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Gian Giacomo Caprotti detto il Salai: il burrascoso allievo di Leonardo


Gian Giacomo Caprotti, detto il Salai, è stato uno degli allievi di Leonardo da Vinci. Si conosce poco della sua vita e della sua produzione artistica. Le poche opere a lui attribuite si rifanno ai dipinti del maestro. Da quando ho cominciato a studiarlo mi sono innamorata di questo pittore (come anche di Francesco Melzi, altro allievo di Leonardo) e oggi voglio analizzare e approfondire la sua vita, anche con quel poco che si conosce.

Salai è nato ad Oreno in Vimercate ed entrò nella bottega del da Vinci nel 1490, all’età di dieci anni. Era molto giovane, ma già molto vispo. Non a caso è stato soprannominato Salai dai diavoletti del “Morgante”, un poema cavalleresco composto per la corte dei Medici da Luigi Pulci. Tra l’altro, per oltre quattro secoli, si era diffuso l’equivoco dell’esistenza di un Andrea Salaino. Questo a causa proprio dell’epiteto “Salai” che risultava in molti documenti. Fu Paolo Morigia a scoprire la sua reale identità.

Appena entrato nella bottega di Leonardo, il Caprotti ha dovuto imparare il mestiere facendo il semplice garzone. Successivamente divenne modello del maestro e questo ruolo iniziò a far girare voci diffamanti sul tipo di relazione che intercorreva tra i due. Conosciamo l’attrazione di Leonardo per i giovani e gli uomini in generale. Venne infatti accusato di sodomia, un reato grave nella Firenze del tempo, condannato anche dalla Chiesa. Nonostante però fosse vietata, la sodomia era diffusissima. Proprio per questo motivo, si scelse una soluzione. Si impose una “tassa” sulla sodomia. Chi si dichiarava omosessuale aveva una sorta di indennità. Solitamente il partner attivo era il più grande e quello passivo più giovane. Erano però escluse relazioni con bambini di pochi anni di età. In questo caso Caprotti era proprio un bambino e la cosa non era quindi ben vista. Sappiamo che Leonardo comprava addirittura bei vestiti al suo allievo, anche molto costosi e lui lo ripagava rubandogli i soldi. Purtroppo sarà una nota negativa del suo carattere che conserverà per tutta la vita e a causa della quale, probabilmente, venne ucciso. Leonardo ci ha lasciato un foglio oggi conservato nel manoscritto C a Parigi dove parla dei misfatti compiuti dal giovane. Sul margine annota queste parole «ladro» «bugiardo» «ostinato» «ghiotto». Insomma ne combinava di tutti i colori!

All’età di vent’anni, ormai adulto, aveva preso in mano la gestione della “casa” di Leonardo, amministrando i conti e prese in possesso anche il vigneto che Ludovico il Moro aveva regalato a da Vinci alla fine del 1497. Come andarono i fatti? Il terreno in questione si trovava vicino al convento domenicano delle Tre Grazie, dove Leonardo aveva da poco terminato il bellissimo “Cenacolo”. Il terreno passò definitivamente a Leonardo nell’aprile del 1499, poco tempo prima che le truppe francesi di Luigi XII entrassero a Milano. In quel periodo girava voce del possibile ritorno degli Sforza a Milano e di conseguenza delle ritorsioni che ci potevano essere per quelli che si erano legati ai francesi. Così Leonardo lasciò la città e si recò insieme al Salai, e agli altri discepoli, a Venezia. A questo punto Salai, che ormai amministrava tutto, colse la palla al balzo per affidare il terreno alla propria famiglia. Tempo dopo, lo stesso Leonardo scrisse una dichiarazione dove diceva di aver ricevuto l’affitto della vigna milanese dal padre di Salai, il cui nome era Giovan Pietro da Oreno. Con il passare degli anni Salai ne prese il controllo totale. Successivamente si viene a conoscenza di una casa che Salai costruì su questo terreno, perché stipulò un contratto di affitto ad un certo Antonium de Medda. Sembra che la volontà di affidare la totale gestione del terreno al giovane allievo sia stata una scelta ponderata dall’arrivo di un nuovo discepolo: Francesco Melzi. Leonardo avrebbe così dato più spazio a quest’ultimo lasciando un po’ in disparte il povero Salai. Francesco Melzi, al contrario del Salai, era un ragazzo molto accorto, istruito e di buona famiglia. Era stato preso da Leonardo affinché traducesse i testi dal latino e dal greco, oltre che per sistemare i suoi numerosi appunti.



Per quanto riguarda le qualifiche artistiche di Salai, sappiamo molto poco. Lui si faceva chiamare “intendente d’arte”, ma non appare chiaro in che modo si prestò alla pittura. Vasari ci lascia solo questa frase «certi lavori, che in Milano si dicono essere di Salai, furono ritocchi da Lionardo». La cosa certa è che fu un modello per Leonardo. Nella figura del “San Giovanni Battista”, ad esempio, la critica vede un ritratto del Salai, alcuni hanno azzardato anche nella Gioconda.

Dopo vari cambi di residenza (prima abbandonò Milano a causa della morte del suo protettore Charles d’Amboise, recandosi per un po’ di tempo nella villa della famiglia Melzi, poi tornò a Milano, per poi finire a Roma) i rapporti con il Salai si erano slegati e forse è in questo periodo che l’allievo inizia ad avere difficoltà economiche. Non si ha più traccia dei rapporti con Leonardo per almeno due anni. Solo nell’autunno del 1516, quando Leonardo, lasciata Roma, stava partendo per la Francia, si hanno dei nuovi contatti, ma non sappiamo di che tipo. Forse nemmeno si incontrarono e molto probabilmente partì per Amboise solo con il Melzi e il servitore Battista de Vilanis. Come sappiamo, Leonardo trova qui l’alloggio per l’ultima parte della sua vita. Viene accolto dal re Francesco I e gli viene data la disposizione di vivere nel piccolo castello di campagna di Cloux, vicino al palazzo reale di Amboise. Quando stipula l’accordo con il re, Leonardo pensa anche al Salai, facendogli recapitare una pensione. Qualche anno dopo (era la fine di ottobre 1517) Salai si recò in Francia e intrattenne dei rapporti di denaro con il re Francesco I. Quest’ultimo gli pagò ben duemilaseicentoquattro lire di Tours, tre soldi e quattro denari per dei quadri, molto più di quanto veniva pagato annualmente Leonardo e Melzi insieme. Ci si domanda che quadri fossero. Dipinti fatti da lui? Ma come mai avevano tutto questo valore? Sembra strano che possa aver imparato a “maneggiare il pennello” in modo così strabiliante e sembra ugualmente strano che il re di Francia sborsasse tutti quei soldi per un allievo. Si pensa invece che sia stato uno stratagemma per non creare curiosità tra gli amministratori milanesi che erano stati incaricati di quel pagamento riguardante i quadri che Leonardo portò con sé in Francia e che vide anche Antonio de Beatis, segretario del cardinale Luigi d’Aragona (stiamo parlando della “Gioconda”, del “San Giovanni Battista” e della “Sant’Anna con Madonna e bambino”). Non sappiamo se i quadri passassero nelle mani del Sali alla morte di Leonardo, ma è certo che poi si trovarono tutti e tre nel palazzo di Fontainebleau.

I fatti sono stati così ricostruiti. Alla fine del 1517 Leonardo venne invitato da Francesco I nella residenza di Romotantin, a circa settanta chilometri da Amboise, per studiare il progetto di un nuovo palazzo. In questo frangente Salai sarebbe giunto in Francia e il re gli rinnovò la pensione milanese per soli sei mesi. Salai fece così di tutto per dimostrare ancora il forte legame con il maestro e spinse Francesco I a dargli cento scudi per cedere i suoi dipinti. Forse però Leonardo già aveva preso la decisione prima che il Caprotti arrivasse in Francia e gli consegnò i dipinti. Il pagamento tramite la tesoriera di Milano sarebbe stato un espediente per mantenere la cosa nell’anonimato.

Alla morte di Leonardo, nel 1519, al Salai venne concessa la metà della vigna, dove aveva costruito la casa (l’altra metà andò al de Vilanis). Continuò così a vivere a Milano nella vigna che adesso era diventata di sua proprietà.



Purtroppo sono pochi i biografi e gli scrittori del tempo che lo hanno elogiato. Nessuno ne sottolinea le qualità artistiche. Vasari parla dei suoi bei capelli, altri lo hanno semplicemente definito “discepolo” di Leonardo, ma non menzionano opere.

Tante sono le opere a lui attribuite, ma nessuna sembra eccellente. Importante è stato il ritrovamento dell’atto della divisione dei beni, scritto un anno dopo la sua morte, avvenuta a soli quarantaquattro anni (per una “schioppettata”). Sembra che si fosse aperto un litigio tra le sorelle di Salai: Angelina e Laurenziana, eredi della sua parte di eredità e Bianca de Anono, portatrice di una dote di mille e settecento lire imperiali che dovevano essere ridate in caso di morte del marito. Bianca rivoleva così i soldi dalle sorelle di Salai che non erano riuscite a trovare un accordo per la divisione dei beni che gli spettavano e che fosse condiviso anche dal marito di Laurenziana e dai figli di Angelina. Quando si incontrarono dal notaio per mettere fine alla questione, si stilò un inventario dei beni del Salai. Spuntarono dodici quadri, di cui nove erano stati messi in custodia come garanzia di un conto che doveva saldare la sorella di Salai.

Purtroppo non sappiamo che tipo di quadri fossero rimasti in quell’inventario, se si trattava solo copie o derivazioni degli originali di Leonardo, la cosa certa è che il Salai realizzò qualche dipinto. Un bellissimo “Salvator Mundi” è stato rintracciato e a lui attribuito per la firma “Salai Dino”.

Vi consiglio, per approfondire la conoscenza di quest’opera, il libro di Maurizio Zecchini “Leonardo da Vinci e Gian Giacomo Caprotti detto il Salai. L’enigma di un dipinto”, edito da Marsilio.


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