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Caravaggio, Strozzi e Procaccini. Confronto del ''Martirio di Sant'Orsola''. È p


Abbiamo già avuto modo di parlare del bellissimo “Martirio di Sant’Orsola” di Caravaggio, conservato a Palazzo Zevallos di Napoli. È considerata l’ultima opera del Merisi (appena scoperta era stata attribuita a Mattia Preti) ed è datata al 1610. Interessante è fare un confronto con due opere dallo stesso soggetto iconografico, una di Bernardo Strozzi e l’altra di Giulio Cesare Procaccini. L’idea di questo paragone è nata dalla mostra “L’ultimo Caravaggio. Eredi e nuovi maestri” alle Gallerie d’Italia di piazza Scala a Milano (terminata qualche giorno fa, l’8 aprile). Nonostante il titolo citi il maestro lombardo, non bisogna farsi trarre in inganno. Di Caravaggio era presente solo il “Martirio di Sant’Orsola” e da quest’ultimissima opera è nata la domanda se sia possibile una storia dell’arte seicentesca senza l’influsso del Caravaggio. La carrellata di quadri che era possibile ammirare, vedeva come protagonisti solo artisti genovesi e qualche milanese. Prima però di rispondere alla domanda, vediamo di analizzare le differenze tra i tre quadri sopra citati.


Penso sia inutile tornare nuovamente sulle notizie storiche e sulla committenza del “Martirio di Sant’Orsola” di Caravaggio (che potete trovare andando a leggere l’articolo dedicatogli nella sezione “Archivio articoli”). Riprendiamo solo la descrizione della scena, indispensabile per fare accurati confronti stilistici con gli altri due dipinti. Caravaggio rappresenta il momento in cui Orsola è stata colpita dal generale unno Attila, a seguito del rifiuto di diventare sua sposa. La freccia ha trapassato il petto, lei si guarda la ferita ed è consapevole dell’imminente morte. È un dramma interiore quello che attanaglia la fanciulla. Anche il carnefice sembra esserne accorto. Il suo sguardo è quasi turbato, come se si fosse pentito del gesto fatto. Anche lui partecipa al dolore di Orsola. La scena si svolge tutta in primo piano. I personaggi sono pochi ma decisivi per la scena (è presente anche l’autoritratto di Caravaggio). Il chiaroscuro è fortissimo, come la sensazione del buio che “mangia” la scena. Ma questo è tipico dello stile finale del Merisi, quasi di rembrandtiana memoria.


Il quadro di Bernardo Strozzi è di tutt'altro stampo. Di caravaggesco abbiamo soltanto il naturalismo, l’aspetto dei personaggi, ma non il dramma interiore che riesce a far cedere pure gli assassini. Anche in questo caso la scena vede la raffigurazione del momento culminante, con Orsola colpita già dalla freccia. Il suo volto è estatico, ma i personaggi intorno a lei non sembrano curarsi di quello che hanno fatto. Il dramma è personale e non coinvolge nessun altro.

Il dipinto di Procaccini è sulla stessa linea di quello di Strozzi, con l’aggiunta di una spettacolarità scenica quasi assente in Caravaggio. Attila è sulla sinistra e con l’arco sta scagliando la freccia, Orsola è a destra ed è pronta a ricevere il martirio. C’è quasi consapevolezza nel suo volto e nessun rimpianto da parte del suo aguzzino. La posizione di Attila è stata sicuramente ripresa dalla statuaria greca, il corpo è scolpito ed ha una torsione di ascendenza classica.



Questi tre quadri accoglievano i visitatori all’entrata della mostra di Milano. Il messaggio era uno solo: può esistere un’arte seicentesca anche senza Caravaggio! E rispondiamo così alla domanda lasciata in sospeso prima. A Genova e a Milano l’arte del maestro lombardo non sembra aver scosso gli animi come fece in altri luoghi d’Italia, per esempio a Napoli, la città più caravaggesca di tutte. Naturalmente non facciamo di tutta l’erba un fascio! Alcuni artisti genovesi (soprattutto quelli che hanno vissuto a Napoli) hanno risentito del fascino caravaggesco, ma non ad un punto tale da copiare la sua maniera.

Ad ogni modo l’arte di Caravaggio riesce sempre a far parlare di sé e ad attirare una grande massa di persone. Da un certo punto di vista la mostra potrebbe essere considerata una di quelle esposizioni “acchiappa persone”. Subito infatti, al richiamo di Caravaggio, il pubblico si riversa felice nei musei, pensando di trovare chissà quanti quadri. In realtà, ad un’analisi più approfondita, è da considerarsi una mostra davvero interessante perché ha offerto (e offrirà anche in futuro) spunti per nuovi e interessanti studi.

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Emozione Arte 2020

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