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''Amor sacro e Amor profano'' di Tiziano


“Amor sacro a Amor profano” è un bellissimo dipinto di Tiziano conservato alla Galleria Borghese di Roma. Qual è la sua storia e cosa rappresenta? La tela è stata commissionata da Niccolò Aurelio, segretario del Consiglio dei Dieci e poi cancelliere della Serenissima e amico di Pietro Bembo, intorno al 1515. Lo stile del quadro sembra allontanarsi da quello giorgionesco (che Tiziano aveva prediletto fino a quel momento) anche se ancora sono evidenti dei richiami negli edifici situati a sinistra sullo sfondo (che possiamo paragonare ad alcune opere di Giorgione, come il “Noli me tangere” e la “Venere”). Sarà invece importante il richiamo all’antico, inserito nelle pose dei personaggi, che sembra Tiziano abbia utilizzato qui per la prima volta.

Ma cosa rappresenta l’opera? Vediamo due donne, quella di sinistra riccamente abbigliata e quella di destra nuda, coperta solo da un panno bianco sul pube e da un mantello rosso sulle spalle. Entrambe sono sedute su un sarcofago di stampo classico. Tra di esse c’è un putto, che sta mescendo dell’acqua all’interno della vasca-sarcofago.

Tanto è stato detto e scritto su questo quadro e ancora oggi il dibattito è aperto. Cerchiamo in questa sede di analizzare le parti più importanti. Come abbiamo accennato sopra, Tiziano si è avvalso del richiamo all’antico, soprattutto nelle pose delle figure femminili. Sembra averle plasmate basandosi sulle nereidi romane presenti sui sarcofagi e che aiutavano i morti ad andare nell’aldilà. Il bassorilievo del sarcofago è classico ma inventato, non si rifà infatti a nessun modello in particolare.

Panofsky nel suo libro “Tiziano. Problemi di iconografia”, dà una propria interpretazione del quadro. Secondo lo studioso ci troviamo di fronte ad un dialogo tra due donne, forse inerente all’amore (dato che un Cupido si trova proprio accanto a loro). Il loro aspetto è molto simile, ma sono molto diverse nel modo di vestire. Abbiamo già detto che l’una è vestita e l’altra è quasi del tutto nuda. Questo contrasto era molto usato in ambito medievale per indicare la differenza tra principio sacro e quello profano e carnale. Poi nel Rinascimento la nudità venne associata a un qualcosa di positivo, come la Verità, l’Amicizia e l’Anima. La donna vestita tiene con una mano un recipiente dorato chiuso. Non sappiamo cosa contenga, ma sicuramente vuole alludere allo splendore mondano contrapposto alla divina sapienza, incarnata dal vaso fumante che ha in mano l’altra donna.



Il poeta Scipione Francucci, parla di “beltà ornata” e “beltà disadornata”. Nel Rinascimento c’era la credenza che la bellezza disadorna, fosse superiore a quella ornata. Di conseguenza corrispondevano due tipi di amore e di amanti.

La scena scolpita sul sarcofago sembra non riferirsi a nessuna delle due donne e forse è per questo che è stata pietrificata in un mondo a sé e non è stata inclusa nella realtà delle due donne. Rappresenta una flagellazione e potrebbe alludere alla punizione dell’amore bestiale.

Il titolo dato al quadro, “Amor sacro e Amor profano”, compare solo dopo il 1693 e può essere considerato giusto e sbagliato allo stesso tempo. C’è infatti anche chi ha dato letture diverse da quella di Panofsky e Francucci e ha identificato la donna meravigliosamente vestita con Laura Bagarotto, moglie del committente Niccolò Aurelio. Il quadro sarebbe quindi una sorta di regalo nuziale (il matrimonio è stato celebrato nel 1514). Sulla fronte del sarcofago si è anche individuato lo stemma di Niccolò Aurelio.

Ad ogni modo, nessuno può sostenere con certezza che la donna rappresentata sia Laura Bagarotto, né che si tratti di un’allegoria della vita attiva e contemplativa. Non ci sono abbastanza indizi per propendere più verso un’ipotesi rispetto all’altra. Sta di fatto che l’opera è di una bellezza straordinaria, oltre che di raffinata eleganza. I colori sono vivaci e brillanti, con una preponderanza di sfumature che virano al bianco, oro, bruno e beige. Se ancora non siete stati alla Galleria Borghese, vi consiglio di farlo il prima possibile. Ne rimarrete davvero estasiati.

La tela è documentata per la prima volta nel 1613 e faceva parte di un lotto di dipinti venduti dal cardinal Sfondrato a Scipione Borghese nel 1608.


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