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Il mito di Fedra e Ippolito nel culto romano dei defunti. Come due figure negative diventano esempi


Fedra e Ippolito.

Due figure mitologiche che si ritrovano in ben 50 esemplari di sarcofagi romani distribuiti tra il II e il III sec. d.C.

Il mito narra del tragico amore di Fedra per il figlio del marito Teseo: la dea Afrodite per punire Ippolito, fedele ad Artemide, fa impazzire Fedra d’amore per lui, questi la rifiuta e lei, risentitasi, dice a Teseo che il figlio le ha fatto violenza; Teseo prega allora Poseidone di far morire il figlio in mare e, morto questi, Fedra si pente della sua azione e si impicca.

Mentre nelle epigrafi funerarie e in alcuni casi il ruolo di Fedra non ha alcuna rilevanza, e ad essere chiamato in causa è solo il giovane Ippolito, esempio di bellezza e colto nell’atto di cacciare, in ben 50 sarcofagi la raffigurazione si concentra su entrambi i personaggi del mito e il gruppo, a seconda dei soggetti, può essere suddiviso in due sottogruppi: uno più antico, documentato da esemplari inseriti tra il 180 e il 240 d.C., tra l’età tardoantonina e quella severiana, con sulla sinistra Fedra che si strugge e Ippolito che parte per la caccia, e sulla destra la caccia al cinghiale; il secondo è documentato solo da pochi esemplari dell’ultimo quarto del III sec. d.C. ed è caratterizzato, a sinistra, dalla medesima scena e a destra dall’annuncio della morte di Ippolito al padre Teseo.



Sempre più frequente sui sarcofagi di II-III sec. d.C. l’uso del mito a noi moderni potrebbe apparire strano in ambito funerario in cui si tende ad esaltare il defunto poiché, da un lato, Fedra si macchia di un amore riprovevole ed è assai lontana dal poter essere paragonata a una matrona mentre, dall’altro, Ippolito è un fanciullo che disprezza la dea dell’amore e non è un buon esempio da fornire ai giovani.

Come possono i defunti identificarsi con figure di questo tipo?

Cercando di entrare nella mente degli antichi, bisogna andare oltre il semplice racconto e vedere come il mito venisse usato per esprimere altro.

Ecco che i personaggi possono diventare emblema della disperazione e del lutto dei genitori per un giovane Ippolito, precocemente strappato alla vita, e che quest’ultimo può diventare simbolo del fanciullo romano.

L’allontanarsi dell’eroe può diventare l’addio di questi dall’amata, o di questi dalla madre, la disperazione di Fedra si trasforma nell’afflizione per la separazione dal marito/figlio, e Fedra stessa può essere la personificazione dei valori femminili, come portatrice di amore incondizionato e dedizione totale all’uomo.

Dalle figure tipiche del mito, astratte dal contesto, nei sarcofagi funerari, ecco che si possono ricavare una donna addolorata, sofferente e piena di amore, un fanciullo pieno di tutte le virtù ideali del giovane romano, e un uomo che incarna il lutto di un padre.

Vi è un esemplare del secondo tipo iconografico descritto che presenta i volti di Fedra e di Ippolito sbozzati.

Il sarcofago, con evidenti fratture, che proviene da Via Muzio Attendolo, presso la Via Prenestina, ed ora al Museo Nazionale Romano, per le strutture semplificate dei corpi e il forte uso del trapano per l’effetto decorativo, viene inserito tra le opere di età tetrarchica negli anni 290-300 d.C.

Il fulcro è la rappresentazione sulla faccia principale della cassa.


La disposizione della raffigurazione è quella tipica della fine del III sec. d.C., con sulla sinistra la sofferente Fedra, al centro la partenza di Ippolito per la caccia e sulla destra, simmetrico alla donna, dal lato opposto e in trono, Teseo che riceve la notizia della morte del figlio: la scelta e il numero dei personaggi sembrano rifarsi al dramma di Euripide, la scena si svolge nel palazzo di Teseo e vige un equilibrio compositivo in cui, separate da un Ippolito centrale, la scena di sinistra corrisponde a quella di destra, così come i due personaggi ai lati.

Il mito viene adattato alle necessità della vita e le figure non rimangono cristallizzate nei loro ruoli mitici ma acquisiscono le caratteristiche necessarie a celebrare i protagonisti morti. Qui si vede la libertà dell’artista che, a seconda delle circostanze, sceglie il messaggio da dare con il mito.

Il significato che qui traspare è quello di esaltare, da un lato, Fedra come moglie o madre devota, ricca di tutte le virtuose qualità femminili che si confanno a una donna romana e, dall’altro, Ippolito, come marito o figlio, come giovine colto e dedito alla caccia, prematuramente e ingiustamente scomparso.

Non vi è spazio qui per l’amore riprovevole di Fedra e il disprezzo dell’amore e di Afrodite da parte di Ippolito, ma la vicenda viene usata solo come punto di partenza.

L’idea corrente è che questi dovessero essere completati da ritratti, ed esprimere con questi la forza dell’amore dei personaggi attraverso le figure del mito. Non è facile stabilire se dovessero rappresentare due coniugi o una madre e un figlio, ma la struttura compositiva dei sarcofagi di Ippolito di questo tipo porterebbe a pensare che ad essere raffigurato sia il lutto dei due genitori, incarnati in Fedra e Teseo, per il giovane figlio scomparso, Ippolito. C’è, però da dire che, a differenza di Fedra, Teseo non doveva portare alcun ritratto, ma presenta un volto generico.

Forse, qui, ad essere esaltati erano soprattutto la madre e il figlio e il loro amore, oltre che la disperazione della donna che perde il figlio.

Con i volti lasciati appositamente così o meno, la donna consumata da un amore “malato” per Ippolito, e che nei sarcofagi distoglie lo sguardo dall’amato, diventa l’allegoria positiva di un grande amore e come tale può rappresentare le fattezze della defunta ed essere usata come figura per esaltarla come, d’altro canto, Ippolito, il quale disprezza la dea dell’amore e rimane radicato al culto di Artemide, incarna il modello del giovane dedito alla caccia, prestante e morto ingiustamente troppo giovane.

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