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Andy Warhol: il padre della pop art. Mostra al Vittoriano di Roma


Chiunque conoscerà, anche solo di nome, la figura di Andy Warhol: artista, pubblicista, scultore e anche sceneggiatore, icona della pop art americana. Perché la pop art, forse non tutti lo sanno, non è nata in America, ma in Inghilterra, negli anni Quaranta del Novecento. Un decennio dopo è sbarcata negli Stati Uniti e Warhol, insieme a Lichtenstein, Oldenburg e Rosenquist, ne hanno portato avanti gli ideali (anche se in modi diversi). Il suo fondatore è l’inglese Richard Hamilton che, in “Just what is it that make today’s homes so different, so appealing?”, un collage del 1956, considerato il manifesto di questo nuovo movimento, inserisce per la primissima volta la parola “pop”. Il termine “pop art” è l’abbreviazione di “popular art”, arte popolare, arte di massa. Rivolge la sua attenzione agli oggetti comuni e alla società dei consumi. Era quindi una critica alla società del tempo, fortemente caratterizzata da un eccessivo consumismo e accecata dai media. La pop art si rivolge maggiormente agli stimoli esterni che coinvolgono gli essere umani. Per questo doveva raggiungere chiunque e cosa poteva esserci di più adeguato se non l’utilizzo della pubblicità, del fumetto (Roy Lichtenstein) e della serialità delle immagini?



Al Vittoriano di Roma, nell'Ala Brasini, si può avere un’idea di quanto detto fino ad ora grazie alla mostra dedicata proprio al padre della pop art, Andy Warhol. L’analisi è completa perché sono esposte opere che partono dai suoi esordi fino agli ultimi anni di vita. E non è un caso che sia stata inaugurata proprio quest’anno. Infatti l’artista avrebbe compiuto novant’anni. Morì invece nel 1987 per un’infezione post-operatoria. Aveva solo cinquantotto anni. Nonostante tutto però, la sua attività fu ricchissima e toccò molti campi. Non solo l’arte, anche la moda, la musica e il cinema. Warhol era diventato una vera e propria icona di stile. Tutti volevano una sua opera, tutti volevano collaborare con lui. Ma come iniziò la sua formazione? Dove studiò? E soprattutto dove nacque? Era il terzo di quattro fratelli, nato a Pittsburgh, nel 1928 da genitori slovacchi, emigrati negli Stati Uniti. Il suo vero nome era Andrew Warhol Jr., poi trasformato in Andy. La sua formazione fu di stampo grafico. Studiò al Carnegie Institute of Technology (oggi Carnegie Mellon University di Pittsburg), laureandosi nel 1949. Subito dopo si trasferì a New York e qui ebbe modo di farsi notare lavorando per riviste come Vogue e Glamour.


La mostra è divisa in sezioni curate magistralmente con allestimenti che richiamano in maniera precisa la cultura pop dei suoi anni (le scritte al neon all’entrata di ogni sezione sono il fiore all’occhiello e sicuramente anche molto “instagrammabili”). La prima parte è dedicata alle “Icone”. Siamo negli anni Sessanta. Warhol è da poco arrivato a New York e si fa subito conoscere con le sue stampe serigrafiche delle lattine “Campell’s Soup”, esposte alla sua prima personale. Immagini di per sé piatte, ma fortemente provocatorie. La serialità a cui sono sottoposte fa riflettere sul ruolo dei media e della società fortemente consumistica di quegli anni. Come potevano dei semplici barattoli di pomodoro diventare delle “muse ispiratrici”? Che fine ha fatto il pezzo d’arte unico ed inimitabile? Il ragionamento della pop art è così molto complesso, al contrario di quello che si pensa. La pubblicità che Andy Warhol usa in modo sistematico e di conseguenza la tecnica della serigrafia che moltiplica a dismisura l’immagine, trasforma l’oggetto comune, e quindi riconoscibile da tutti, in una vera e propria “icona pop”. Si discute e si ragiona su quel problema che da sempre ha interrogato critici e collezionisti: la copia delle opere d’arte e la sua originalità, impossibile da copiare. L’opera d’arte doveva essere inimitabile, quindi impossibile da copiare. Andy Warhol ci fa capire che non è più così. Nella società del tempo, anche la famosa “Gioconda” leonardesca perde la sua unicità e si trasforma in un’icona pop. In mostra abbiamo proprio una stampa serigrafica in bianco e nero della Monna Lisa. È un processo simile (ma non uguale) a quello che aveva fatto Duchamp, aggiungendo dei baffi alla donna più famosa del mondo. In quel caso era però mistificazione, per Andy Warhol è serialità, è pop art. È la “Gioconda” la vera diva, da oltre 500 anni. Anche lei è diventata perseguibile dai mass-media. Seguono le famose serie con Marilyn Monroe, diventate famose in tutto il mondo e realizzate nel 1967. L’icona del cinema diventa un prodotto commerciale e mediatico. L’artista gioca sui contrasti cromatici che cambiano da una serie all’altra e che riesce a realizzare grazie all’uso della tecnica serigrafica. Quest’ultima era molto usata in ambito pubblicitario (non a caso) e si dice che sia nata molto ma molto tempo fa, usata già dai Fenici. Il termine indica l’uso della scrittura (grafia) su seta (seri). Come funziona? Si utilizza una stoffa con trama fitta. Su di essa si stende un materiale isolante sulla tela per poi procedere con uno stilo per togliere il materiale stesso nei punti dove si vuole ci sia il disegno. In questo modo avremo una parte impermeabile e una no. Dove c’e il disegno viene passato il colore tramite una compressione su un tessuto o foglio. Warhol usò molto spesso come matrice delle foto stampate su un lucido. La stampa serigrafica può poi essere lavorata successivamente, come era solito fare anche Warhol, dipingendola con colori acrilici.


Con questa tecnica l’artista realizzò il volto di Mao e il volto di un’altra icona del cinema: Liz Taylor (esposte in mostra). Cosa ci fa capire l’uso smisurato di oggetti comuni? Warhol vuole abbattere quel muro che separa poveri e ricchi. Realizza, in questo senso, anche la serie delle bottiglie di Coca-Cola. Tutti la possono comprare e nonostante possa essere più ricco un milionario, la sua Coca-Cola non sarà più buona di quella di una persona comune, che ha meno soldi.

Davvero molto belle sono le due tele e una serigrafia che raffigurano il Vesuvio durante l’eruzione. Warhol le realizzò in seguito ad un suo soggiorno a Napoli nei primi anni Ottanta, presso il gallerista Lucio Amelio. Era in compagnia di Joseph Beuys (di cui realizzò un ritratto serigrafico esposto anche in mostra) con cui collaborò. In questo modo si diede un forte segnale: la pop art americana e il concettuale europeo poteva convivere, al contrario di quello che si credeva. Veramente belle sono le due tele dipinte con l’acrilico, a metà tra pubblicità e fumetto. L’impatto è istantaneo. Anche il Vesuvio, simbolo della città di Napoli, è diventa un’icona mediatica.

Molte belle anche le sezioni dedicate alla moda e alla musica. Si possono ammirare i ritratti serigrafici di Armani e Versace. In ambito musicale sono esposte alcune copertine di album che Warhol ha realizzato per i “Velvet Underground & Nico” nel 1967 con la banana pronta da sbucciare, provocatoria e ammiccante e per i Rolling Stones con i jeans di “Sticky Fingers” nel 1971.


L’ultima sezione è invece dedicata alle polaroid. Per Warhol la fotografia istantanea diventa un medium importantissimo. Era usata anche per le stampe serigrafiche, era considerato un “unicum irripetibile”. Warhol scattava tante foto per poi sceglierne solo una, quella che riteneva migliore. Successivamente la tagliava e modificava, per rendere il soggetto il più bello possibile. Scatta foto con la polaroid a tutti i personaggi più famosi del tempo: Giorgio Armani, Gianni Versace, ma anche altri artisti della pop art come lui, di cui stima e loda il lavoro: Lichtenstein, Francesco Clemente, Man Ray…Famosissimi sono i suoi “Self Portraits” dove Warhol si immortala travestito sempre in modo diverso. Anche lui è così diventato un’icona mediatica.

Molto suggestiva e carina la seconda sala della mostra: un piccolo corridoio popolato da fiori tridimensionali (che si rifanno alle serie serigrafiche “Flowers”) che emano luce e colori a intermittenza, simile a una discoteca. Il tutto è condito con la musica di quegli anni e con la gigantografia di Andy Warhol.

In conclusione non possiamo che affermare come la sua arte sia stata davvero rivoluzionaria per i suoi tempi e come abbia lasciato un’impronta non indifferente anche nella società di oggi. Warhol aveva già capito che i mass-media e il consumismo avrebbero continuato a “mangiare” anche la società futura e infatti è quello che ci troviamo a vivere ancora oggi. Chissà come si sarebbe evoluta la sua arte nella società odierna se fosse vissuto ancora.

Sarà possibile vedere la mostra fino al 3 febbraio 2019. Il costo del biglietto è di €13 (intero) con audioguida inclusa. Il ridotto costa €11 sempre con audioguida inclusa.


[Tutte le foto sono state scattate alla mostra]

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