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Picasso alle Scuderie del Quirinale di Roma


È stata inaugurata il 22 settembre la mostra “Picasso. Tra cubismo e classicismo:1915-1925” alle Scuderie del Quirinale di Roma. Come dice il titolo, si vuole approfondire il periodo successivo al cubismo e omaggiare l’arrivo di Picasso a Roma, a cento anni di distanza (era infatti il 1917). Era giunto nella capitale italiana con il poeta Jean Cocteau e il musicista Stravinskij, insieme alla compagnia di balletti russi di Sergej Djagilev. Proprio in questo periodo si innamorò di una ballerina russa, figlia di un generale dell’esercito imperiale russo, Olga Chochlova e lavora al sipario del balletto “Parade”. Gran parte del secondo piano è dedicato a questo periodo. I capolavori, avuti in prestito dai maggiori musei del mondo (il MOMA di New York, la Tate di Londra e il Thyssen di Madrid, solo per citarne alcuni) sono circa un centinaio, comprese anche foto d’epoca e lettere veramente belle e interessanti, perché testimoni di un periodo storico decisivo per l’artista catalano.

Il percorso espositivo è diviso in dieci tappe, ognuna ospitata in una sala diversa. Si parte con il tardo cubismo, per inoltrarsi nel periodo neoclassico, forse quello meno conosciuto dal grande pubblico, ma carico di innovative sperimentazioni. Il periodo cubista è sicuramente il più famoso. Come dimenticare la “Demoiselles d’Avignon” (conservate al MOMA, ma non esposte in queste sede) che danno inizio a questa nuovissima fase pittorica. È bene sottolineare come però il cubismo propriamente detto, non è movimento ufficiale. Infatti non ha un manifesto. Il termine è stato coniato da un’osservazione di Matisse su alcuni dipinti di Braque, esposti nel 1908 alla galleria Kahweiller. Riteneva che fossero opere composte da “piccoli cubi” e le giudicò negativamente. Pochissimo tempo dopo il critico Vauxcelles, rese nota questa impressione sulla rivista “Gil Blas” e parlò di “bizzarie cubiste”. Da qui il termine iniziò a caratterizzare non solo Braque, ma anche Picasso, Delaunay, Villon, Picabia… Nonostante possa sembrare un movimento semplice, il cubismo ha vissuto varie fasi: dopo il cubismo formativo, si arriva al “cubismo analitico” (quello delle “Demoisselles d’Avignon” per intenderci), in cui si dipinge il soggetto scomponendolo e raffigurandolo da molteplici punti di vista e si giunge infine al “cubismo sintetico”, quello da cui prende le mosse la mostra, dove le forme scomposte diventano degli ampi piani colorati e si sperimenta il collage. Quindi è proprio da questa ultima fase del cubismo che iniziamo. I suoi ritratti scomposti si uniscono al collage, alla sperimentazione di materiali diversi sulla tela, di cui un esempio calzante è “Natura morta con sedia di paglia” (1912) dove per la prima volta Picasso inserisce un materiale diverso dal colore (una corda). Qui vediamo il passaggio, o meglio un’unione di cubismo analitico e sintetico. Nelle opere esposte nella prima sala è evidente lo studio dello spazio e della tridimensionalità. Non dimentichiamoci mai infatti che le opere di Picasso sono una meditata analisi sul modo di rappresentare il mondo, la figura umana e gli oggetti. Il cubismo è stata una prima fase, sicuramente diversa e innovativa (che per questo motivo non è stata compresa da tutti), ma veramente geniale. L’intuizione di scomporre la figura o l’oggetto permette all’artista di vederlo a 360°. In un primo momento i piani scomposti vengono “montati” come a formare una figura tridimensionale, poi questo non basta più e i piani scomposti sono degli ampi piani colorati, disposti uno accanto all’altro. La figura diventa così bidimensionale ma è sempre riconoscibile.



Successivamente ci inoltriamo nel periodo neoclassico di Picasso, quello in cui si sperimentano nuovi modi di vedere il mondo e la plasticità delle figure. Si richiamano i modelli classici e in questo caso sono state importanti le scoperte delle antichità romane e gli scavi di Ercolano e Pompei durante il breve soggiorno a Napoli. Quadro emblematico (che è anche il manifesto della mostra) è “Due donne che corrono” (1922). Il richiamo alle “menadi” classiche è chiarissimo. Due donne dall’aspetto pieno e volumetrico corrono libere su una spiaggia e regalano un senso di libertà fuori dal comune. Si capisce subito come lo studio sui corpi e la loro volumetria sia cambiata, radicalmente. Rifacendosi allo stile classico, Picasso studia i corpi nella loro pienezza e non più nella loro scomposizione. Tutte le figure di questo periodo sono mastodontiche, grandi, sembrano quasi dei volumi geometrici. Una nuova era è stata aperta. Picasso riprende i temi cari all’antichità, ritornano infatti le bagnanti, le donne che si rinfrescano al fiume e in particolare un piccolo quadretto intitolato “Donna nuda seduta che si asciuga il piede” (1921) riprende la scultura classica dello “Spinario capitolino” che sicuramente l’artista ha avuto modo di vedere a Roma.


Il secondo piano è invece dedicato ai disegni e al periodo di “Parade”, il balletto realizzato dalla compagnia russa di Sergej Djagilev, a cui Picasso collaborò nel 1917. È proprio grazie a questo lavoro che conosce e sposa la ballerina Olga Chochlova. In mostra c’è un suo bellissimo ritratto che la vede seduta su una poltrona con un braccio poggiato su un grazioso tessuto decorato a fiori e racemi vegetali. Olga aveva 26 anni quando incontrò Picasso e qui viene ritratta nel pieno della sua bellezza, con le labbra serrate e i capelli raccolti.

Anche lei lavora allo spettacolo “Parade” (come abbiamo detto era una ballerina) e Picasso realizza il sipario (che per motivi di grandezza è esposto a Palazzo Barberini nella sala di Pietro da Cortona). Nelle sale del secondo piano si susseguono i bozzetti e i disegni preparatori del sipario, oltre che le foto d’epoca. È esposto anche il vestito indossato dal ballerino Léonide Massine che interpretava l’incantatore cinese. Picasso lavorò anche alla realizzazione dei vestiti, creando i bozzetti. Alla fine della mostra, è possibile vedere il filmato del rifacimento del 2007 del balletto “Parade”, come doveva essere a quel tempo. La prima ci fu a Parigi, il 18 maggio 1917 al Théâtre du Châtelet, in piena prima guerra mondiale. Lo spettacolo fu innovativo, si misero in mostra gli aspetti più sfacciati e volgari della natura umana. Inutile dire che si gridò allo scandalo.

La mostra si conclude con un quadro del 1920 che racchiude in sé tutti gli studi di Picasso, dal cubismo, al collage, fino ad arrivare al periodo della riscoperta classica, quasi una sintesi di tutto il suo lavoro artistico.

In conclusione posso dire che l’esposizione è andata davvero oltre le mie aspettative perché per la prima volta si sono messi in risalto aspetti poco conosciuti al grande pubblico e si è dato spazio ad un’importante parentesi teatrale di Picasso.

Si potrà visitare fino 21 gennaio 2018. I biglietti hanno un costo di 15€ (intero) e 13€ (ridotto). Il catalogo è edito da Skira e nel bookshop del museo ha un costo di 36€. Per qualsiasi altra informazione (visite guidate, laboratori didattici, giorni di chiusura), vi rimando al sito delle Scuderie del Quirinale: https://www.scuderiequirinale.it/




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