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Le due versioni della ''Cena in Emmaus'' di Caravaggio


Caravaggio dipinse due versioni della “Cena in Emmaus”. La prima intorno al 1601-1603 e la seconda durante il suo soggiorno fuori Roma, a Zagarolo, presso la residenza dei Colonna, dopo essere fuggito a seguito dell’omicidio di Ranuccio Tomassoni. Entrambe hanno un fascino e un carisma tipico del maestro lombardo, ma lo stile è evidentemente diverso. Cerchiamo quindi di analizzarle e contestualizzarle negli anni in cui vennero dipinte.

La prima versione della “Cena in Emmaus” si trova alla National Gallery di Londra ed è stata realizzata durante la permanenza di Caravaggio a casa Mattei, per cui tra l’altro dipinse anche la “Cattura di Cristo”, un “San Giovannino” e l’ ”Incredulità di San Tommaso” . Siamo negli anni 1601-1603 e il committente è Ciriaco Mattei. La storia della cena in Emmaus è narrata nel capitolo 24 (versetto 13-35) del Vangelo di Luca. Ci troviamo nel giorno della Resurrezione e due discepoli di Cristo, Cleofa e forse Pietro, si recano a Emmaus, un villaggio che si trova a circa due ore di cammino da Gerusalemme. Mentre ancora si facevano domande davanti al sepolcro vuoto, si presentò a loro Cristo, ma non lo riconobbero. Quando venne sera, chiesero a Gesù di fermarsi a desinare con loro e quando spezzò il pane e lo divise con loro capirono ogni cosa.

Caravaggio rappresenta proprio questo momento finale, dove i discepoli stupiti, aprirono gli occhi davanti al loro Signore. I due discepoli sono seduti intorno ad un tavolo posto orizzontalmente. Cleofa è sulla sinistra su una poltrona collocata in modo tale che sembra tagliare lo spazio pittorico e dare l’illusione della profondità. Gli occhi sono aperti, stupiti e sembra volersi alzare. L’altro discepolo è invece posizionato a destra e spalanca le braccia quando si rende conto di chi ha davanti. In tutto ciò il Cristo è sereno, il suo volto è calmo e si discosta nettamente dalla reazione “agitata” dei due uomini. Dietro al tavolo un oste serve il cibo e sembra non preoccuparsi di quello che sta accadendo intorno a sé. Il tavolo è riccamente colmo di viveri. Vediamo un piatto con un pollo, il pane ed evidenti sono i richiami ad altri quadri precedenti. La caraffa con l’acqua ricorda le prime tavole realizzate durante i primi anni romani (“Ragazzo morso da un ramarro” e il “Suonatore di liuto” dell’Ermitage), invece il cesto di frutta è chiaramente ripreso dalla “Fiscella Ambrosiana” che si trova oggi conservata nella “Pinacoteca Ambrosiana” di Milano. Inoltre è stata posta leggermente scostata dal bordo del tavolo e questo crea ancora di più un senso di sfondamento prospettico.

Sappiamo dai documenti che, il 7 gennaio 1602, Caravaggio ricevette da Ciriaco Matteo 150 scudi come compenso per il quadro. L’elemento particolare è che la “Cena in Emmaus” non compare poi nell’inventario dei beni di Giovanni Battista Mattei (erede di Ciriaco), né in quello dei successori. Si è ipotizzato che il cardinal nipote Scipione Borghese si impossessò dell’opera nel periodo che va dall’elezione di Paolo V a Papa nel 1605 alla stesura dell’inventario dei beni di Giovanni Battista Mattei nel 1616. Solo nel 1801 Camillo Borghese vendette la “Cena in Emmaus” al mercante d’arte Durand. Sarà battuta all’asta da George Vernon in Inghilterra nel 1831, senza successo. La donerà poi alla National Gallery di Londra.



La seconda versione della “Cena in Emmaus” è stata invece realizzata intorno al 1606, a Zagarolo, dopo la fuga da Roma del Merisi a causa dell’omicidio di Ranuccio Tomassoni. Il dipinto viene dalla collezione di Costanzo Patrizi e oggi è conservato nella Pinacoteca di Brera di Milano. Si vede subito una netta differenza di stile tra la prima versione di Londra e questa. Ci troviamo circa cinque, sei anni dopo il soggiorno presso i Mattei e le condizioni di vita del pittore sono sicuramente più “disastrate”. È stato costretto a scappare da Roma, si nasconde per non essere trovato e cerca protezione presso famiglie a lui vicine. L’umore non deve essere stato dei migliori e anche la sua pittura cambia. La luce diventa più rarefatta, ancora più scura, le pennellate sono più dense, corpose di materia, la luce è ridotta a pochi bagliori. La scena si svolge sempre nel momento dello svelamento dell’identità del Cristo, ma in questo caso le emozioni sono più contenute. I discepoli si trovano sempre ai due lati opposti del tavolo, il Cristo sta benedicendo il pane e dietro di lui c’è un oste e una vecchia servitrice (un personaggio molto usato dal Merisi, anche in altri suoi quadri). La tavola è più povera rispetto alla prima versione. Una brocca e del pane sono le cose essenziali. Lo sfondo è nerissimo e questo consente di dare ancora più risalto alla scena. Prima di andare nella collezione di Costanzo Patrizi, il dipinto venne acquistato da Ottavio Costa che fece poi da mediatore per il Patrizi.


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