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La ''Ragazza con l'orecchino di perla'' di Vermeer:la ''Gioconda del Nord


L’arte fiamminga è qualcosa di spettacolare. I dettagli, i colori, la precisione… sono tutti elementi che rendono il quadro qualcosa di unico. Tempo fa parlammo del quadro di Jan van Eyck “I coniugi Arnolfini” (di cui vi lascio il link). Oggi invece discuteremo del dipinto di un altro famoso fiammingo: Jan Vermeer. Chi non conosce il ritratto della “Ragazza con l’orecchino di perla”, anche detto “Ragazza con turbante”? Ne sono stati tratti libri e anche un film (molto fantasioso) sulla storia della ragazza ritratta. Ma chi è? Si tratta di una donna davvero esistita? Oppure è frutto dell’immaginazione del pittore? Sembra un po’ di rivedere la storia enigmatica della “Gioconda” di Leonardo da Vinci. Anche in quel caso la donna ritratta è avvolta da un alone di mistero. Chi è? Lisa del Giocondo? Bianca Sforza? La madre defunta del pittore? Oppure è la rappresentazione ideale della “sophia”? (secondo la recentissima interpretazione di Franco Paliaga, di cui vi invito a leggere il libro “L’enigma svelato”, Campano Edizioni, 2018). Non a caso la “Ragazza con l’orecchino di perla” è stata chiamata anche la “Gioconda del Nord”. I ritratti quindi hanno da sempre affascinato critici, conoscitori e amanti dell’arte. Da sempre ci intriga scoprire l’identità della persona raffigurata e il perché è stata ritratta proprio in quel particolare modo. Soprattutto, l’enigma diventa ancora più affascinante, quando si conosce poco della vita personale e artista del pittore. Di Leonardo abbiamo parecchie notizie, ma anche numerosi buchi, ultimamente però, sono emerse nuove interessantissime scoperte (inoltre su di lui abbiamo la biografia del Vasari, le testimonianze del de Beatis, gli inventari dei beni del Salai, non poche testimonianze). Su Vermeer invece conosciamo davvero poco. In tutto abbiamo una trentina di quadri, alcuni anche di dubbia attribuzione e inoltre, cosa da non sottovalutare, non abbiamo idea di chi fosse stato il suo maestro. Dall’analisi però dei suoi primissimi quadri, sembra ci sia stata un’influenza italiana. Guardiamo ad esempio l’opera “Diana e le ninfe” datata 1654-56 e conservata al Museo Mauritshuis, L'Aia (come la “Ragazza con l’orecchino di perla”). Vermeer aveva vent’anni quando lo dipinse. Qui la tradizione italiana sembra essere stata carpita perfettamente. Il pittore non rappresenta un momento preciso della vita di Diana, in primo piano c’è però una ninfa che sta lavando i piedi alla dea. Sembra una citazione al famoso “Spinario” dei Musei Capitolini. Anche la resa dei panneggi e i colori sono tipici della tradizione italiana e classica greco-romana. È il suo unico quadro mitologico e dove compare un animale (il cane), l’unico in cui non c’è una veduta di città, che sarà poi un genere ampiamente utilizzato dall’artista. Dove però Vermeer ha ripreso questo stile? Non sono registrati suoi viaggi in Italia. È nato a Delft e morì a Delft. Fece solo un viaggio ad Amsterdam, ma rimase sempre nella sua terra di origine. Interessante è a questo punto la sua amicizia con il pittore Leonard Bramer (anche detto Leonardo delle Notti) che, olandese anche lui, fece dei viaggi in Italia, conoscendo pittori come Agostino Tassi (il violentatore di Artemisia Gentileschi) e Orazio Gentileschi. Sappiamo che Bramer fece anche da testimone di nozze a Vermeer. Chissà cosa gli raccontò dell’Italia e della sua arte. In ogni caso è evidente che Vermeer apprese molto bene la nostra tradizione, tanto che il suo quadro “Diana e le ninfe” ricorda moltissimo il dipinto di Orazio Gentileschi “Mosè salvato”.




[Jan Vermeer, "Diana e le ninfe", 1654-56, Mauritshuis, l'Aia]

Torniamo però alla relazione tra la “Ragazza con l’orecchino di perla” e la “Gioconda” leonardesca. Certo, è innegabile la differenza stilistica di Leonardo e Vermeer, sia per il fatto che sono nati e vissuti in due epoche diverse, sia perché operavano in due culture artistiche lontanissime tra loro. In Leonardo è chiara la tradizione quattrocentesca del ritratto: donna ritratta a mezzo busto, volto frontale allo spettatore, paesaggio di sfondo, che poi in Leonardo diventa ancora più importante visti i suoi studi sulla natura, sui moti dell’acqua e sull’erosione delle rocce. In Vermeer il ritratto è più “innovativo”, se così possiamo chiamarlo. La donna si volta verso lo spettatore e lo sfondo è scuro, facendo così risaltare maggiormente la figura. Ma si tratta davvero di un ritratto?

Ultimamente si pensa (e sembra che sia la tesi più veritiera) che la ragazza dipinta da Vermeer non sia mai esistita. Non sappiamo nulla del quadro, non si hanno fonti documentarie che possano attestare la sua identità. È stata scartata anche l’ipotesi che si tratti una delle figlie di Vermeer, dato che non esistono ritratti delle figlie che possano essere comparati. Questo genere di ritratti in Olanda aveva il nome di “tronie”, ossia ritratti anonimi, una categoria di “serie b” che esisteva nell’Olanda dell’epoca e che usò anche Rembrandt. Nell’inventario dei suoi beni, redatto nel 1676, figurano delle “tronie”, ma nessuno sembra possa essere identificato la “Ragazza con l’orecchino di perla”. Il dipinto compare per la prima volta nel 1881, messo all’asta all’Aia da un certo Braams e comprato per soli due fiorini, un prezzo davvero ridicolo, dal collezionista Arnoldus del Tombe. Arrivò nel museo Mauritshuis nel 1903. Ovviamente la datazione è stata stabilita tramite dei paragoni con altri suoi quadri con stile simile, come la “Donna con brocca d’acqua”.

Rispetto alla “Gioconda” però, la “Ragazza con l’orecchino di perla” ha un volto più “avvenente”, è più sensuale, cosa che la Monna Lisa non ha. Lei sembra davvero un ritratto idealizzato, potrebbe proprio essere la “sophia” come detto da Franco Paliaga. La giovane ragazza di Vermeer indossa un turbante alla turca formato da due sciarpe di sete intrecciate tra loro e visibile sul suo lobo è un bellissimo orecchino di perla, di dimensioni davvero cospicue. Che cosa ha fatto ipotizzare che la donna ritratta non sia mai esistita? Intanto la mancanza di documenti (che però potrebbero anche essere andati perduti), poi la presenza del turbante, proveniente sicuramente dalla Turchia e molto costoso, come del resto la perla indossata all’orecchio. In quell’epoca le perle erano rare, soprattutto così grandi (non esistevano ancora gli allevamenti) e si trovavano quindi solo dentro le ostriche. Chi poteva permettersele erano solo persone aristocratiche, davvero ricche. Probabilmente Vermeer ha preso dei brani di volti diversi a lui conosciuti e li ha messi insieme creando questo meraviglioso ritratto. Come abbiamo detto poco fa in quell’epoca esisteva il genere delle “tronie”, questi ritratti di fantasia che servivano al pittore per studiare nuovi volti, nuovi caratteri, nuovi tipi. E il fatto che le “tronie” comparissero nell’inventario dei beni del pittore olandese, ne conferma il suo utilizzo.

Molto probabilmente (la certezza per stabilirlo non la si ha) la “Ragazza con l’orecchino di perla” compariva nell’inventario di un certo Johan Larson, uno scultore dell’Aia, insieme ad un altro dipinto. Entrambi erano citati appunto come tronie con le denominazioni di “Troni alla turca” (la “Ragazza con l’orecchino di perla”) e “troni all’antica”, un altro ritratto di donna idealizzata. Questo ancora di più sembra fortemente costruito, quasi una pietra liscia su cui è stato costruito un volto volumetrico, squadrato, ma che presenta le caratteristiche della moda dell’epoca: l’assenza di sopracciglia, come d’altronde la “Ragazza con l’orecchino di perla”.


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