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Chi vince e chi perde. Il mosaico della battaglia di Alessandro Magno


“Io non ho paura di un esercito di leoni, se sono condotti da una pecora. Io temo un esercito di pecore, se sono condotte da un leone.”

Queste le parole di Alessandro Magno.

Alessandro il Grande.

Il re macedone che si cimentò nella conquista dell’Asia.

Ma quale fu l’evento che aprì la strada alla conquista del suo impero? La cosiddetta battaglia di Isso.

Siamo nel 334 a.C. Alessandro invade l’Asia Minore e prosegue occupando l’intera Anatolia mentre il re dei Persiani, Dario III, comincia a radunare la sua armata a Babilonia. I macedoni avanzano e conquistano e le città costiere della Fenicia cominciano a ribellarsi al dominio persiano ma la Persia può ancora sconfiggere gli invasori raggiungendo il golfo di Isso e prendendoli alle spalle. Dario è sempre più vicino e Alessandro marcia verso sud per intercettare il nemico che però decide di proseguire verso nord, tentando di aggirare i Macedoni ed entrare in Cilicia da nord: la manovra di aggiramento ha esito positivo e l’esercito persiano occupa Isso senza incontrare resistenza. Adesso Dario si trova alle spalle dei Macedoni e blocca loro i rifornimenti.

Alessandro marcia verso Isso e i Persiani avanzano a sud sulla riva destra del fiume Pinarus, disponendosi sulla stretta pianura costiera di Isso: il campo di battaglia, con un ridotto spazio di manovra, risulta sfavorevole per un esercito così numeroso come è quello persiano, mentre al contempo favorisce le minori forze macedoni. Ma Dario è costretto ad agire subito per evitare uno scontro in inverno e un ritiro per mancanza di rifornimenti, a causa della ribellione della Fenicia.

Inizia lo scontro e l’ala destra macedone risulta decisiva per la vittoria di Alessandro: ai piedi delle montagne sbaraglia il fianco sinistro persiano, lo indebolisce e si apre un varco tra le linee nemiche; Alessandro riesce a raggiungere quasi Dario e si racconta che cercò di colpirlo con una lancia non riuscendovi.

Dario si dà alla fuga, l’esercito persiano è sconfitto e Alessandro comincia la conquista dell’impero.

Una battaglia storica quella di Isso, marchiata a fuoco nella mente degli sconfitti e soprattutto dei vinti, una battaglia che si è voluta celebrare anche nell’arte.

Ed è qui che entra in scena un celebre mosaico, conservato oggi al Museo Archeologico di Napoli e ritrovato il 24 ottobre del 1831 a Pompei, nella pavimentazione della Casa del Fauno.



La scena ritratta è proprio quella della celebre battaglia di Isso del 333 a.C. ma…perché è presente a Pompei?

L’opera, della fine del II sec. a.C., è probabilmente una copia di un celebre quadro ellenistico attribuito a Filosseno di Eretria e databile al IV sec. a.C., realizzato per il re Cassandro poco dopo la morte di Alessandro Magno.

Il mosaico, realizzato con circa un milione e mezzo di tessere ed estremamente dettagliato (la tecnica è quella dell’opus vermiculatum in cui le tessere vengono posizionate in maniera asimmetrica, seguendo il contorno delle immagini raffigurate), venne forse commissionato dal ricco proprietario della Casa del Fauno, i cui antenati avevano avuto rapporti con il macedone: in ricordo di ciò il dipinto originale del pittore Filosseno venne utilizzato come modello a cui ispirarsi!

Avviciniamoci ora a questo capolavoro, la cui bellezza non risulta minimamente intaccata dal fatto che sia parzialmente rovinato.

Il campo di battaglia è completamente piatto, disseminato dai resti del combattimento, unico elemento paesistico un albero morto e spoglio sulla sinistra del quadro: un albero che è la chiave di interpretazione del quadro, un albero che ci dice quale sia la battaglia descritta, la battaglia di Isso, conosciuta anche come “la battaglia dell’albero secco”.

Sulla scena si agitano i combattenti, al centro il carro da guerra del re Dario, adorno e imponente. Da sinistra, la parte più danneggiata, arriva a cavallo di Bucefalo Alessandro, quasi un’apparizione sovrumana e incredibile con i capelli scomposti divisi a metà della fronte, i grandi occhi spalancati e spiritati e l’espressione decisa di chi sa che vincerà, sulla corazza raffigurata Medusa; Dario a destra guarda atterrito Alessandro, gli occhi spaventati e increduli, lo indica con la mano destra, cerca di incitare i suoi uomini a reagire, mentre il cocchiere del suo carro già frusta i cavalli per fuggire.


Il campo sembra spalancarsi all’arrivo impetuoso del re macedone, attorno a lui cadono uomini, tra i due sovrani un cavaliere, il fratello di Dario III, cerca di rallentare la corsa di Alessandro e viene trafitto da una freccia, un soldato sta per essere schiacciato dal carro di Dario e il suo volto terrorizzato è riflesso sul suo stesso scudo. Tutto è tragedia, tutto è sconquasso, lance minacciose si levano verso il cielo, dando il senso della profondità ed evocando il frastuono della battaglia. Il colore guizza su volti, cavalli e armature, l’idea del tumulto è quasi tangibile, la resa dei particolari è incredibile, il naturalismo assoluto permea i personaggi principali della vicenda.

Tutto è tragicità, tutto segna la fine e l’inizio di qualcosa.

Ma lo sguardo torna sui due sovrani protagonisti, i cui occhi si incrociano e i cui volti sono specchio di due situazioni differenti: il volto di Alessandro è risoluto, duro, implacabile, quello di Dario angosciato e impaurito, consapevole della fine. Dario fugge chiamando i soldati a un’ultima difesa, Alessandro si appresta all’inseguimento.

Il terrore del vinto e la sovrumana audacia del vincitore.

Ci perde e chi vince.

Dario ed Alessandro riassumono il destino degli uomini.


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