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Inseguito dal fuoco: l'incredibile storia dell'ultimo fuggiasco di Pompei


Pompei, 79 d.C. - Un dolore atroce gli impediva di pensare. Guardava il vulcano: lingue di fuoco si innalzavano verso il cielo e i boati delle esplosioni si facevano sempre più assordanti. La gamba lo faceva impazzire e fuggire gli era impossibile, ma doveva tentare. Le urla, gli schianti e i lampi fuori dalla finestra lo terrorizzavano, ma non poteva più aspettare. Arraffate le monete sparse sul tavolo, le ficcò nella sua borsa di cuoio insieme alla chiave della porta. Non gli serviva altro. Si trascinò fuori, zoppicando, proteggendosi gli occhi dal bagliore improvviso. Le fitte lo stremavano sempre di più, ma riuscì ad arrivare vicino alla fontana all’angolo della strada: si girò e una lingua di lava si levò dal cratere avvolto in una nube di cenere. Accecato, si piegò in avanti. Udì un rumore sordo, poi, il nulla.



Gli archeologi lo chiamano «l’ultimo fuggiasco»: il suo scheletro è stato ritrovato nella parte nord della città di Pompei, più precisamente tra il Vicolo dei Balconi, emerso recentemente, e il Vicolo delle Nozze d’Argento; l’intera zona, che si estende per 66 ettari, viene definita Regio V. L’area, scavata partire dall’ ’800, ha già riservato numerose sorprese nel 2018, tra cui il rinvenimento dei resti di alcuni balconi intatti, ancora completi di coperture in tegole; su di essi sono state addirittura ritrovate alcune anfore vinarie poste lì, probabilmente, ad asciugare. Si tratta di una scoperta incredibile, dal momento che è raro che i piani superiori degli edifici sopravvivano al tempo: è usuale per gli archeologi individuarli solamente grazie alle tracce lasciate sui piani sottostanti dopo il collasso della struttura. Le tecnologie di ultima generazione utilizzate per la nuova compagna di scavo della Regio V, condotta sotto la direzione di Massimo Osanna, hanno pertanto permesso di indagare alcune zone rimaste ancora in gran parte inesplorate, come questa, e compiere così nuove importanti scoperte. L’impiego di droni, laser e ricostruzioni 3D è stato indispensabile per analizzare con precisione la successione degli strati e formulare una ricostruzione verosimile degli avvenimenti. Il binomio archeologia – tecnologia è risultato, ancora una volta, vincente.

Nella Regio V viveva, probabilmente, l’«ultimo fuggiasco», un uomo relativamente giovane e con un buon livello sociale, forse un commerciante della zona. Lo scheletro è stato trovato in posizione supina, schiacciato a terra da un masso che si ipotizza lo abbia colpito alle spalle, tranciandogli di netto la testa. L’uomo, che in base alle analisi ossee sarebbe stato sulla trentina, non avrebbe avuto scampo a causa di una grave infezione ossea alla tibia: secondo l’antropologa Valeria Amoretti egli sarebbe stato impossibilitato a scappare e per questo sarebbe stato investito dalla nube rovente di cenere e detriti, tra cui l’enorme pietra che ancora oggi lo schiaccia a terra. Sotto al suo torace è stato poi ritrovato un gruzzolo di monete di varie epoche, attualmente allo studio dei numismatici, del valore di circa 500 euro attuali, ribattezzato il «tesoro del fuggiasco». Oltre a questi oggetti, probabilmente portati al collo in una piccola sacca di cuoio, l’uomo conservava anche una chiave. Gli studiosi hanno ipotizzato che si tratti di quella della sua abitazione. L’idea prevalente, al momento, è che egli sia fuggito molto tardi rispetto all’inizio dell’eruzione e pertanto, dal momento che la decisione sarebbe stata presa all’improvviso, non avrebbe avuto il tempo di provvedere a un bagaglio più corposo. Avrebbe portato con sé solo lo stretto necessario: denaro e chiavi di casa. Forse, «l’ultimo fuggiasco» sperava che l’eruzione sarebbe cessata a breve e pertanto ne avrebbe aspettato in casa la fine: una volta capito, però, che non sarebbe sopravvissuto, l’uomo, preso dalla disperazione, avrebbe tentato la fuga.

Ad oggi le scoperte sono ancora molto recenti e le ipotesi incerte: si tratta però indubbiamente di un’ulteriore conferma dell’altissimo potenziale del sito pompeiano, definito a ragione dall’ ex-ministro Franceschini, anche alla luce dei recenti ritrovamenti, «una storia di riscatto e rinascita italiana».


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