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Il Cratere François: un modello di vita per il giovane aristocratico


Esemplare dell’arte antica, il cui nome è dovuto all’archeologo Alessandro François, è il cosiddetto Cratere François, un enorme vaso attico a figure nere, firmato da Ergotimos e Kleitias, che riporta una ricca serie di racconti della mitologia greca, dietro i quali sembra nascondersi un significato ancora più profondo.

Gli scavi in cui venne alla luce iniziarono vicino a due tumuli etruschi in rovina nel 1844 a Fonte Rovella (Chiusi): quasi subito vennero alla luce 3 frammenti ai quali se ne aggiunsero molti altri e nel 1845 lo scavo riprese e altri 5 frammenti vennero riscoperti. La zona era stata interessata da un saccheggio e il vaso spezzato e sparpagliato nell’area funeraria.



Ricomposto e collocato nel Museo Archeologico di Firenze, le sue vicende non erano ancora finite e nel 1990 venne frantumato da un custode del museo che gli lanciò uno sgabello contro, riducendolo in ben 638 frammenti, ricomposti nel celebre cratere che oggi ammiriamo.

Ci troviamo nel VI sec. a.C., età arcaica: in Grecia inizia a farsi strada, alla fine del VII sec. a.C., in ceramica, la tecnica a figure nere (le figure venivano dipinte sulla superficie argillosa del vaso con un impasto di acqua, argilla e ossidi di ferro e i particolari aggiunti tramite incisione) che da Corinto si fa strada ad Atene, raggiungendo il suo apogeo nel pieno VI sec., lasciando poi il passo alla tecnica a figure rosse.



Appartenente alla produzione attica che abbandona le precedenti decorazioni zoomorfe per raffigurare scene mitiche sempre più ricche, il nostro cratere rientra tra i vasi attici importati sempre più spesso in Etruria nel corso del VI sec. a.C., i quali acquisiscono sempre più fascino e importanza presso i locali.

Il Cratere François è un vaso aperto che veniva usato per il vino, attinto con brocche e versato nelle coppe dei convitati durante i banchetti. Presenta due anse a volute da cui veniva impugnato ed è il primo cratere monumentale a volute: alto 66 cm. e con un diametro di 57 cm. risale al 570-560 a.C. e la firma dei due artefici Ergotimos, il vasaio, e Kleitias, il pittore, si staglia due volte sul lato principale e una sulla parte alta del collo.

Il racconto mitico si dispone armoniosamente su fasce che seguono la forma del vaso, non interrompendo lo sviluppo narrativo, e il pittore dimostra una straordinaria capacità di rappresentazione dei particolari e delle espressioni dei personaggi. I registri sono 7 e il ciclo narrativo è incentrato sulla figura di Achille e di suo padre Peleo: le molteplici figure sono accompagnate dal loro nome e le scene si dipanano in senso antiorario, meravigliosamente fluido.

Sul labbro si assiste alla caccia al cinghiale calidonio a cui partecipò anche Peleo e allo sbarco di Teseo a Delo con la danza gioiosa dei giovani ateniesi risparmiati al Minotauro; sul collo sono presenti la corsa dei carri per il funerale di Patroclo e una scena di Centauromachia, impresa giovanile di Teseo che si staglia tra i lapiti.

Nel registro centrale, il punto di massima espansione, si svolge l’unica scena a narrazione continua, la più importante, con la processione degli dèi e le nozze di Peleo e Teti, genitori di Achille, con Teti che si affaccia da una porta e Peleo che accoglie gli invitati.

Procedendo, sul ventre, sono narrati il ritorno del dio del fuoco Efesto sull’Olimpo e l’agguato di Achille a Troilo, fuori le mura di Troia.

Chiude il tutto un fregio decorativo con animali e piante, sulle anse Artemide alata come signora degli animali e Aiace che porta il corpo di Achille ucciso e, sul piede del vaso, la scena comica di lotta tra pigmei e gru.

Che significato hanno queste raffigurazioni e che collegamento vi è tra le varie scene?

È la vita dell’aristocratico ad essere qui rappresentata, dai primordi alla morte, il modello al quale questi dovrebbe rifarsi, seguendo l’esempio degli stessi eroi della mitologia.


Si parte degli svaghi della gioventù, come la caccia, intrapresa dallo stesso Peleo, attività in cui si esibisce la propria ἀρετή, cioè la propria virtù, e gli stessi giochi in onore dei defunti (come nel funerale di Patroclo) in cui comincia ad affacciarsi il tema della morte, sempre presente fin dalla spensierata e selvatica giovinezza. Crescendo si affrontano altre imprese in cui il giovane viene messo alla prova: è questo il caso della Centauromachia in cui, se da un lato compare il tema del matrimonio nella vita dell’aristocratico, dall’altro si saggia quanto il giovane ascolti gli insegnamenti degli dèi e non si abbandoni ad atteggiamenti “selvaggi”, come dimostrano di fare i Centauri che eccedono con il vino e violano l’ordine delle cose. Ad illuminare la strada vi sono Apollo, custode dell’ordine, e Dioniso, dio del vino che insegna come “bere bene”. Superata la fase “selvatica”, precedente il passaggio all’età adulta, si arriva al culmine della vita di un aristocratico, ossia al matrimonio, simboleggiato dall’unione felice tra Peleo e Teti, il matrimonio per eccellenza: questo rappresenta il fondamento della famiglia e la creazione della stirpe e la moglie dell’aristocratico-eroe deve essere una sposa-dea. Da un matrimonio felice come quello descritto potranno nascere figli grandi, eroi capaci di compiere imprese ancora più grandi che, pur morendo, continuano a vivere nelle loro azioni, come Achille stesso.

Se la vita dell’aristocratico sarà tesa a ciò questi sarà addirittura in grado di sconfiggere la morte e di essere ricordato per sempre, attraverso i suoi figli che saranno nuovi eroi, nuovi Achille.

La morte è sempre presente e il convitato la percepisce in più parti del vaso, fino alle Gorgoni raffigurate all’interno.

È sempre presente, è il punto di arrivo, ma vivere secondo i dettami degli dèi forniti dai miti è IL modo per vincerla e continuare ad esistere.

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