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Le “Cronache di Narnia Sotterranea”


Narni o “Narnia”, città in provincia di Terni il cui nome aveva affascinato così tanto C.S.Lewis da usarlo per la celebre saga delle “Cronache di Narnia”, nasconde un volto e una storia sotterranea, per la cui riscoperta dobbiamo tornare indietro nel tempo, precisamente nel 1977.

In questo anno, nella nostra storia, un gruppo di sei giovani speleologi di Narni, tra i quali Roberto Nini, presidente ora di Narni Sotterranea, decide di calarsi, in compagnia di corde, attrezzatura e amore per l’avventura e la scoperta, in uno spiazzo sottostante l’antico convento domenicano di Santa Maria Maggiore, parzialmente crollato dopo i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Qui vengono malamente accolti da Ernani, un vecchietto che qui aveva un orto che i giovani e incauti esploratori avevano rovinato con la loro discesa. I ragazzi spiegano di essere speleologi, “quelli che vanno sotto terra”, e il vecchietto svela loro un segreto, la presenza di un buco tra le macerie del convento domenicano lì presente, un buco misterioso in cui lui non era mai entrato ma nel quale era convinto fosse nascosto un tesoro. I ragazzi ci credono, passano per questa insignificante porta, finalmente riaperta, e lo spettacolo che si presenta davanti ai loro occhi stupefatti è quello di una chiesa, completamente disastrata e rovinata a causa delle infiltrazioni provenienti dall’orto di Ernani, una chiesa del XII-XIII sec. d.C. sconosciuta a tutti: qui emergono, sotto uno spesso strato di calcare, dipinti del pieno Medioevo raffiguranti Cristo deposto sulla croce, Maria incoronata, i quattro Evangelisti con i loro simboli e, soprattutto, molti ritratti di San Michele Arcangelo, a cui era dedicata la chiesa, modifica nel tempo e riconsacrata nel 2000.



Proseguendo, scavata nella roccia adiacente, si trova un’antica cisterna del I sec. a.C., rifornita dall’acquedotto romano della Formina, il quale portava l’acqua alla città di Narni.

Ma ciò che interessa ancora di più i sei ragazzi è la presenza di un’ulteriore porta in un secondo ambiente, una porta di cui i concittadini non volevano sentir parlare di aprire ma che i giovani erano ansiosi di abbattere ed esplorare, anche perché pensavano ancora al tesoro a cui il vecchietto aveva accennato.

Approfittando, dunque, di una festività a Narni e della partecipazione di tutta la città a un corteo storico, la cosiddetta “grande banda del buco” ne approfitta per entrare di nascosto di notte nell’ambiente dietro la misteriosa porta.

Un lungo corridoio conduce ad una grande sala che, dopo molte ricerche, viene identificata come la “Sala dei Tormenti”, grazie ai documenti degli Archivi Vaticani, segno che qui c’era stata l’Inquisizione. I cittadini non credono ai ragazzi ma le prove sono lì e dopo 20 anni è uscito il documento attestante ciò: dalla metà del XVI secolo, dopo il Concilio di Trento, fino alla metà del XIX qui ci fu una sede del Santo Uffizio o Tribunale dell’Inquisizione.



Un’ulteriore prova della presenza dell’Inquisizione è stata rinvenuta a Dublino su un documento che descrive l’intero processo del 1726 di un certo Domenico Ciabocchi, condannato per eresia a causa della sua bigamia, il quale, dopo aver strangolato una guardia, riuscì a fuggire. In seguito venne riacciuffato anche per alcune lettere che scrisse alla sua seconda moglie, alla quale voleva tentare di ricongiungersi. Le informazioni sul documento sono così dettagliate che si è riusciti a ricostruire l’esatto posto nella sala in cui il prigioniero strangolò la guardia.

Su un lato di questa Sala dei Tormenti si apre una piccola porta che dà accesso a una cella carceraria, le cui pareti sono completamente ricoperte di graffiti: un prigioniero, non avendo a disposizione carta o inchiostro, ha lasciato sull’intonaco bianco, incise con cocci appuntiti, tracce della sua sofferenza, della sua innocenza e della sua presenza lì, per essere in qualche modo ricordato dalle future generazioni.

I vari segni incomprensibili sono stati riconosciuti da un visitatore negli anni successivi alla scoperta quali simboli tracciati da un massone, suo compagno.

Ebbene sì, dopo secoli di incomprensione e silenzio, tramite ricerche, studi e un pizzico di fortuna, è venuta alla luce la storia di Giuseppe Andrea Lombardini, “ospite” in quella cella dal 4 dicembre 1759 e il 1760: questi era un caporale delle guardie del Sant’Uffizio di Spoleto e, allo stesso tempo, un massone, il quale venne accusato di tradimento, forse per nascondere il fatto che si fosse infiltrato, appartenesse alla Massoneria e avesse aiutato un compagno a fuggire.

Poiché i domenicani cancellavano quello che scriveva, Lombardini iniziò a scrivere solo segni religiosi nascondendo in questi un significato esoterico senza che nessuno se ne accorgesse. Tramite simboli massonici e alchemici, tutti speculari, incise messaggi di pace, libertà e giustizia tanto che il monogramma di Cristo inciso sul soffitto, se rovesciato, si riesce a leggere come “ESCI”.

Nulla viene lasciato al caso e nulla è ciò che sembra. Lombardini cerca di fuggire attraverso lo spirito visto che non può farlo con il corpo e solo chi sa capire i suoi simboli, ossia i suoi fratelli, può leggere e comprendere il suo messaggio.

Finisce in questa misteriosa cella il nostro piccolo viaggio nel tempo e negli ambienti sotterranei di Narni, un percorso attraverso Monasteri, Chiese e Inquisizione, un percorso attraverso segreti e scoperte… ma chi può dire che questi ultimi non possano essere l’inizio di altri viaggi e di altre storie?


#Narni #Inquisizione #GiuseppeAndreaLombardini

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