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Archeologia e lingue antiche: un binomio imprescindibile


Il latino e il greco antico sono le uniche due lingue morte che si studiano ancora sui banchi di scuola. Questo accade perché nel sistema scolastico italiano esse sono ritenute le «meno inutili» cui approcciarsi in giovane età: sarà poi la passione individuale a decidere se approfondirle in seguito. Oltre che per tradizione e abitudine istituzionale, conoscere la struttura di una frase latina o il significato di alcune parole di greco antico potrebbero effettivamente aiutare a imparare con più facilità altre lingue «vive», moderne, simili per struttura e con un bagaglio di radici etimologiche simili. Sappiamo però che ormai l’interesse per queste materie, ritenute non sufficientemente produttive e sfruttabili per il futuro, è in netto calo.

Bisogna però inoltre essere consapevoli che esistono moltissime altre lingue antiche il cui studio è tuttavia riservato agli specialisti: sumero, babilonese, accadico, egiziano, etrusco, ittita… Solo per citarne alcune. Sono solo una perdita di tempo o hanno una reale utilità in un mondo sempre più digitale come quello odierno? Quale è il valore aggiunto nel saper leggere e decifrare questi idiomi? In realtà, chiunque voglia avvicinarsi a una cultura diversa dalla propria non può fare a meno di conoscere la lingua con cui si esprime il popolo di cui si occupa. Dal punto di vista dell’archeologo, è infatti indispensabile poter leggere i documenti originali e cogliere così ogni sfumatura che l’autore ha voluto inserire tra le righe. E i testi non sono sempre e solo quelli ufficiali, così come gli autori non sono sempre gli scribi o i redattori di corte. Spesso sono le persone comuni a lasciarci le testimonianze più sorprendenti, a rivelarci come parlavano attraverso un banale errore ortografico. Questo ci è utilissimo nel caso in cui non sia possibile per noi ricostruire la reale pronuncia, come nel caso dell’egiziano antico o delle lingue mesopotamiche. L’emozione maggiore la si prova spesso nel capire una breve frase incisa per caso su un manufatto o un graffito, lasciato da qualcuno di passaggio: è come se si aprisse uno spiraglio di vita vera sul passato, un fotogramma che non risente dei filtri e delle influenze di un autore ufficiale. I vasi e le coppe ci dicono spesso «Io sono di Tizio» oppure «Io appartengo a Caio»; e da qui nasce la curiosità di cercare chi siano i personaggi citati e perché possedessero gli oggetti in questione. Certo, non bisogna nascondere che studiare una lingua con una struttura diversissima dalla propria e un sistema ortografico complesso non agevolano il lavoro. Sono tuttavia la perseveranza e la passione dello studioso a spingerlo a proseguire.



Conoscere le lingue antiche però non è vantaggioso solo per un archeologo. Imparare a porsi domande, risolvere strutture sintattiche e frasi complesse, interrogarsi sul significato e sul senso dei termini ha un valore enorme per chiunque. Non esiste nessun altro «esercizio» che prepari più di questo a porsi con un atteggiamento aperto nei confronti della quotidianità. Se è vero infatti che alla maggior parte non importa se si traduce il latino imperator con «imperatore» o «comandante», sebbene in una prospettiva storica la differenza sia cruciale, è interessante il meccanismo che sta alla base della scelta del significato. La mente intreccia così una gran mole di dati inerenti alla cultura, alla società e al momento storico che permettono di arrivare ad una soluzione soddisfacente. Si dice spesso che le lingue antiche aprano la mente: la aprono, certo, perché insegnano a non fermarsi mai alla prima impressione, a spingersi sempre oltre. La comunicazione è vita e non c’è vita senza lingua.


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