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Elisabetta Benassi e il tempo


Il tempo è un argomento molto diffuso nel mondo dell’arte, sia nel passato che nel presente. Lo scorrere incessante degli anni ha affascinato e impaurito l’umanità. Il tempo che scorre vuol dire tempo che passa, significa giovinezza che se ne va e momenti che non torneranno più. Nella maggior parte dei casi quindi, il tempo è sinonimo di paura e angoscia. Sono momenti trascorsi che non possiamo più rivivere.

Nonostante si potrebbe parlare all’infinito di artisti che hanno toccato questa tematica, anche nel passato, vorrei soffermarmi sull’arte contemporanea e in particolar modo su Elisabetta Benassi. Nata a Roma nel 1966, si è quasi sempre occupata del tempo presente e del passato. Fa un grande uso dell’installazione, del video, della fotografia e pone sempre domande sulle condizioni e l’identità attuali, sui loro rapporti con il passato storico e sulla possibilità della loro riconsiderazione. Il suo modo di operare oscilla tra impulsi costruttivi e visionari, tra il tangibile e il non fisico, tra chiarezza e non chiarezza di intenti. Il tempo dei suoi lavori si muove in avanti, si ripete e nulla progredisce mai veramente. Spesso è usata la tematica del doppio, dell’alter-ego, ma è indagata tantissimo anche la tematica temporale, in modi sempre diversi tra loro. Il suo studio si trova in un loft vuoto nella periferia di Roma.

Un’interessantissima performance è dell’ottobre 2014. Ci troviamo a Parigi nell’Istituto Italiano di cultura. Il titolo è "Arreter le jour" (Fermare il giorno) e si svolge dentro un signorile palazzo della città. Una folla di spettatori, non molto numerosa, sta assistendo alla scena in un salone in stile neo-classico, formato da due stanze che contengono all’interno degli specchi, un pianoforte e degli affreschi dedicati a Diana e Apollo. La prima stanza della performance è quella più interessante. È appeso in alto un tipico orologio delle ferrovie svizzere e sentiamo il suo “tic tac” incessante, percependo lo scorrere del tempo. Gli spettatori stanno attendendo da un quarto d’ora, fino a quando Elisabetta Benassi appare da una porta laterale con in mano una carabina Winchester che punta verso l’orologio. Uno, due, tre, quattro spari, l’ultimo da una distanza molto ravvicinata, fino a quando l’orologio non si frantuma e quindi si ferma. Il tempo si è arrestato. Con gli spari l’artista ha sospeso il tempo in modo da far riaffiorare l’immagine di un passato, o ancora meglio, un incontro con il passato. La performance crea un’immagine forte che si rifà direttamente alla nozione di “blocco del tempo” di cui aveva parlato Walter Benjamin nel suo libro Sul concetto di storia, in cui veniva raccontato un avvenimento spontaneo che si era verificato durante le prime ore dell’insurrezione della Comune di Parigi nel 1871. Durante il primo giorno di battaglia, in alcuni luoghi parigini si sparò agli orologi delle torri. Questi atti spontanei secondo Benjamin sono significativi e si concentrano sul rifiuto del tempo continuo del capitale. Secondo Benjamin bisogna definire il presente non come un passaggio tra passato e futuro, ma come un fermarsi, che consentirebbe così allo storico di scrivere la Storia, l’incontro con il passato e quindi di descrivere, nel caso della performance della Benassi, l’esperienza unica fatta dagli spettatori dell’incontro con un’immagine rivoluzionaria.



Del 2010 è l’opera opera "Memorie di un cieco". Si tratta di un lettore di microfilm posizionato su una scrivania scrittoio Olivetti risalente al 1963, che fa scorrere, nella penombra di una stanza vuota, una parte della collezione dei 70.000 dorsi di fotografie tratte dagli archivi della stampa internazionale che l’artista ha messo insieme e che si riferiscono in modo frammentario alla storia del XX secolo e alle sue ideologie. L’artista ci mostra il rovescio delle foto, con le descrizioni e le numerose note che danno notizie delle immagini e spingono a compiere lo sforzo di ricostruzione delle stesse, che non possiamo vedere. Il lettore da microfilm è una macchina modificata che permette di leggere i dorsi delle foto facendo andare avanti e indietro la bobina del microfilm. Si parla quindi di un andare avanti e indietro nel tempo. "Memorie di un cieco" è un “oracolo” meccanico, una macchina vecchia e senza vista come i veggenti della nostra tradizione. Una macchina del tempo che gira da sola, che funziona appunto come la memoria di un cieco che tenta di ricordare il passato facendo riaffiorare le immagini. Spingendo tra loro le registrazioni di immagini, delle immagini di altre immagini, quindi delle immagini che ritornano, diventa una macchina che può far sorgere gli “spettri” del tempo passato. Del 2009 è l’opera intitolata "Telegramma inviato da Buckminister Fuller a Isamu Noguchi per spiegare la teoria della relatività di Einstein". L’idea, come dice il titolo, è quella del telegramma, che l’artista aveva esposto, insieme ad altre due opere, per la mostra "Tutto è connesso 2" presentata al Castello di Rivoli (Torino) per il nuovo riallestimento della collezione permanente del museo. Tutto era nato durante un soggiorno in America. Qui, al Whitney Museum, aveva assistito alla mostra dedicata all’architetto Fuller. Benassi posizionò a terra un grande telegramma ricamato, che occupava gran parte della stanza. Sappiamo che tale telegramma derivava da uno vero, che proprio l’architetto Bakminster Fuller spedì all’amico scrittore Isamu Noguchi, che nel 1936 si trovava a Città del Messico per la realizzazione di un murales in cemento che doveva rappresentare la lotta di liberazione dall’oppressione fascista e dallo sfruttamento. In questo rilievo, lungo circa ventidue metri, apparivano simboli politici e la famosa equazione di Einstein sulla teoria della relatività. Noguchi però, che non aveva compreso la teoria di Einstein, chiese a Fuller una spiegazione esaustiva, arrivatagli in poco tempo tramite un telegramma. La cosa che sicuramente colpì Elisabetta Benassi è stata la lunghezza del telegramma stesso. Normalmente infatti, i telegrammi sono molto brevi. Il telegramma di Fuller invece era molto lungo perché spiegava un qualcosa di universale, che non poteva essere raccontato in poche righe. In questa mostra, il telegramma di Fuller è diventato un grande tappeto ricamato, acquisendo così un nuovo significato, diventando un oggetto consueto e quotidiano, dove lo spettatore può anche camminarci sopra. Elisabetta Benassi fece realizzare il tappeto in Nepal. Lei stessa ci racconta in un’intervista rilasciata durante l’inaugurazione della mostra, che per realizzare il telegramma in scala gigante e sotto forma di tappeto, aveva mandato delle email proprio in Nepal. Non fece altro che spedire il telegramma in scala 1:1 e si face inviare le foto del lavoro mano a mano che andava avanti. La Benassi era interessata al viaggio che il telegramma aveva fatto. Partendo dal Messico, arrivò al Whitney, dove l’artista lo vide per la prima volta, per essere poi riprodotto in grande scala ed arrivare a Basilea e poi a Rivoli per questa mostra. La tematica temporale è unita a quella del viaggio e il telegramma è stato oggetto di studio anche da parte di altri artisti nel corso nel Novecento. Ognuno lo ha interpretato in modo diverso, ma in tutti i casi è implicita la tematica temporale. On Kawara usò il telegramma. Anche se sarà maggiormente conosciuto per le Today’s series, ossia tele dipinte con acrilico scuro sul fondo, su cui sopra veniva scritta la data del giorno in bianco. Sono opere che ricordano il tempo delle ventiquattro ore, in quanto l’artista le gettava via se non venivano terminate entro la mezzanotte. I suoi telegrammi invece, venivano spediti ad amici, su cui, oltre alla data, l’artista scriveva una frase sul tempo: “I’m still alive”, “Sono ancora vivo”, un’informazione elementare che ci indica che il valore sta nell’idea del comunicare. Anche Alighiero Boetti nel corso della sua attività artistica ha fatto uso del telegramma, oltre che delle lettere nei suoi famosi Viaggi postali. Il primo telegramma è stato spedito il 2 maggio del 1971 alla Galleria di Sperone. Questo fu il primo di una lunga serie che seguirà una progressione geometrica di spedizione con potenza di due. Questo significa che il decimo telegramma sarà telegrafato dopo 1024 giorni e il quattordicesimo dopo 16.384 giorni. Boetti calcolò che secondo un’ età media di vita, avrebbe potuto spedire al massimo quattordici telegrammi.

Tornando alla mostra "Tutto è connesso 2", dobbiamo parlare di altri due lavori presenti: un libro intitolato "All I remember" (2009) ripreso da un romanzo mai pubblicato di Gertrude Stein, che venne ripresentato nella sua forma aggiornata anche in una mostra alla Galleria “Magazzino” di Roma l’anno dopo, nel 2010, dal titolo "All I remember".

La Benassi definisce questo libro un “romanzo” del tempo storico del Novecento. Questo lavoro, può essere visto come l’esordio dei suoi studi sui dorsi delle fotografie. Infatti è proprio da qui che l’artista inizia a raccoglie i retro delle fotografie collezionate in tre anni dopo assidue ricerche in archivi sia italiani che internazionali. Il libro è un ritratto cieco del Novecento, perché solo tramite le didascalie delle foto possiamo capire di chi si sta parlando e immaginare la loro vita. La maggior parte sono fatti dimenticati e la storia diventa così un qualcosa di indefinito. I retro delle fotografie diventano qualcosa di tangibile, che può essere toccato con mano, un libro della storia passata. L’ultimo lavoro presente in mostra, dal titolo "Them" (2009), altro non era che una serie di acquarelli riproducenti gli stessi dorsi delle foto. L'immagine priva dell'immagine funziona come un meccanismo di ricostruzione di una memoria distaccata dall'aspetto iconografico. Anche questi acquarelli erano presenti alla mostra "All I remember" alla Galleria Magazzino di Roma l'anno seguente. Tutti questi lavori prediligono lo svolgimento dell’opera da parte di terze persone: il telegramma è stato realizzato in Nepal e gli acquarelli sono stati creati da un incisore. Questa è ormai una condizione tipica dell’arte della seconda metà del Novecento, che richiama alla memoria ancora una volta Boetti e la sua volontà di far realizzare opere a terze persone. Basti pensare alle Mappe, o ai suoi lavori basati sul tratteggio della biro su dei fogli, che faceva tracciare da persone che potevano essere parenti o amici.


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