica del luogo ad opera dei monaci fosse apparsa alla gente del tempo come una vera e propria rinascita e che la terribile natura originaria dei luoghi fosse stata simbolicamente paragonata a un drago.

Può essere stata una fantasia, può essere tutto falso ma la leggenda del drago di Atessa e della sua costola conservata nel Duomo continua a far sognare.

E le capacità di sognare e immaginare sono qualcosa da custodire e alimentare.

Come canta Cenerentola “I sogni son desideri di felicità” e, quindi, perché non far sognare un mondo fatto di draghi e creature magiche in cui il Bene vince sempre sul Male?!

Atessa e la sua magia vi aspettano.


Costola del drago nella Cattedrale di San Leucio

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