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L’armonia e la perfezione fatte statua: l’Apollo del Belvedere


Si chiama Apollo del Belvedere e a partire dal XVIII secolo venne considerato uno dei capolavori dell’arte e un vero e proprio modello di perfezione estetica.

Ma procediamo con calma.

Conosciuta anche come “Apollo Pitico” la statua del luminoso dio del sole e delle arti è conservata oggi nel Cortile Ottagono del Museo Pio-Clementino, complesso dei Musei Vaticani. Ritrovata verso la fine del XV-inizio XVI sec. in una zona imprecisata del feudo di Nettuno, era nel territorio in cui un tempo sorgeva la città romana di Antium, abbandonata nel V sec. d.C. a seguito dell’invasione dei Visigoti: quello che si presentò davanti agli occhi degli esploratori era un insieme di ruderi sparsi. Nonostante il tragico spettacolo Giulio II nel 1505 ordinò l’esplorazione archeologica del territorio e il risultato fu una grande raccolta di reperti, la loro decontestualizzazione e vendita anche all’estero e il riuso di materiali da costruzione che cancellò la presenza dell’antica città.

L’Apollo entrò a far parte della collezione del cardinale Giuliano della Rovere nel suo palazzo a Santi Apostoli e successivamente trasferita in Vaticano: è qui che oggi lo troviamo e possiamo ammirarlo, restaurato ed integrato nelle parti mancanti (mano sinistra e parte inferiore del braccio destro) da Giovanni Angelo Montorsoli, scultore e collaboratore di Michelangelo.

Entriamo nel Cortile Ottagono e guardiamolo più da vicino.

È una statua marmorea risalente alla seconda metà del II sec. d.C., nel periodo in cui ormai la Grecia era sotto il controllo di Roma, copia di un esemplare bronzeo realizzato tra il 350 e il 325 a.C. dal greco Leocare, l’artista che era stato chiamato a partecipare alla decorazione del Mausoleo di Alicarnasso, una delle Sette meraviglie del mondo.

Il nostro dio incede in maniera regale e sembra avere appena vibrato un colpo con l’arco che doveva impugnare nella mano sinistra, il colpo che fu fatale a Pitone, la divinità ctonia drago-serpente che dimorava a Delfi.

Ecco spiegato il perché dell’ulteriore denominazione “Apollo Pitico” ma andiamo a scoprire il perché di questa lotta con Pitone.



Figlio di Gea, Pitone su ordine di Zeus, spinto dalla gelosa Era, perseguitò crudelmente e a lungo Latona, madre dei gemelli Apollo e Artemide, generati con lo stesso padre degli dèi, costringendola continuamente a fuggire. Una volta adulto Apollo decise di vendicare le sofferenze subìte dalla madre andando in cerca del mostro: lo scovò ai piedi del monte Parnaso, il sacro luogo di Delfi, lo fece uscire con l’astuzia dalla sua grotta e lo uccise con le sue frecce mortali.

La grotta divenne l’Oracolo di Delfi, il luogo fu consacrato ad Apollo divenendo il santuario più famoso del mondo antico e il dio si guadagnò l’appellativo di “Pitico” in ricordo della sua vittoria.

Ma torniamo alla statua…alto 2.24 m Apollo, giovane e bello, incede dopo aver scoccato la sua freccia, fermo nel momento in cui, dopo la torsione del corpo, i muscoli iniziano a rilassarsi.

Nudo ad eccezione della clamide che, appuntata sulla spalla destra, si rovescia sul braccio sinistro, presenta una muscolatura ancora tesa che lascia intendere lo sforzo seguente alla battaglia, mentre la capigliatura folta ed elaborata, con i capelli raccolti in un ciuffo sopra la fronte, ricade in boccoli fluenti sul collo; il capo è cinto da una fascia ornamentale che indica il personaggio come una divinità, i calzari ai piedi sono elaborati e il panneggio creato dalla clamide anima il vuoto che viene a crearsi tra il corpo e il braccio sinistro steso.

La figura è in posizione chiastica, imita una X, giocando con braccia e gambe attive e a riposo, ma lo schema tipico del VI-V sec. a.C. è qui meno rigido e dona alla scultura eleganza, naturalezza e dinamismo: il braccio sinistro è disteso in avanti e leggermente rilassato, quello destro è portato all’indietro dopo aver scagliato la freccia mortale, la mano distesa, la gamba destra avanza con grazia mentre quella sinistra è arretrata, il piede sinistro sollevato.

L’espressione è trionfante, le narici dilatate, la bocca leggermente dischiusa, lo sguardo fisso davanti a sé…è un Apollo vittorioso, un Apollo invincibile.

Quello che l’osservatore prova è di essere al cospetto dell’assoluta perfezione del corpo, di una giovinezza che non può sfiorire, della capacità di distaccarsi dalla realtà contenendo le emozioni. In poche parole di trovarsi dinnanzi a un dio!

Nulla ricorda la mortalità dell’uomo, non ci sono vene, la pelle è senza imperfezioni e liscia, non vi sono sforzo e fatica, solo pace infinita…un corpo ideale degno di un dio.

Apollo diventa “l’uomo” ideale a cui mirare.

L’Apollo del Belvedere ancora oggi è considerato una delle più belle opere dell’antichità e deve ciò anche all’ammirazione provata da Winchelmann, il quale la considerava una sublime espressione dell’arte greca, dotata di “nobile semplicità e quieta grandezza”.

“Il più alto ideale dell’arte tra le opere antiche che si sono conservate fino a noi”, l’amore di Winchelmann, vi aspetta ai Musei Vaticani!


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