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La Sindone di Torino e il ''mandylion'' di Edessa


La Sindone di Torino è il famoso lenzuolo che reca impresso l’intero corpo del Cristo. Gli studiosi hanno scritto tantissimi libri, saggi, fatto ipotesi più o meno veritiere, a volte fantasiose e ancora oggi c’è chi non è assolutamente d’accordo con la sua autenticità. Ma partiamo dalle origini e cerchiamo per prima cosa di chiarire la differenza tra la sindone e il cosiddetto “mandylion” (panno, fazzoletto). Quest’ultimo, anche conosciuto con il nome di “immagine di Edessa”, era un’icona venerata dai cristiani d’Oriente che recava sulla sua superficie il volto del Cristo. Al contrario della sindone infatti, il “mandylion” è un fazzoletto che avrebbe impresso solo il volto. Le sue notizie scompaiono con l’inizio della IV Crociata, intorno al 1204. Si ritiene che il mandylion e la sindone siano la stessa cosa. Quest’ultima è comparsa per la prima volta nel 1353, invece le tracce del mandylion scompaiono dal 1204. In questo secolo e qualcosa quindi non abbiamo più notizia di nessuna delle due e ciò spiegherebbe l’assenza di documenti sulla Sindone. Ma se la sindone e il “mandylion” sono la stessa cosa, come mai differiscono di dimensioni? Il fatto si spiegherebbe così: il “mandylion” non sarebbe altro che la sindone piegata più volte per mostrare solo il volto.




Prima di continuare la storia della sindone, soffermiamoci un attimo su quella del “mandylion”, in modo da fare chiarezza sull’intera questione. A che epoca risale la sua prima menzione? Ci troviamo nel VI secolo, ne parla Eusebio di Cesarea nella sua “Storia Ecclesiastica”. Racconta del re di Edessa Abgar V Ukmana (“Il Nero”) affetto da grave malattia. Avendo sentito parlare di Gesù e dei suoi miracoli, spedì un inviato a chiedere di andare da lui per poterlo curare, ma da quanto sembra, Gesù non andò. Dopo la sua morte e ascensione, Tommaso andò a Edessa a predicare e inviò Taddeo, un suo discepolo, per far battezzare il re Abgar. Negli “Atti di Taddeo” si dice che l’archivista di corte del re Abgar realizzò un ritratto di Gesù. In realtà però sarebbe stato Gesù stesso a donargli un suo ritratto, asciugandosi il volto con un fazzoletto, il cui nome in greco era il seguente: ῥάκος τετράδιπλον, ossia “ripiegato quattro volte doppio”. Questo “mandylion” che portava un’immagine “acheropita”, ossia “non realizzata da mano umana” arrivò ad Abgar che, solo guardandolo, guarì dalla sua malattia. Successivamente questa icona sarebbe stata ritrovata dentro una nicchia di un muro che sovrastava una porta della città. Forse era stata nascosta per evitare che fosse rubata durante le persecuzioni. Sarebbe stata così ritrovata casualmente intorno al 525 quando ci fu una catastrofica inondazione del fiume Daisan, che attraversava Edessa. Secondo un altro studioso invece il “mandylion” sarebbe stato scoperto solo nel 540 e prima di allora sarebbe stato conservato ad Antiochia. Successivamente Edessa venne occupata dai musulmani, ma il “mandylion” continuò ad essere conservato. Si temeva però per la sua fine. Così nel 944 il generale bizantino Giovanni Curcas, vendette 200 prigionieri musulmani in cambio del “mandylion”. In questo modo lo prese con sé e lo portò a Costantinopoli. Venne così collocato nella Chiesa della Vergine di Pharos. Anni dopo sarà spostato nella Chiesa delle Blacherne. Nel 1204, con l’insorgere della IV Crociata, il “mandylion” scomparve. Da questo momento non si conosce più nulla. Venne distrutto? Rubato dai musulmani? Trasformato in altro? Non si sa e forse non si saprà mai. L’unica cosa certa è che, un secolo dopo comparve la sindone. Secondo un archiatra di Smira, vissuto nel VII secolo, il “mandylion” in realtà non sarebbe un piccolo fazzoletto, ma un vero e proprio lenzuolo, dove è rimasta impressa l’immagine di Gesù. Questa teoria si ricollega a quanto scritto dallo storico egiziano Teofilatto, nel VII secolo, quando racconta che, durante uno scontro con i persiani, venne aperto il “mandylion” per mostrarlo interamente e rincuorare i soldati.


Torniamo adesso a parlare della sindone. Cosa raccontano i Vangeli? Tutti e quattro narrano che Giuseppe d’Arimatea chiese a Pilato di dargli il corpo ormai morto di Gesù per poterlo seppellire. I vangeli sinottici di Matteo, Marco e Luca narrano che Giuseppe dopo aver tolto il corpo di Cristo dalla croce, lo avvolse in un lenzuolo. Giovanni aggiunge che Nicodemo portò delle spezie e degli olii con cui cosparse il corpo del Cristo insieme a dei teli per avvolgerlo. I sinottici invece parlano solo di Giuseppe e non fanno cenno a Nicodemo. Tutti e quattro i vangeli però ci dicono che il corpo di Gesù venne posto in un sepolcro definito “nuovo”, quindi mai usato prima, scavato nella pietra che si trovava nelle vicinanze del giardino dove era avvenuta la crocifissione. Tutti parlano anche della roccia che usarono per chiudere il sepolcro. Secondo quanto ci dice Giovanni nel suo Vangelo, Gesù era stato sepolto rispettando i costumi e le usanze dei Giudei. Nel testo originale in lingua greca dei Vangeli, si dice che Gesù venne avvolto in una “sindón”, tradotto con il termine “lenzuolo”. Il nome sindone deriva quindi dalla denominazione greca che viene data nei Vangeli sinottici. C’è una differenza tra questi ultimi e il Vangelo di Giovanni. I primi parlano espressamente di avvolgere il corpo, mentre Giovanni parla di legare con bende. Alcuni studiosi hanno pensato che si trattasse di una sepoltura avvenuta in due fasi: il venerdì sera il corpo sarebbe stato portato nel sepolcro e avvolto in una sindone, il sabato invece sarebbe stato tolto da quest’ultima, cosparso di olii e avvolto in delle fasce oppure nel sudario. In realtà potrebbe trattarsi di differenze che dipendono unicamente dalla intenzionalità narrativa.


Tornando alla storia della sindone, le sue tracce ritornano (se vogliamo dare credito al fatto che il mandylion e la sindone siano la stessa cosa), nel 1353. Un cavaliere, di nome Goffredo di Charny, dona alla collegiata della chiesa di Lirey, che aveva fatto costruire lui stesso, un lenzuolo che afferma essere la sindone con impresso il corpo di Gesù Cristo. L’uomo non fa sapere però come ne sia venuto in possesso. Tramite il cosiddetto “Memoriale d’Arcis” sappiamo che Pietro d’Arcis, vescovo di Troyes inviò, nel 1389, una lettera all’antipapa Clemente VII per lamentarsi della continua ostentazione della sindone fatta da Goffredo II, figlio di Goffredo di Charny. Pietro d’Arcis afferma che la sindone era stata esposta più o meno trentaquattro anni prima, portando sul posto tantissimi fedeli pronti ad ammirarla. Enrico di Poitiers, il predecessore di Pietro d’Arcis, volle vederci chiaro in questa situazione e chiamò emeriti studiosi del tempo per capire se, il lenzuolo tanto acclamato, fosse davvero quello che coprì il corpo del Redentore. La maggior parte di loro affermò che non era possibile l’autenticità del telo. Inoltre uno di loro aveva dichiarò addirittura di essere stato lui stesso a dipingere il lenzuolo, ma non viene ricordato nessun nome. Sempre secondo quanto affermato dal “Memoriale di Lirey” sarebbe stato il decano della collegiata di Lirey, Robert de Caillac, a comprare questo telo. In realtà sembra non esserci nessun documento storico che attesti il fatto che Enrico di Poitiers iniziò studi approfonditi sulla sindone e sulla sua autenticità. Nel 1390 poi, papa Clemente VII emana delle bolle: una dà l’autorizzazione di esporre la sindone, a patto che venga dichiarato che essa sia soltanto un dipinto e in un’altra viene chiesto a Pietro d’Arcis di cessare gli attacchi contro la stessa. Parecchi anni dopo, intorno al 1415 inizia una battaglia sul possedimento della reliquia sacra. Il conte Umberto de la Roche, marito di Margherita di Charny, figlia di Goffredo II, si appropria della sindone per evitare che venga distrutta durante la guerra tra Borgogna e Francia. Alla sua conclusione non vuole però restituirlo alla collegiata di Lirey e nonostante le vengano effettuate numerose denunce, inizia una campagna di ostentazione del telo per tutta l’Europa. Nel 1449, mentre si trovava in Belgio, un vescovo del posto le chiede le bolle che attestino che la sindone sia una raffigurazione. Viene così espulsa dalla città, ma non darà indietro nulla. Alla fine nel 1453 vende la sindone ai Savoia e nel 1457 sarà scomunicata. I Savoia conservano la sindone in una cappella costruita appositamente a Chambéry e nel 1506 ottengono da papa Giulio II il via libera per il culto pubblico. Circa trent’anni dopo (era la notte tra il 3 e 4 dicembre 1532), la cappella dove era conservato il sacro lenzuolo è vittima di un incendio. Crolla la facciata, vanno in frantumi le vetrate gotiche e tutti gli arredi. Saranno quattro coraggiose persone a trarre in salvo la sindone: il consigliere ducale Filippo Lambert, il fabbro Guglielmo Pussod e due francescani, di cui però non è ricordato il nome. Anche il reliquario d’argento costruito per conservarla si distrugge e alcune gocce cadono sul lenzuolo, bruciandolo in più punti. Saranno le suore clarisse di Chambéry a restaurarlo, cucendo sopra un altro lenzuolo per rinforzarlo. Nel 1535 i Savoia entrano in guerra e Carlo III porta con sé la sindone per evitarne la distruzione. Il lenzuolo sacro passerà per Torino e anche Nizza. Sarà Emanuele Filiberto, successore di Carlo III, nel 1560 a riportare la sindone a Chambéry, dove rimarrà custodita per almeno diciotto anni. Successivamente, nel 1562, la capitale del ducato di Savoia sarà trasferita da Chambery a Torino. Nel 1578 Emanuele Filiberto ci porta anche la sindone. L’occasione è stata data quando, l’arcivescovo di Milano, Carlo Borromeo, decise di andare in pellegrinaggio per ammirare la sindone. Portandola a Torino, Emanuele Filiberto pensava di abbreviare il viaggio del vescovo, permettendogli di giungere prima sul posto. Dopo questo evento, la sindone rimarrà a Torino e non sarà più riportata a Chambéry. Nel 1694 gli verrà costruita una Cappella apposita (Cappella della Sacra Sindone) tra il Duomo di Torino e il Palazzo reale. La sindone rimarrà sempre a Torino, salvo brevi spostamenti: la prima volta a Genova, quando Torino verrà presa dai francesi e poi durante la Seconda Guerra Mondiale, quando verrà spostata nel Santuario di Montevergine in Campania per paura che venisse depredata o distrutta dai bombardamenti.


Passiamo ora all’analisi tecnica della sindone. Si tratta di un lenzuolo di lino con trama a “spina di pesce”, morbido e flessibile. Le sue dimensioni sono abbastanza grandi: quasi quattro metri e mezzo di lunghezza e centodieci di larghezza. La domanda che il lettore si può porre è se esistano altri lenzuoli simili alla sindone. La risposta è positiva anche se non sono tantissimi, almeno a noi noti. Il più antico risale al 130 d.C. ed è il lenzuolo con cui l’imperatore Adriano coprì il suo prediletto Antinoo dopo essere morto per annegamento. Ancora intatta è la forma del volto. Venne scoperto agli inizi del Novecento nella città di Antinoopolis e subito fece un grande scalpore, sollecitando la curiosità di esperti e non. Esistono però anche testimonianze più recenti. Quella che mi sembra più rappresentativa risale al 1881. Si tratta di un indio di 44 anni morto per tumore al pancreas. Una delle infermiere che dovette risistemare il letto dove l’uomo era morto, si accorse di un evidente impronta lasciata da quasi tutto il suo corpo: si vedevano distintamente le mani, le gambe e i glutei. La cosa sconcertante è che le tracce non si toglievano con nulla. Erano indelebili.

La sindone è quindi realizzata in lino, un tessuto conosciuto già da tempi antichissimi. Il tessuto di lino più remoto conosciuto risale al 5000 a.C. ed è stato trovato durante uno scavo di un granaio neolitico egizio. Ci si domanda se al tempo di Gesù sia stato possibile tessere un lenzuolo di lino lungo più di quattro metri. Sembra proprio di sì, visto che sono stati rinvenuti teli anche più grandi. Inoltre i tessuti di lino, grazie alla loro elasticità e resistenza, possono essere piegati tante volte e in modi diversi. È per questo che si è ipotizzato che la sindone non sia altro che il “mandylion”. Quest’ultimo infatti mostrava solo il volto del Cristo e si è pensato che potesse essere la sindone ripiegata in otto. In realtà sembra, da recenti studi, che l’area del volto non abbia un’ossidazione tanto differente dalle altre parti. Quindi è tutto da rivedere.


La sindone riporta l’immagine di un corpo umano sia frontale che di schiena, testa contro testa. Sono evidenti i segni del martirio subito e sembrano esserci delle evidenti tracce di sangue (anche se alcuni studi effettuati nel 1973, non sono totalmente d’accordo e ritengono si tratti in realtà di colorante) L’immagine non si nota molto bene se vista da vicino, si coglie solo guardandola da una certa distanza (almeno 1 o 2 metri), in quanto è stato scoperta trattarsi di un’immagine in negativo (chiaroscuri invertiti rispetto al normale). Nel 2002 si è svolto un restauro che ha eliminato il lenzuolo di sostegno che era stato messo dalle suore Clarisse per mantenere al meglio la sindone dopo l’incendio. Inoltre è stato stirato per eliminare tutte le pieghe (e ha guadagnato ulteriormente 5 cm in lunghezza) e pulito dalla polvere. Molto interessante è il famoso esame del “carbonio 14”, eseguito nel 1988, quando un’equipe di scienziati e studiosi, si riunirono giungendo da tre laboratori differenti (Tucson, Oxford e Zurigo) per eseguire l’esame del tessuto, ossia per verificare la datazione esatta della sindone. L’esito non piacque assolutamente ai credenti e al clero in generale, in quanto datò la reliquia sacra in un periodo compreso tra il 1260 e il 1390, quindi quando venne scoperta per la prima volta. Nel 1973 si sono invece svolti gli esami per analizzare le tracce ematiche lasciate sul lenzuolo. Sembra che non siano state trovate tracce di globuli rossi, anzi si scoprirono delle piccole tracce di colorante. Successivamente però altri studiosi affermarono di aver trovato tracce di emoglobina e albumina.

LA VERONICA

Ma di fazzoletti e lenzuoli sacri ne esiste in verità ancora un altro: il cosiddetto velo della “Veronica”. Anche in questo caso le storie sembrano intrecciarsi e sovrapporsi. Dato che anche la “Veronica” è un fazzoletto su cui rimase impressa l’immagine di Cristo, ci si domanda se si tratti in realtà del “mandylion”. La tradizione narra che questo velo sia quello che Veronica diede a Gesù per asciugarsi il volto durante la faticosa salita al Calvario. In realtà pare non essere propriamente così. Non troviamo infatti una storia simile in nessuno dei Vangeli. Inoltre “Veronica” deriva dal greco e significa “vera icona” o “vera immagine”. È quindi probabile che il termine si sia trasformato nei secoli nel nome della donna. Ad ogni modo la storia che si conosce di questo fazzoletto è molto simile a quella del “mandylion”, cosa che fa molto riflettere. Non potrebbero essere la stessa cosa? Si narra che l’imperatore romano Tiberio, ammalato, inviò il messo Volusiano in Palestina per chiedere a Gesù (di cui aveva sentito parlare per la sua capacità di guarire gli ammalati) di salvarlo. Volusiano però arriva troppo tardi: Gesù era stato già crocifisso. Non volendo tornare senza nulla per paura dell’ira del suo signore, si mise alla ricerca dei seguaci del Cristo. Trovò una certa donna di nome Veronica che, a suo dire, aveva conosciuto di persona Gesù. Proprio lei, anni prima, aveva ricevuto dal Messia un fazzoletto con impresso il suo volto. Volusiano portò questo fazzoletto a Tiberio che guarì miracolosamente solo guardandolo. Secondo alcuni, la donna non sarebbe altro che l’ ”emorroissa” di cui parlano i Vangeli apocrifi. Qui la donna si chiamava Berenike che viene tradotto proprio in Veronica. Se avete prestato attenzione alla storia, vi sarete accorti che è molto simile, se non uguale, a quella del “mandylion” di Edessa.


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