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Il ''Salvator Mundi'' di Leonardo. La storia del quadro più pagato di sempre


Un Cristo a mezzo busto, volto ieratico, giudicatore. La mano sinistra regge un globo trasparente, la mano destra benedice. È il “Salvator Mundi” di Leonardo da Vinci, la famosa tavola venduta lo scorso novembre per ben 450 milioni di dollari, dalla casa d’aste Christie’s ad uno sceicco arabo che l’ha portata poi al Louvre di Abu Dhabi. Se ne è parlato tantissimo in quei giorni, era diventata un caso mediatico perché è stato un record. Mai prima d’ora era stata raggiunta una tale cifra per un’opera d’arte.

Oggi ci addentreremo nella sua intricata storia, veramente complessa e ancora piena di domande. Non esistono documentazioni antecedenti il 1650 che possano attestare la presenza di un “Salvator Mundi” leonardesco, né tanto meno individuarne la committenza. Questa è infatti la domanda più gettonata. Chi ha richiesto l’opera e perché?

Come abbiamo scritto poco fa, la prima testimonianza della tavola risale al 1650, grazie ad un’incisione realizzata da Wenceslaus Hollar, incisore che, nato a Praga nel 1607 e dopo essere stato incisore personale del collezionista brittanico Thomas Howard, XXI conte di Arundel, cominciò a lavorare anche per gli Stuart d’Inghilterra, realizzando incisioni delle loro collezioni, dove figurava anche un “Salvator Mundi” di Leonardo da Vinci. Le fonti ci dicono infatti che la tavola vinciana era stata posseduta da ben tre re d’Inghilterra. Il primo di cui ci occuperemo e quello più importante ai fini della storia, è Carlo I Stuart. Era salito al trono nel 1625 e aveva sposato Henrietta Maria di Francia dopo averla conosciuta a Parigi durante una sosta (si era infatti recato in Spagna insieme al duca di Buckingham, per prendere in moglie l’Infanta Maria, il cui padre negò però il matrimonio). Carlo I non fu uno dei migliori re d’Inghilterra: chiese più volte soldi al Parlamento e condusse in modo fallimentare la Guerra dei Trent’anni. Dopo la sconfitta chiese aiuto al Parlamento che glielo negò drasticamente condannandolo a morte. Cercò di scappare prima ad Oxford e poi in Scozia. Fuggì alla fine nell’isola di Whight, invece la famiglia riparò in Francia, alla corte di Luigi XIV. Subentrò l’era dei parlamentaristi di Cromwell e ci furono saccheggi spietati anche dei beni del re (che come vedremo dopo, saranno venduti all’asta). Carlo I fu decapitato in pubblica piazza. Nel 1651 viene stilato un inventario dei beni della corona: figura anche un “Salvator Mundi” di Leonardo. La domanda che sorge spontanea è una. Come arrivò l’opera a Londra? Carlo I non è il committente e non sembra essere stato nemmeno tanto legato all’opera. I “sospetti” ricadono così su Henrietta Maria. Inoltre, nota importantissima, Leonardo non soggiornò mai a Londra.




Torniamo così ad Hollar, l’incisore degli Stuart. Oltre all’incisione del “Salvator Mundi”, che forse realizzò sulla base di un disegno andato perduto, disegnò anche un’incisione della “Veduta di Greenwich” chiesta dalla regina Henrietta Maria. Che sia stata lei a chiedere ad Hollar di realizzare l’incisione? In quell’anno infatti la tavola di Leonardo stava già prendendo le vie delle aste e Henrietta Maria deve essersi sentita perduta senza la sua tavola devozionale (che teneva nel suo gabinetto nel Palazzo di Greenwich). L’incisione riporta la data 1650. Hollar però non si trovava più a Londra in quell’anno, ma ad Anversa. Era scappato insieme al conte di Arundel dopo la morte di Carlo I e l’arrivo di Cromwell. Com’è possibile allora che abbia realizzato l’incisione senza avere il modello? Hollar tornerà in Inghilterra nel 1652, c’è anche Carlo II, uno dei figli di Henrietta Maria e Carlo I. La regina è esule in Francia. Se quest’ultima è la committente dell’incisione, Hollar avrebbe potuto far recapitare la stampa senza didascalia. Forse la voleva come ricordo del suo matrimonio e del marito ormai defunto. Non abbiamo però testimonianze documentarie che sia arrivata in Francia da Anversa.

Arriviamo così alla domanda: come è arrivata a Londra la tavola di Leonardo? L’ha commissionata Henrietta Maria? Dove la dipinse Leonardo? Purtroppo non si potranno dare risposte certe a quasi nessuna delle questioni, ma si potranno analizzare ipotesi più che valide, capaci di far comprendere meglio tutta l’intricata storia.


Si ritiene che Leonardo abbia realizzato la tavola durante uno dei due soggiorni a Milano. Le piste da seguire sono due. Vediamo la prima. Leonardo ha dipinto il “Salvator Mundi” entro il 1500. In questo anno il ducato degli Sforza era stato conquistato da Luigi XII di Valois-Orleans, predecessore del famoso Francesco I che ospitò Leonardo ad Amboise. Ludovico il Moro era stato confinato al castello della Loches, dove poi morirà dieci anni dopo. Leonardo si mette così dalla parte dei francesi, lavorando con loro. Quando però il Moro torna in città, deciso a condannare tutti quelli che si erano messi contro di lui, Leonardo scappa a Mantova, dove si trovava Isabella d’Este, moglie di Ludovico il Moro. Isabella conosceva Leonardo e la sua fama da ritrattista. Conosceva i famosi ritratti di Cecilia Gallerani e Ginevra de’Benci. Anche lei voleva un ritratto dal maestro, ma riuscirà solo ad avere un disegno preparatorio. Del 1504 è un documento interessante: Isabella ha chiesto a Leonardo un dipinto con un “Cristo giovinetto, de anni circa duodeci”. È impossibile si tratti della nostra tavola. Il Cristo del “Salvator Mundi” non ha assolutamente dieci anni. Peccato! Sarebbe stata una pista interessante e avrebbe dato risposta alla domanda della committenza della tavola.

Occupiamoci così della seconda pista, quella che forse potrà darci maggiori risposte. La protagonista è Isabella d’Aragona, moglie di Gian Galeazzo Sforza, nipote di Ludovico il Moro. I due si sposano nel febbraio del 1489 e vengono relegati nel castello di Pavia dal Moro, in modo che fossero lontani da Milano. Cinque anni dopo Gian Galeazzo muore, forse avvelenato dallo zio. Il sovrano di Napoli dichiara guerra al Moro. Arriva Carlo VIII re di Francia e poi il suo successore Luigi XII di Valois-Orleans che abbiamo già incontrato prima. Il Moro è costretto a chiedere aiuto all’imperatore Massimiliano d’Asburgo e fugge da Milano. Isabella rimane in città con il figlio, sperando che Luigi XII lo elevi a duca, ma non sarà così. Lo darà in sposa alla figlia e li chiuderà dentro un’abbazia in Francia. Isabella d’Aragona, ormai affranta, decide così di tornare a Napoli. Era il 1499. Il Moro sarà catturato e poi morirà. Isabella passa a miglior vita l’11 febbraio 1524, a causa di idropisia e il suo corpo sarà sepolto nella Sagrestia nuova della Basilica di San Domenico Maggiore a Napoli. Qui dentro figurava un dipinto del “Salvator Mundi” di un ignoto pittore milanese, molto simile a quello leonardesco nel soggetto, ma non nello stile, molto più scialbo e poco curato. Molto probabilmente questa tavola venne portata dal Muscettola, segretario di Carlo V. Recentemente è stata attribuita a Girolamo Alibrandi, ossia Raffello da Messina, allievo di Cesare da Sesto, che a sua volta era stato allievo di Leonardo. La realizzò forse sulla base di un disegno portato da Cesare da Sesto durante una sua permanenza a Messina nel 1513. Forse il modello è stato proprio il “Salvator Mundi” di Leonardo? La cosa certa è che il soggetto del Salvator Mundi era molto in voga nella bottega leonardesca. Ne esistono tante versioni, una delle quali è attribuita anche al Salai. Leonardo poi non era scevro da rappresentazioni del Cristo benedicente. Ne abbiamo testimonianza anche nella lunetta sopra la porta centrale del convento di Santa Maria delle Grazie a Milano, dove si trova il famoso “Cenacolo”. Oggi purtroppo non possiamo più vederlo perché la lunetta andò distrutta tra il 1594 e il 1603 quando allargarono la porta.


A questo punto l’ipotesi più probabile è la committenza da parte di Luigi XII, che conquistò Milano per riprendersi i diritti sulla città appartenuti alla nonna Valentina Visconti. La cosa interessante è che, la moglie di Luigi XII, Anna di Bretagna, era molto devota all’immagine del Sacro Volto di Cristo, alla “Veronica”, di cui al tempo esistevano due esemplari: uno a San Pietro a Roma e l’altro a Genova, nella chiesa di San Bartolomeo degli Armeni. Sicuramente l’aveva vista e chiese una copia a Leonardo che, sappiamo da alcuni fogli da lui scritti, era ancora a Milano quando arrivò Luigi XII. Conoscerà infatti Jean Parreal, pittore di corte di Luigi XII. Sarà lui a farlo conoscere al re. A questo punto sembra essere più plausibile la realizzazione della tavola dopo il 1507. Infatti in questi anni Luigi XII era a Genova e potrebbe aver visto il velo della “Veronica”. Quindi avrebbe poi commissionato il “Salvator Mundi” a Leonardo per avere un’immagine devozionale da poter venerare nelle sue stanze.

Sembra che l’ipotesi più plausibile sia questa: il committente del “Salvator Mundi” è Luigi XII, la cui moglie, Anna di Bretagna, era una devota all’immagine del Sacro Volto. Il dipinto forse è arrivato in Francia tramite Jean Perreal, pittore di corte di Luigi XII, oppure grazie ai militari che tornavano in Francia dalla Lombardia che la portarono al castello di Blois. Arrivò poi a Londra per le nozze di Henrietta Maria che la voleva per sé.

A questo punto siamo tornati nuovamente in Inghilterra. Carlo I viene ucciso, arriva Cromwell e molti beni della corona vengono venduti all’asta, tra cui il “Salvator Mundi” che faceva parte di un lotto destinato ad un gruppo di creditori, il cui capo era John Stone, un maestro muratore, figlio di Nicholas, anche lui muratore che lavorava con l’architetto degli Stuart. Non sappiamo dove la collocò, ma conosciamo il nome del fratello, Henry, un abile copista che forse restaurò la tavola di legno di noce di Leonardo già rovinata e piegata. Quando i parlamentaristi persero la guerra, Carlo II (figlio di Carlo I) viene richiamato in patria. Lui fu il secondo sovrano inglese a possedere il “Salvator Mundi” di Leonardo. Dopo di lui, il terzo e ultimo sarà Giacomo II, fratello di Carlo II. Anche lui fu cacciato e dichiarato decaduto dopo molte infedeltà e calunnie. Prima di andare a Parigi però consegnò il “Salvator Mundi” a Catherine Sedley, figlia di un baronetto e sua amante. Il dipinto di Leonardo entrò così nelle collezioni del secondo marito di Sedley, John Sheffield, primo duca di Buckingham. Da questo momento in poi la tavola non sarà più possedimento di sovrani. Alla sua morte, avvenuta nel 1721, la tavola passò al figlio Lord Edmond Sheffield e poi al figlio naturale di quest’ultimo Charles Herbert Sheffield. Prima di morire si sbarazzò della tavola, che compare nell’asta tenuta da John Prestage nel 1763 a Londra. Dopo questa data, le notizie sulla tavola del “Salvator Mundi” di Leonardo scompariranno.

Anche la memoria di Leonardo come studioso della natura, della meccanica e della medicina scomparirà. Nel Settecento si iniziano ad affrontare nuovi studi, più empirici e più concreti. Il modo di lavorare del maestro vinciano veniva ritenuto inutile. Lui che non aveva quasi mai completato nulla e che preferiva osservare e riflettere piuttosto che portare a termine.

Fino a quando, nell’Ottocento, sembra essere improvvisamente riapparso il “Salvator Mundi” sulle pareti di Leigh Court, nel Somerset. Il palazzo era elisabettiano, ma fu ricostruito nell’Ottocento per i baroni Miles. Il dipinto è stato portato da Mr. Hamilton, fratello del collezionista di antichità William Hamilton. In quel periodo si riteneva di Leonardo, ma non ci sono relazioni che possano legarlo a quello degli Stuart del Seicento. Vista poi l’enorme quantità di versioni del soggetto, non è sicuro che si tratti della stessa tavola.


Sarà Sir John Charles Robinson a comprare la tavola da un venditore ignoto. Non era attribuita a Leonardo, ma si riteneva di Bernardo Luini, un allievo. La portò nella residenza di Newton Manor, nel Dorset. L’opera era mal messa, scura, ridipinta in più parti, esteticamente inguardabile. Passerà a Sir Francis Cook che la portò nella sua casa di campagna, Doughty House, nel sobborgo londinese di Richmond. Qui possedeva una vastissima collezione d’arte. Alla sua morte, avvenuta nel 1901, la collezione passò al figlio, Sir Frederick Lucas Cook, per poi giungere nelle mani del nipote, Sir Herbert Frederick che addirittura fece redigere il catalogo delle collezioni in tre volumi. Passerà a sua volta al figlio: Sir Francis Ferdinand Maurice. Nel frattempo la seconda guerra mondiale imperversava e per evitare che le opere venissero distrutte da bombardamenti improvvisi, si pensò di trasportarne alcune sull’isola di Jersey. Il “Salvator Mundi” però fu lasciato negli scantinati, molto probabilmente perché non si riteneva all’altezza degli altri capolavori presenti in collezione. Quando la guerra finì e si tornò a palazzo, le opere furono restaurate per essere vendute. Non il “Salvator Mundi” che sarà ceduto nel 1958 a Sotheby’s e venduto per 45 sterline ad ignoto compratore. La cifra più bassa mai vista, ma la tavola versava ancora in pessime condizioni. Infatti era stata attribuita ad allievi e si pensava che l’originale di Leonardo fosse andato perduto. C’è sempre stata (e c’è ancora oggi) questa sorta di “caccia al tesoro” per scovare presunti originali e rifuggire da copie mal fatte. E quando si tratta di Leonardo la cosa si fa seria.

Dopo questa vendita a poco prezzo sembra che la tavola di Leonardo sia arrivata in Louisiana, anche se è ignoto il nome dell'acquirente del 1958. Alcuni dicono un tale Kuntz, che è stato identificato con due persone: Emilie e Rosemonde Kuntz, una ricca famiglia della Louisiana. La tavola leonardesca però passò successivamente a qualcun'altro perché, quando nel 2005 Robert Simon, studioso d'arte e di quadri poco considerati, adocchiò l'opera, la comprò da un'altra famiglia, no dai Kuntz. Simon compra il "Salvator Mundi" per dieci mila dollari e la porta a Manhattan. Il suo intento è quello di farla restaurare in quanto, come già detto precedentemente, la tavola è molto rovinata e annerita dai secoli. Verrà così portata alla Fondazione Kress, in particolare al Conservation Center dell'Istituto di Belle Arti della New York University. La restauratrice sarà Dianne Dwyer Modestini che già lavorò alla pulitura della "Ginevra de' Benci". Il restauro non sarà dei più semplici. Oltre all'annerimento dei colori, si riscontrò una spaccatura della tavola di legno di noce tra i capelli e il collo del Cristo. Inoltre era evidente una parte scorticata provocata da un rasoio da barba, usato molto probabilmente per lisciare i rigonfiamenti del legno. Si trovarono molte ridipinture sovrapposte all'originale che Modestini cercò di eliminare in modo cauto e sapiente. A mano a mano che il restauro procedeva, si rivelarono elementi nella tecnica artistica già riscontrati in altre tavole leonardesche e questo fece aprire gli occhi sulla possibile attribuzione a Leonardo. Inoltre è magistrale la sfera che il Cristo tiene in mano. Solitamente l'iconografia del Salvator Mundi vedeva la presenza di un mappamondo (che Leonardo disegnò per Giovanni de' Benci). Leonardo invece fa reggere al Signore una sfera di quarzo, minerale già conosciuto nel Medioevo. Anche il ricamo dipinto sulla stola è presente in un disegno del maestro vinciano conservato a Windsor. L'aureola, sempre presente nei quadri con questo soggetto, sembra non esserci. Nonostante lo sfondo scuro sia stato ridipinto di color marrone-fango (durante il XVII secolo in Francia), anche dopo una prima pulitura, non pare sia emerso nulla. Ad ogni modo, i paralleli con altre opere vinciane, hanno portato ad una risposta univoca: il "Salvator Mundi" è di Leonardo.

Nel 2008 il quadro arriva alla National Gallery di Londra che sta preparando una mostra sul maestro vinciano e vuole esporre il "Salvator Mundi" come inedita scoperta. La mostra aprirà nel 2011 e si intitolerà "Leonardo da Vinci Painter at the Court of Milan" e avrà uno strepitoso successo, con file chilometriche fuori la galleria. Finita la mostra, la "star" torna a New York e proprio in questo momento entra in scena un intermediario del mondo dell'arte: Yves Bouvier che possedeva magazzini per custodire opere d'arte. Quest'ultimo è l'uomo di fiducia del magnate russo Dmitrij Evgen'evi Rybolovlev, colui che acquisterà il quadro e lo portò poi da Christie's per venderlo all'asta. Era il 2013. L'opera viene portata nell'Upper East Side in un attico di Manhattan, dove viveva Dmitrij.

E siamo così tornati all'inizio del nostro articolo: la vendita del "Salvator Mundi" per la stratosferica cifra di 450 milioni di dollari.

La storia di questo enigmatico quadro è, come avrete potuto vedere e leggere, davvero molto intricata, ma allo stesso tempo affascinante. Leonardo continua a far parlare di sè, anche cinquecento anni dopo la morte.


Consiglio la lettura del libro "L'ultimo Leonardo. Storia, intrighi e misteri del quadro più costoso del mondo", edito da Utet, 2018 per approfondire l'argomento.

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