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L' ''Annunciazione'' di Leonardo


Visitando gli Uffizi di Firenze è impossibile non rimanere affascinati dalle opere leonardesche, in particolare dall’ “Annunciazione”. Opera di datazione incerta, è stata fissata in un periodo che va dal 1470 al 1475. La grazia e la resa coloristica sono straordinarie. Venne realizzata quando Leonardo si trovava ancora nella bottega del Verrocchio e non sappiamo da chi venne commissionata e perché. L’unica certezza è che si trovava nella chiesa di S.Bartolomeo a Monteoliveto, fuori Firenze, fino al maggio del 1867. Sarà poi portata agli Uffizi. I frati non la consideravano un’opera di Leonardo, ma l’attribuivano al Ghirlandaio. Dopo il 1907 si avanzarono le prime ipotesi leonardesche. Infatti sono stati trovati dei disegni che sembrano riecheggiare proprio dei particolari del dipinto. Un disegno riprende la manica destra dell’abito dell’angelo e un altro una parte del manto aggrovigliato della Vergine. Inoltre sono stati svelati numerosi pentimenti e questo fa pensare solo una cosa: l’opera deve essere per forza di Leonardo. Qualcuno aveva avanzato l’ipotesi che il quadro fosse stato dipinto a due mani dal Verrocchio e da Leonardo, come successe per il “Battesimo di Cristo” (sempre agli Uffizi) dove il maestro vinciano dipinse l’angelo, di fattura nettamente superiore a quello del maestro. I numerosi pentimenti fanno virare però verso la realizzazione in solitaria. Un maestro affermato, non avrebbe mai apportato tutte quelle modifiche. Ma cosa cambiò Leonardo all’interno del quadro? La testa dell’angelo era stata disegnata più in basso, la mano di Maria non aveva il dito mignolo alzato e la parte della finestra che si scorge sulla parete dell’edificio a destra era stata disegnata con una diversa prospettiva, parallela alla parete di fondo.



La tavola rappresenta la scena dell’annunciazione a Maria, da parte dell’arcangelo Gabriele, della venuta di Cristo. Sarà lei a partorirlo, lei è la prescelta da Dio. Un muro divide a metà la scena. Da una parte la scena sacra, dall’altra la natura, la vegetazione e una città portuale sullo sfondo. Delle montagne, già realizzate con una primissima tecnica dello sfumato, contornano il tutto. Sembra un “assaggio” di quello che vedremo nelle opere successive (come la “Vergine delle rocce”).

L’arcangelo ha in mano il giglio, da sempre considerato simbolo della purezza di Maria. Il manto erboso su cui poggiano l’angelo e la Vergine è un’allusione a Nazareth. Nella “Legenda Aurea” di Jacopo da Varagine infatti, Nazareth significa fiore. La giovane Maria ha un atteggiamento particolare. Non è stata raffigurata nella posa tradizionale della “sottomissione”, con le mani giunte al petto in segno di accettazione, ma nemmeno in atteggiamento di “conturbatio” visibile spesso nelle opere del Botticelli. Sembra essere stata colta alla sprovvista. Stava leggendo la Bibbia ed è stata interrotta. Sembra più stupita che impaurita. Il sarcofago su cui poggia il leggio è di straordinaria precisione e qualità artistica. Si nota subito quanto Leonardo risentì degli insegnamenti del Verrocchio. Si trova un chiaro richiamo alla tomba di Giovanni e Piero de’ Medici nella sagrestia vecchia di San Lorenzo.


La prospettiva, anche se realizzata con le regole quattrocentesche, è resa grazie al digradare dei colori nello spazio, la cosiddetta prospettiva aerea, molto cara a Leonardo. La tecnica prevedeva colori più chiari e sfumati in lontananza, come fossero avvolti da nebbia. Gli oggetti vicini alla vista erano invece rappresentati in tutta la loro chiarezza. Il genio vinciano aveva infatti studiato come tra l’occhio umano e un ipotetico soggetto, ci fosse uno strato di pulviscolo atmosferico che rendeva poco definiti i contorni.

La tavola sui cui è realizzata l’opera è di pioppo. I margini sono rimasti intatti e presenta cinque assi unite insieme orizzontalmente. Nel 2000 è stato eseguito un restauro che ha ritoccato lo staccamento del colore evidente nelle parti architettoniche. Inoltre ha permesso di studiare meglio le parti che Leonardo ritoccò e quelle che subirono interventi successivi di restauro. Le ali dell’angelo sono una di quelle. Leonardo inoltre le dipinse tenendo a mente gli studi sui volatili che tanto lo affascinavano. Grazie al restauro sono state scoperte tracce di “ditate” di cui Leonardo faceva suo in tante sue opere. Un altro indizio che dà la certezza dell’autografia dell’opera a Leonardo.

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