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L’Ara Pacis Augustae. Il monumento fatto a immagine e somiglianza di Augusto

Di Silvia Urtone


Si trova a Roma e si affaccia sul Tevere, accanto alla brulicante Via del Corso, quella che un tempo si chiamava Via Lata.

È ricomposta all’interno di una sorta di teca di vetro e travertino, inaugurata il 21 aprile 2006 e piuttosto contestata nonostante l’utilizzo di tecnologie avanzate e materiali di qualità, come il doppio vetro temperato che garantisce visibilità, filtraggio della luce e isolamento termico, e il travertino proveniente dalle stesse cave di quello usato per la realizzazione della limitrofa piazza Augusto Imperatore.

È l’Ara Pacis Augustae, ossia l’Altare della Pace di Augusto, ed è una testimonianza estremamente tipica dell’età augustea.

Spesso è stata valutata e celebrata in maniera eccessiva ma il suo ruolo e il suo messaggio, figli della volontà di Augusto, sono fondamentali per capire gli anni del principato e il sopraggiungere dell’Impero.

La sua scoperta è avvenuta nel 1568 grazie ad alcune lastre con rilievi trovate nelle fondazioni di un palazzo di fronte alla chiesa di S. Lorenzo in Via Lataed è proseguita fino al 1937-1938.



Una lunga e continua riscoperta nel corso dei secoli, riscoperta che ha riportato in gran parte alla luce un monumento di una rilevanza particolare. Un monumento che oggi possiamo ammirare avvolto nella sua “teca di cristallo”.

Ma a cosa si deve la sua creazione in prossimità del limite sacro della città?

La paternità dell’opera non la conosciamo ma il motivo della sua nascita sì e ci viene comunicato dallo stesso Ottaviano Augusto: nell’anno 13 a.C., per celebrare il suo ritorno vittorioso dalla Gallia e dalla Spagna e la pace che finalmente ne conseguiva, il senato decretò che venisse eretta in Campo Marzio un’ara, un altare, e che ogni anno magistrati e sacerdoti compissero qui un rito di commemorazione.

Il decreto fu del 13 a.C. ma l’Ara Pacis venne inaugurata solo nel 9 a.C.

Quello che si presentava davanti agli occhi del cittadino romano di I sec. a.C. (e che si presenta davanti all’osservatore odierno) era un altare vero e proprio circondato da un recinto.

L’altare è elevato su tre gradini, con uno zoccolo ornato con rilievi e un fregio con figure di soggetto rituale, e occupa quasi tutto lo spazio all’interno del recinto che gli corre attorno: le proporzioni tra i due elementi che costituiscono l’Ara Pacis risultano sgraziate come se non vi fosse una vera e propria connessione…una particolarità che ricorre nel monumento!

È il grande recinto, elevato su un podio e con due porte a cui si accede tramite una scala, ad avere una consistente decorazione, diversa nella parte interna e in quella esterna. Nella parte interna il registro superiore è decorato con ricche ghirlande sorrette da bucrani, i teschi di bue simbolo del sacrificio, e da patere, i recipienti usati per compiere libagioni sull’altare, mentre il registro inferiore riproduce una staccionata di tavole. L’imitazione stilizzata di un recinto ligneo provvisorio vero e proprio è così compiuta…ma all’esterno troviamo motivi decorativi che non hanno niente a che fare con ciò e tra di loro, a parte nel loro essere riferimenti simbolici!


Una fascia con decorazioni a svastica corre lungo tutti e quattro i lati separando il registro inferiore, occupato da rigogliosi girali d’acanto che si dipartono simmetricamente da cespi, da quello superiore che presenta motivi apparentemente scollegati su ogni parte.

Inquadrati da capitelli corinzi i pannelli sui lati lunghi sono occupati da figure in processione, prese dalla processione che si svolse quando l’ara venne dedicata e congelate per sempre nel marmo: colti in pose convenzionali, a est si riconoscono i membri della famiglia imperiale, con in testa Augusto dal capo velato, Agrippa e la moglie Giulia, Tiberio, Antonia Minore e il figlio Germanico…tutti a compiere la solenne processione.

Dalle scene storiche si passa a quattro scene simboliche che fiancheggiano le due aperture del recinto: su un lato le origini di Roma con da un lato il “Lupercale”, il rinvenimento dei gemelli Romolo e Remo, allattati dalla lupa e trovati dal pastore Faustolo in una grotta, e dall’altro il sacrificio fatto dal pio Enea agli dèi Penati a un’edicola posta il alto tra alberi e rocce; sull’altro lato due liete personificazioni, quella della Terra o della Pace, una donna con in braccio due fanciulli, accompagnata da due figure femminili, una su un mostro marino e l’altra su un cigno, a simboleggiare l’aria e l’acqua, e quella di Roma, una fiera donna armata seduta su un cumulo di armi, dominatrice indiscussa del mondo.

Un’opera senza una logica strutturale, senza organicità tra le varie parti che la compongono, un qualcosa che avrebbe fatto orrore ai Greci dell’età classica…ma al contempo un meraviglioso esempio di arte ufficiale romana!

Il gusto ellenistico per i soggetti pastorali e idilliaci continua a vivere, il fregio vegetale di ispirazione pergamena di II sec. a.C. sembra crescere davanti ai nostri occhi, rappresentazioni storiche e simboliche coesistono come nell’usanza italico-romana.

Il classicismo e il naturalismo ellenistico, modificati e fatti propri da Roma, vengono usati a servizio della propaganda augustea.

La pace sgorga dalle immagini, la prosperità simboleggiata dall’acanto richiama quella donata da Augusto, la Terra appare dominata da Roma conquistatrice…questo è il mondo in cui il cittadino romano viveva sotto Ottaviano!

Immutabile, piena di immagini apparentemente sconnesse tra loro, l’Ara Pacis Augustae ci parla di un’unica cosa.

Ci parla del princeps.

È il princeps stesso.


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