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La ''Scapiliata'' di Leonardo da Vinci


La “Scapiliata” è una piccola tavola (realizzata con terra ombra, ambra e biacca) attribuita a Leonardo da Vinci conservata al Museo della Pilotta a Parma. Ad oggi è in mostra, insieme ad un altro gruppo di opere e documenti archivistici, sempre a Parma, realizzata in occasione del cinquecentenario della morte dell’artista. Che cosa rappresenta? Il volto di una donna, leggermente reclinato, con gli occhi socchiusi che guardano verso il basso e i capelli mossi, in maniera scomposta, forse dal vento.

La tavola è comparsa per la prima volta nel 1826. Ci troviamo a Parma quando il restauratore Francesco Callani chiede a Paolo Toschi, che allora era direttore dell’Accademia di Belle Arti di Parma, di poter vendere all’Accademia Ducale alcuni quadri appartenuti al padre, il pittore e scultore neoclassico Gaetano Callani. Con questa cessione, Francesco Callani desiderava avere in cambio un vitalizio governativo. Prima di cedere i quadri, si stilò un catalogo dettagliato di tutte le opere da lui possedute che, fortunatamente, è ancora esistente. Così recita il passo che cita il quadretto di Leonardo: «Testa in chiaro oscuro di donna. Leonardo da Vinci». Nella lista che accompagna l’inventario possiamo anche leggere «Testa di Leonardo d’Avinci rappresentante una Madonna a chiaro oscuro». Sembra quindi che nell’Ottocento non ci fossero dubbi: l’opera era di Leonardo da Vinci e rappresentava una Vergine. Le trattative che portarono Callani a cedere le opere furono più lunghe del previsto e si conclusero nel 1839. Donò, oltre alla “Scapiliata”, quindici dipinti, sei disegni, un busto in marmo e due in scagliola. In cambio ottenne la somma di 15.000 lire e non il vitalizio governativo che avrebbe voluto.

Cerchiamo adesso di entrare più nel dettaglio dell’opera. Intanto il termine “scapiliata” al tempo, non era inteso come capelli arruffati o scombussolati, ma indicava i capelli non raccolti, sciolti. È presente infatti lo stesso termine per un dipinto di Tiziano della collezione “Donna allo specchio mentre si pettina i lunghi capelli sciolti”, in cui si parla sempre di un “quadro dipintovi una donna scapigliata…”.



Ma la domanda che più preme fare è una. Come arrivò Francesco Callani ad avere l’opera e soprattutto la tavoletta è citata da Leonardo o dai suoi contemporanei? Le diciture “una testa con un’acconciatura” e “Una testa in profilo con bella capellatura” sono presenti in un elenco di opere che Leonardo voleva portarsi a Milano da Firenze nel 1482. Nello stesso elenco era presente anche “una testa in faccia ricciuta” e questo sottolinea come Leonardo avesse molto caro lo studio delle teste di donna e il tema dei capelli ricci mossi dal vento. Infatti in tantissime sue opere troviamo personaggi con i capelli sciolti e mossi: l’angelo della seconda versione della “Vergine delle Rocce” e nella figura di “Leda e il cigno” di cui oggi, purtroppo, rimangono solo delle copie (di cui una alla Galleria Borghese di Roma e l’atra negli Uffizi).

Su come Francesco Callani sia entrato in possesso dell’opera è ancora da stabilire. Non sappiamo infatti come il padre acquisì la tavoletta.

Un’altra domanda lecita è sapere se l’opera sia volutamente non finita o se si tratti invece di un’opera completa. Sotto questo punto di vista, se si considera “La Scapiliata” opera non finita e quindi volutamente incompiuta, appare strano voler trovare un committente. Perché l’avrebbe richiesta non finita? (in ogni caso tra poco vedremo i possibili committenti che sono stati ipotizzati). È forse più plausibile pensare che la tavoletta sia stata dipinta con la volontà di essere poi perfezionata. Era probabilmente uno dei tanti studi leonardeschi che servivano al maestro per approfondire delle tematiche, in questo caso il movimento dei capelli mossi dal vento. La cosa certa è che l’opera si è trovata per un buon periodo a Milano, dato che Bernardino Luini, un allievo del da Vinci, dipinse molti quadri che si rifacevano volutamente alla “Scapiliata”. In “Maria Maddalena”, del 1525, oggi a Washington, alla National Gallery, è evidente un chiaro rimando alla “Scapiliata” e ad alcuni studi di Leonardo. In particolare si rifà a dei disegni che ritraggono due donne che recano in mano un recipiente, realizzate per approfondire dei temi biblici, che si trovano su un foglio del Courtauld Institute of Art di Londra. In ogni caso sarà un tema affrontato in tutta la Lombardia (lo userà anche Giovanni Agostino da Lodi), per poi spostarsi a Firenze (Piero di Cosimo, Verrocchio e Botticelli).

Sul problema della committenza, Adolfo Venturi mise in relazione la “Scapiliata” con una citazione fatta da Ippolito Calandra (segretario dei Gonzaga a Mantova) nel 1531. Calandra era stato incaricato di scegliere i pezzi d’arte per arredare l’appartamento di Margherita Paleologa nel Castello di San Giorgio a Mantova, subito dopo il suo matrimonio con Federico II Gonzaga. Rimane una lettera che il Calandra aveva inviato al futuro sposo (era il 28 ottobre 1531) dove è scritto che nella camera si poteva esporre un “Cristo scurto” di Andrea Mantegna, un “San Girolamo” di Tiziano, una “Santa Caterina” di Giulio Romano e un dipinto non definito di Leonardo da Vinci, che era un dono di nozze del conte Nicola Maffei. A questo punto ci si chiede quale fosse questo quadro di Leonardo. Dopo tante ricerche gli studiosi si accorsero che il nome di Leonardo compariva tra i documenti dei Gonzaga un secolo dopo, in particolare nell’Inventario delle loro collezioni, stilato tra il 1626 e il 1627 da Vincenzo II Gonzaga, poiché si voleva vendere la “Celeste Galleria” al re Carlo I d’Inghilterra. In una carta dell’inventario si legge quanto segue: «Un quadro dipintovi una testa d’una dona scapiliata, bozzata, con cornici di violino, oppera di Lonardo d’Avinci, stimato lire 180». Quanto scritto è di vitale importanza, perché prima di tutto ci dice, senza alcun dubbio, che la tavola è di Leonardo, e inoltre ha un valore altissimo, dovuto anche alla cornice, riccamente decorata e intagliata con il trapano detto proprio “violino”. E già da questo inventario seicentesco l’opera era definita “scapiliata”. Nonostante fosse passato un secolo dal matrimonio tra Margherita Paleologa e Federico II, tanti critici hanno stabilito, senza alcun dubbio, che l’opera di Leonardo, donata da Nicola Maffei per le nozze, fosse proprio la “scapiliata” citata nell’inventario. In ogni caso però non sappiamo ancora il committente. Non è detto che fosse Nicola Maffei (non sappiamo come sia entrato in possesso della piccola tavola) perché non è specificato. A questo punto è allora lecito pensare che l’opera non abbia mai avuto un committente e che Leonardo l’abbia realizzata per puro scopo di studio e per poter essere perfezionata in seguito, dato che, come è stato detto precedentemente, non rientra nelle opere “non-finite”. Rimane comunque da capire come Nicola Maffei ne sia venuto in possesso.

Rimane scoperto il problema della cronologia dell'opera, dettaglio anche questo non privo di domande irrisolte. Secondo alcuni lo stile è vicino alla seconda versione della "Vergine delle Rocce" (conservata a Londra) che, come abbiamo detto prima, sembra avere dei chiari rimandi soprattutto nella figura dell'angelo. Forse era uno studio preparatorio?

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