Apollo e Dafne.Dal mito di Ovidio al capolavoro di Bernini

“…il petto morbido si fascia di fibre sottili,

i capelli si allungano in fronde, le braccia in rami;

i piedi, così veloci un tempo, s'inchiodano in pigre radici,

il volto svanisce in una chioma: solo il suo splendore conserva.

Anche così Febo l'ama e, poggiata la mano sul tronco,

sente ancora trepidare il petto sotto quella nuova corteccia

e, stringendo fra le braccia i suoi rami come un corpo,

ne bacia il legno, ma quello ai suoi baci ancora si sottrae.”

(Ovidio, Le Metamorfosi)

Il mito di Apollo e Dafne rientra tra i racconti dell’antichità che hanno superato le barriere del tempo giungendo ancora “freschi di creazione” nel mondo moderno.

Il dio e la ninfa hanno affascinato e ispirato artisti poiché protagonisti di quegli intrecci mitologici fatti di amore, odio, svolte improvvise e un pizzico di magia che tanto piacciono ai mortali, proprio come le fiabe.

La storia di Apollo e Dafne rientra proprio tra questi ed è una storia dal sapore dolce-amaro, più amaro che dolce in realtà, narrata mirabilmente anche dal poeta Ovidio nelle sue Metamorfosi. Il dio del sole e della musica si innamorò perdutamente della ninfa Dafne, figlia del fiume Peneo e di Gea, ma questa gli sfuggiva, preferendo dedicarsi alla caccia come la dea Diana. Un giorno il dio, avendo appena ucciso il serpente Pitone, si vantò con Cupido, deridendolo per il fatto che portasse anche lui arco e frecce, armi niente affatto adatte a lui, e naturalmente il dio dell’amore decise di vendicarsi: colpì Apollo con una freccia d’oro che lo fece innamorare ancora di più di Dafne, e Dafne con una di piombo per farla ancora più rifuggire dall’amore. Vendetta è fatta e il dio ha mostrato tutto il suo potere: Apollo insegue disperato la ninfa che scappa e, sfinita, chiede aiuto al padre, affinché ponga fine al suo tormento e la trasformi in altro. Ed ecco che, mentre Apollo la raggiunge e cerca di afferrarla, ella comincia a tramutarsi in un albero di alloro!

È troppo tardi, neanche un bacio alla fanciulla che la trasformazione è compiuta ma Apollo decide che, se Dafne non potrà essere sua, allora l’alloro (in greco daphne significa proprio alloro!) sarà la pianta a lui sacra, la userà per ornare i suoi capelli, la sua faretra e la sua cetra e solo gli uomini più degno potranno porsela sul capo, come segno di vittoria.




E così fu.

Ora, il mito è meraviglioso, simbolo della battaglia tra la castità e il desiderio sessuale, con la conseguente trasformazione della donna per sfuggire alle pressioni del dio, donna che rimane simbolo di purezza accolto da colui che l’aveva costretta a tanto…ma oltre a ciò la metamorfosi di Dafne offre una bella sfida per qualunque artista voglia cimentarsi nell’impresa!

E l’artista che portò a compimento l’impresa in maniera davvero sorprendente fu Gian Lorenzo Bernini e a soli 24 anni.

Tra il 1622 e il 1625 Bernini creò per il cardinale Scipione Caffarelli-Borghese, nipote di papa Paolo V, il gruppo scultoreo di Apollo e Dafne, cogliendo l’attimo clou dell’evento in una perfetta “messa in scena teatrale”, in cui l’osservatore, da qualsiasi punto guardasse, poteva cogliere la metamorfosi della fanciulla in albero di alloro: insieme al dio Apollo che di corsa raggiunge l’amata e la cinge alla vita assistiamo al momento in cui il corpo di Dafne si trasforma in dura corteccia.

E ancora oggi possiamo assistere a questo miracolo, l’ultima delle commissioni del cardinale, nella Galleria Borghese di Roma. Un cartiglio si staglia alla base col distico:

“Chi amando insegue le gioie della bellezza fugace

riempie le mani di fronde e coglie bacche amare”

Un tentativo di apporre a un soggetto pagano un soggetto cristiano e di giustificare la presenza di una simile opera a Villa Borghese.



L’opera ebbe subito un grande successo per il suo essere spettacolare e terribile allo stesso tempo: Apollo viene proprio colto nell’attimo in cui sta terminando la sua corsa, dinamico in maniera meravigliosa, e giunge ad afferrare l’adorata ninfa, cingendola con la mano sinistra. Il dio ha i muscoli in evidenza e i tendini ben tesi per lo sforzo, il peso tutto poggiato sulla gamba destra mentre la sinistra è sollevata; il mantello nella corsa scivola ed è gonfiato dal vento così come i capelli ondulati. Dafne è nuda e si sottrae un’ultima volta all’abbraccio del dio, lottando per la sua verginità, inarca il busto in avanti ma la parte inferiore del corpo è ormai ancorata al terreno poiché la metamorfosi in albero è cominciata: il piede sinistro è ormai una radice, la stessa cosa sta accadendo anche al destro, il corpo sta divenendo corteccia e le mani levate verso l’alto stanno diventando ramoscelli di alloro così come i lunghi capelli.

I volti dei protagonisti sono incredibili: quello di Apollo pieno di stupore e delusione per non essere riuscito ad avere la ninfa, quello di Dafne, con la bocca e gli occhi spalancati, pieno di terrore per essere stata raggiunta ma anche di sollievo per il desiderio esaudito di essere trasformata.

Pieni e vuoti, luce e ombra, superfici lisce e superfici ruvide…l’opera del Bernini è equilibrio, pathos e bellezza struggente, un capolavoro di armonia in cui si può in parte rivedere l’Apollo del Belvedere, la statua a cui l’artista si era ispirato.

Il dramma di Dafne rivive ancora oggi così come anche l’amore del dio Apollo che, non potendo avere l’amata come sposa, la elevò a sua pianta sacra, indossandola per sempre.

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Emozione Arte 2020

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