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La divina perfezione di Doidalsas a Ostia: verità o suggestione?



Circondarsi di bellezza è sempre stata una prerogativa umana. Chi non vorrebbe vivere in un ambiente accogliente, capace di trasmettere quella serenità di cui tutti sono alla ricerca? Ed è proprio la perfezione emanata dalla grazia delle divinità il miglior modo per introdursi in un’atmosfera come quella che noi oggi definiremmo «relax». Anche gli antichi romani infatti amavano dedicarsi a momenti di tranquillità, spesso vissuti tra i vapori marmorei delle terme, attorniati da meravigliose statue. Contemplare la perfezione divina rendeva più sopportabile il peso della vita umana. Le opere scultoree cui mi riferisco sono probabilmente assimilabili a quella ipotizzata per una testa di stile greco, attribuibile a una statua di divinità, rinvenuta in un terreno di riporto di un’area ancora in scavo relativa alle terme del parco archeologico di Ostia. Probabilmente, hanno ipotizzato gli archeologi, si tratta di una copia di un’opera dello scultore greco Doidalsas. Lo strato in cui essa è stata trovata risulterebbe infatti coerente con la datazione dell’artista e con lo sviluppo della moda delle copie romane di originali greci: è proprio nel III secolo a.C., epoca in cui sarebbe vissuto Doidalsas, che ci sarebbe stato un boom di tali manufatti.


La lavorazione dei capelli, raccolti con grazia in un morbido chignon, e la rotazione del volto, uniti alla dolcezza dei connotati, hanno fatto supporre che si possa trattare di una Venere, creata a partire da un’originale raffigurante Afrodite al bagno. Nulla vieta, tuttavia, che si tratti di una Musa: soltanto studi approfonditi del manufatto, pulito e analizzato nei prossimi mesi, potranno fornire informazioni più precise. Sicuramente però il ritrovamento risulta coerente con l’atmosfera del tempo: copie di statue greche, soprattutto Afrodite, erano molto comuni negli ambienti romani e in particolare nei locali termali. Si tratterebbe infatti, secondo le prime ipotesi, di una Venere al bagno: da sottolineare il fatto che sempre ad Ostia ne sia stata trovata un’altra a figura intera, oggi custodita nel medesimo museo archeologico. La testa presenta una fattura molto sofisticata e alcuni dettagli, come i capelli raccolti sopra alla nuca, sembrerebbero rimandare proprio a Doidalsas, l’artista ellenico ipotizzato.

Sorge spontaneo, a questo punto, domandarsi chi fosse questo scultore così imitato nella cittadina laziale. Si trattava di un artigiano del III secolo a.C. che venne particolarmente ammirato fino al Rinascimento, quando fu assunto a modello dell’antichità classica per la grazia delle sue opere. La sua versione dell’Afrodite accovacciata, soggetto abbastanza comune in età ellenistica, rappresenta la dea volta verso l’osservatore, colta in un momento di intimità: questo la spinge, pertanto, a coprirsi con le mani il seno e il pube. Plinio il Vecchio cita una Venus sese levans, identificata dagli studiosi con una raffigurazione molto simile a quella di Doidalsas. Probabilmente l’archetipo risale al regno di Nicomede I di Bitinia (metà III secolo a.C.), al cui regno sono fatte risalire alcune monete con lo stesso tipo di immagine.

In conclusione, non possiamo che ammirare la grazia e la delicatezza delle opere di questo artista, immaginando nostalgicamente come potessero adornare gli ambienti termali di Ostia antica. Se l’appartenenza di questo frammento a una statua di Doidalsas sia pura suggestione o un’ipotesi verosimile ce lo potranno rivelare soltanto gli studi successivi. D’altronde, questo ritrovamento «è stato davvero un'emozione» afferma la direttrice del parco archeologico di Ostia Antica, Mariarosaria Barbera.


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