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Atena e Marsia. Ragione e bestialità. Dal mito alla rappresentazione di Mirone


"Perché mi scortichi?" chiese;

"Ahimè! mi pento!" gridava "un flauto non vale tanto!"

Ma mentre egli disperava gli fu strappata la pelle dalle membra

Nient'altro era che una ferita; ovunque promana il sangue,

si scoprono i muscoli liberi e, rilasciate, senza pelle,

pulsano le vene; potresti contare

le viscere zampillanti e le fibre sanguigne.»

C’erano una volta, al tempo degli déi, degli eroi e delle creature magiche e bestiali, la dea della saggezza, Atena, e una divinità minore dei boschi, il selvaggio sileno Marsia.

Il mito narra che un giorno Atena, piena di inventiva, creò dal nulla l’aulos, il flauto, ma, nonostante la splendida creazione, lo gettò via vedendo quanto suonandolo le si deformassero e gonfiassero in maniera orribile le gote. Accorse il bestiale Marsia che, raccoltolo, venne percosso dalla dea. Subito dopo l’incauto sileno riprese in mano l’affascinante strumento e iniziò a suonarlo emettendo note così splendide e sublimi che le folle iniziarono a celebrarlo come migliore del dio della musica Apollo. Pieno di orgoglio Marsia non le contraddisse finché la notizia un giorno giunse proprio alle orecchie di Apollo, il quale sfidò il sileno (secondo un’altra versione fu Marsia stesso a sfidarlo): il vincitore, deciso dalle Muse, avrebbe fatto del vinto ciò che avesse voluto. Al termine della prima prova le Muse decretarono un pareggio, con il relativo disappunto di Apollo, e il dio sfidò Marsia a rovesciare il suo strumento e a suonare. Mentre il dio riuscì a rovesciare la cetra e a suonarla, Marsia non poté fare lo stesso col flauto e il vincitore venne decretato.

Come punizione per la propria superbia, la famosa hýbris, il dio punì il sileno legandolo a un albero e scorticandolo vivo.

Questa la storia, alla quale molti artisti si sono ispirati per creare opere d’arte uniche e meravigliose, in particolar modo raffiguranti la crudele punizione del sileno. Un esempio? Lo splendido gruppo di Atena e Marsia opera dello scultore Mirone, il creatore del famoso Discobolo! La prima rappresentazione artistica del mito in un’opera andata perduta.



Ci troviamo alla metà del V sec. a.C., negli anni tra il 460 e il 430 a.C., un momento fondamentale per l’arte e la scultura greche, un momento in cui si sta compiendo il passaggio decisivo dallo stile severo allo stile classico. Ma qui, con Mirone, siamo ancora nel mezzo dello stile severo, con tutti gli studi sul movimento che comporta, con le statue che prendono vita e consapevolezza della loro posizione nello spazio: Mirone è l’artista che riesce a riprodurre il movimento nella staticità della scultura!

Oltre al famoso Discobolo è il creatore del gruppo di Atena e Marsia, un gruppo in bronzo, non più visibile, che Pausania ci racconta di aver visto sull’Acropoli di Atene, oggi ricomposto con copie marmoree, le migliori delle quali sono quelle nel Museo Profano Lateranense con il Marsia del Laterano (156 cm) di I d.C. e un calco in gesso della Atena Lancillotti (149 cm), lacunoso ma più vicino stilisticamente al Marsia (un’altra è quella di Francoforte). Proprio dalla copia romana esposta nei Musei Vaticani possiamo vedere in cosa consistesse il gruppo ateniese pensato e realizzato da Mirone.

L’episodio è quello della creazione del flauto da parte di Atena che, irritata per come le gote le si deformino suonandolo, lo getta; Marsia lo raccoglie per imparare a suonarlo ma la dea, gelosa, lo ferma. Sulla destra c’è il sileno Marsia colto nell’atto di arretrare di colpo di fronte alla dea Atena rappresentata a sinistra e in quello, al contempo, di avanzare per raccogliere il flauto a terra: la creatura ferina e nuda, con lo sguardo puntato verso il basso e le braccia spalancate in un gesto di stupore, rimane bloccata in una posa sbilanciata e sgraziata con il piede destro in avanti e il corpo gettato all’indietro, come se una forza la avesse bloccata dal prendere l’oggetto della contesa. La dea si ritrae lentamente dall’oggetto amato/odiato verso destra, la testa ancora rivolta verso sinistra, a guardare con sguardo schivo il flauto, splendidamente ammantata nel suo peplo. Al centro della composizione lo strumento oggetto della contesa, su cui si concentrano gli sguardi dei protagonisti e da cui i loro corpi divergono.


È l’attimo di passaggio ad essere colto, il momento che in seguito segnerà la tragica fine di Marsia, un attimo in cui centrale per l’autore è anche la ricerca del contrasto. Il contrasto tra la postura nervosa e scomposta del sileno e quella ritta ed elegante della dea, tra il corpo nudo e nervoso del primo e il morbido panneggio della veste della seconda, tra la selvaggia virilità del primo e la bellezza virginale della seconda, tra la bestialità e la ragione.

È questo un tema ricorrente nel periodo in cui ci troviamo, quello delle Guerre Persiane, in cui la Grecia anche nell’arte mostra il conflitto da cui è uscita vincitrice, un conflitto appunto tra ragione è bestialità: può essere uno scontro tra Lapiti e Centauri (sul frontone occidentale del tempio di Zeus a Olimpia) oppure, in questo caso, uno scontro tra Atena e Marsia, in cui la dea non appare più come una serena protettrice, bensì come una fanciulla pensosa che partecipa all’azione.

E tra il bestiale e attivo Marsia e la pensosa ed elegante Atena sarà la seconda ad avere la vittoria, proprio come la città di Atene.

Ma qui c’è solo l’inizio della vicenda. Ci sono solo i presupposti e solo alla fine l’avido sileno, simbolo della Persia, metà uomo e metà animale, pagherà cara la sua superbia, finendo scorticato vivo dal dio Apollo, ulteriore figura vincitrice della ragione che trionfa sulla bestialità.

Tutto per un flauto.

#ApolloeMarsia #Mirone #artegreca

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