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Tra patetismo e drammaticità: Il Gruppo del Laocoonte. Dal mito alla statua ai Musei Vaticani


“Questa è macchina contro le nostre mura innalzata,

e spierà le case, e sulla città graverà:

un inganno v'è certo. Non vi fidate, Troiani.

Sia ciò che vuole, temo i Dànai, e più quand'offrono doni.”

Queste le parole di Laocoonte secondo Publio Virgilio Marone nel libro II dell’Eneide, versi 46-49. Veggente troiano e gran sacerdote del dio Apollo o, per Virgilio, di Poseidone. Durante la celebre guerra di Troia, quando i troiani fecero entrare all’interno della città il cavallo, dono degli Achei e simbolo della loro resa, scagliò una lancia contro, facendone risuonare il ventre pieno avvertendo i concittadini di non fidarsi. Ma Pallade Atena, la quale parteggiava per i Greci, punì Laocoonte mandando Porcete e Caribea, due grandi serpenti marini che uscirono dal mare e stritolarono i figli del sacerdote che, cercando di salvarli, subì la stessa sorte. Secondo un’altra versione fu invece Poseidone a inviare i mostri, per punire Laocoonte per essersi sposato contro la volontà divina. Ad ogni modo i troiani presero queste tragiche morti come un segno e tennero il cavallo dentro le mura della città, con le conseguenze di morte che noi tutti conosciamo. Ma la morte ingiusta del sacerdote fu necessaria affinché Troia perisse e dalla città fuggisse Enea, la cui discendenza fonderà Roma.



Un tema interessante, dunque, un tema su cui gli artisti antichi si sono spesso esercitati, specie nella tragica raffigurazione del momento cruciale della morte del sacerdote e dei figli, che ha come risultato la creazione di opere ricche di pathos. Un tema la cui fortuna continua e sopravvive nei secoli, con una grande risonanza nel Rinascimento e nella scultura barocca.

A cosa è dovuta questa fortuna?

Al Gruppo del Laocoonte, considerato un vero e proprio capolavoro sia presso i suoi contemporanei sia al giorno d’oggi. Il 14 gennaio 1506 nel palazzo dell’imperatore Tito presso la Domus Aurea venne ritrovato un gruppo di tre figure avvolte da spire di serpenti, riconosciuta subito da Giuliano da Sangallo come la statua vista nella casa di Tito e descritta in maniera entusiastica da Plinio il Vecchio. Una statua indimenticabile, un capolavoro ricavato da un unico blocco di marmo (in realtà i blocchi sono di più), attribuito ai tre scultori Agesandro, Atanodoro e Polidoro, riguardo alla quale così Plinio si espresse:

«Né poi è di molto la fama della maggior parte, opponendosi alla libertà di certuni fra le opere notevoli la quantità degli artisti, perché non uno riceve la gloria né diversi possono ugualmente essere citati, come nel Laoconte, che è nel palazzo dell'imperatore Tito, opera che è da anteporre a tutte le cose dell'arte sia per la pittura sia per la scultura. Da un solo blocco per decisione di comune accordo i sommi artisti Agesandro, Polidoro e Atenodoro di Rodi fecero lui e i figli e i mirabili intrecci dei serpenti.»


Collocato nei Musei Vaticani, nel Museo Pio Clementino, all’interno dell’ottagonale Cortile delle Statue si presenta ai nostri occhi estasiati l’immagine-simbolo del patetismo e della plasticità, raffigurante l’episodio dell’Eneide narrato qui sopra.

Seduto sull’altare in posizione centrale si staglia il protagonista Laocoonte, nudo e con il corpo muscoloso che disegna una grande diagonale che inizia dalla gamba sinistra, tesa e alla ricerca di un sostegno, continua sul dorso con la linea alba profondamente incisa, e termina con il braccio destro proteso con il gomito piegato all’indietro e la testa piegata che tenta di sfuggire al morso del serpente, allontanato con l’avambraccio destro: in una posa instabile e contorta, fortemente chiaroscurale, con le spire che avvolgono il sacerdote e il serpente che sta per morderlo al fianco, la teatralità e l’intensa drammaticità vengono evidenziate dall’espressione patetica e corrucciata, con gli occhi rivolti all’insù e la bocca aperta in una smorfia di dolore mescolato all’orrore per la morte dei figli, lo sforzo della lotta e la consapevolezza della sua stessa morte. A sinistra e a destra, formando con Laocoonte una composizione triangolare, anche i figli sono avvinghiati dai serpenti: il primo, il più piccolo, viene morso sotto l’ascella e piega la testa all’indietro, iniziando ad afflosciarsi sull’altare, mentre il secondo si volta inorridito verso il padre, sembra riuscire a liberarsi le gambe dalle spire (forse il figlio che secondo un’altra versione riuscirà a salvarsi) e lo spettatore è portato a immaginare e sperare che sfuggirà alla morte.

Ma gli artisti e il periodo di realizzazione?

Secondo un filone che si rifà a Plinio l’opera sarebbe un originale dell’ultimo Ellenismo, creato nel I sec. a.C. dai tre artisti già nominati, influenzati dalla scuola pergamena. Secondo un altro sarebbe una copia di età romana fatta da tre copisti di Rodi basandosi su un originale bronzeo in stile pergameno.

La seconda ipotesi è la più accreditata: non essendo raro il firmare una copia considerandola un originale a tutti gli effetti, la statua presenta dei dettagli che rimandano alla tecnica della fusione a cera persa (per esempio il mantello del figlio a destra, il quale tocca terra ed è un espediente per rendere possibile il passaggio del metallo fuso), i tre artisti avrebbero eseguito l’opera per la massima committenza, facendo rivivere nel marmo l’arte ellenistica di Pergamo tra la fine della Repubblica e l’inizio dell’Impero e il Gruppo del Laocoonte sarebbe finito nel palazzo di Tito.

Rielaborando e reinterpretando la tragicità di una morte ingiusta i tre artisti rodii sono riusciti a ricreare una statua in cui la forza fisica e la disperazione convivono con equilibrio, ed è questo equilibrio tra i corpi scolpiti, le pose contorte e i volti stravolti a fare del Laocoonte un capolavoro da cui è difficile staccare gli occhi.


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