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Caravaggio e le caraffe di fiori!


I dipinti giovanili di Caravaggio sono ancora oggi enigmatici e poco conosciuti, in particolare quelli realizzati nei primi anni di soggiorno a Roma, (in quanto durante il primo periodo milanese non è rimasto nulla). Prenderò in esame i quadri in cui il pittore lombardo ha fatto uso delle caraffe di fiori: le due versioni del “Ragazzo con canestra di frutta” e del “Suonatore di liuto”. Del primo dipinto sappiamo (anche se senza certezza) che sia stato realizzato poco dopo la permanenza nella bottega del Cavalier d’Arpino; per quanto riguarda il secondo, quando si trovava sotto la protezione del cardinale Del Monte. Sembra però che il Merisi abbia dipinto altri quadri con le caraffe di fiori. Lo apprendiamo da un racconto fatto dal Guercino a Carlo Cesare Malvasia e da quest’ultimo appuntato in una nota manoscritta: “Fece il Caravaggio mentre stava nella stanza del …….. una caraffa naturalissima con dentro fiori: portò il caso (che) la vedesse presso il Cardinal del Monte il Caravaggio che l’accirtò esser di sua mano non del …… come gl’era falsamente da lui stato supposto e gl’avrebbe fatto vedere quando glie la fece altri più belli. Barbieri.” Purtroppo non sappiamo in casa di chi realizzò questo dipinto con una sola caraffa di fiori, (tra l’altro il quadro è andato perduto), ma sembra sia stato fatto prima della protezione del cardinale Del Monte. Secondo quanto ci dice Bellori doveva lavorare ancora nella bottega di Giuseppe Cesari, il Cavalier d’Arpino. Infatti proprio qui il Merisi è stato impratichito a dipingere fiori e frutta, cosa che non dovette piacergli molto. Così dice Bellori: “fù applicato à dipinger fiori, e frutti si bene contrafatti, che da lui vennero à frequentarsi à quella maggior vaghezza, che tanto hoggi diletta. Dipinse vna caraffa di fiori con le trasparenze dell’acqua, e del vetro, e co’ i riflessi della fenestra d’vna camera, sparsi li fiori di freschissime rugiade, & altri quadri eccellentemente fece di simile imitazione.”

Secondo lo studioso Franco Paliaga (di cui consiglio il libro “Natura in vetro: studi sulla caraffa di fiori di Caravaggio”) Caravaggio realizzò il dipinto con la caraffa mentre si trovava ricoverato nell’Ospedale della Consolazione a Roma. Ritiene anche, come seconda ipotesi, che potesse soggiornare nel palazzo di Monsignor Petrignani (il primo protettore del Merisi a Roma), anche conosciuto come “monsignor insalata”, a causa dell’unico pasto (l’insalata appunto) che dava a Caravaggio durante il giorno.


L’idea però che potesse trovarsi nella bottega del d’Arpino, risulta più plausibile, in quanto potrebbe essere stato lui a vendere il quadro (non sappiamo se spacciando il dipinto come proprio) al cardinale Del Monte. Dal Malvasia apprendiamo che un quadro di Caravaggio con la caraffa doveva trovarsi a casa del Del Monte, perché il Merisi si lamentò quando lo vide e si rese conto che non aveva la sua paternità. Questo si ricollegherebbe a quanto detto prima e sarebbe quindi giusto pensare che il d’Arpino avesse agito in questo modo scorretto. Anzi, probabilmente Caravaggio non dipinse solo questo quadro con la caraffa. Sempre secondo il Malvasia, ne dipinse altri esemplari e appunto uno di questi si trovava a casa Del Monte. Lo sappiamo con certezza grazie all’inventario dello stesso cardinale, del 21 febbraio 1627: “Un’ Quadretto nel quale vi è una Caraffa di mano del Caravaggio di Palmi dua”.

Per quanto riguarda invece il “Suonatore di liuto”, troviamo il primo riferimento nelle “Vite” scritte da Baglione, pubblicate nel 1642. Qui veniamo a sapere che il “Ragazzo morso da un ramarro” è stato realizzato prima del “Suonatore di liuto”. Racconta che, una volta uscito dalla bottega del Cesari, per mantenersi e vivere da solo, realizzò dei “quadretti”, uno dei quali era proprio il “Ragazzo morso da un ramarro”. Purtroppo non riuscì a venderli e venne aiutato da un rivenditore di quadri, molto probabilmente Costantino Spada, che riuscì a darne via alcuni, anche al cardinale Del Monte. Quest’ultimo ricevette così almeno due quadri del Merisi (anche se a quello con la caraffa gli venne tolta la paternità) tramite personaggi esterni. Grazie a questi eventi, Merisi ebbe accesso alla protezione del cardinale e cominciò l’ascesa della sua carriera, sempre più fiorente da qui in avanti. Inoltre i quadri presi finora in esame, rientrano nella categoria di dipinti di “genere”, destinati ad un pubblico privato, di piccolo formato e di gusto eccelso che ancora avevano poca fortuna in quel periodo.

Sia il Bellori che il Baglione si soffermano a descrivere la minuzia dei particolari della caraffa e l’utilizzo magistrale delle goccioline d’acqua che si vedono sulla superficie della brocca. Un dettaglio talmente eccelso, da essere paragonato alla pittura fiamminga. Non a caso, per quanto riguarda il “Suonatore di liuto”, alcuni critici avevano avanzato l’ipotesi che la caraffa di fiori fosse stata realizzata dal fiammingo Bruegel. Del “Suonatore di liuto”, abbiamo poi due versioni. Una si trova al Metropolitan di New York e l’altra all’Ermitage di San Pietroburgo. La prima venne commissionata dal Del Monte ed è la versione con gli strumenti musicali (senza il vaso di fiori). Questo evidenzierebbe uno dei tanti interessi del cardinale: la musica. Amava circondarsi di musici molto giovani (il ragazzo ritratto potrebbe essere infatti un cantore che lavorava nella sua cerchia). Il quadro di San Pietroburgo, quello preso in esame in questo articolo, ha al posto degli strumenti musicali una caraffa. Sarebbe stato realizzato per il cardinale Vincenzo Giustiniani. E proprio per questi fiori si è ipotizzata la mano di Jan Bruegel, il favorito del cardinale Borromeo e amico di Del Monte dal 1597 al 1601. Sappiamo che visse vicino a Palazzo Madama (un’altra dimora del Del Monte che probabilmente Caravaggio frequentò) e si specializzò proprio nella realizzazione di vasi fioriti. Se così fosse, è altamente probabile che si trovasse nella cerchia di Caravaggio. Inoltre, a seguito di una radiografia effettuata sulla versione di New York, è stato accertato un importante pentimento: al posto della spinetta a sinistra, dovevano esserci dei frutti. Alcuni studiosi hanno pensato che potessero trovarsi già sulla tela perché si trattava di una tela di recupero (cosa da non scartare visto che era un periodo in cui Caravaggio aveva pochi soldi e voleva vendere a tutti i costi). Altri ancora invece hanno pensato ad un ripensamento del committente. In ogni caso sembra vivo l’interesse per la minuzia dei fiori e dei frutti (che tra l’altro si trovano anche in dipinti precedenti, come “Ragazzo con canestra di frutta”, la “Canestra Ambrosiana” e il “Ragazzo che monda un frutto”). Nonostante tutto però, non si hanno testimonianze che il cardinale Del Monte e il Giustiniani fossero stati grandi appassionati di fiori, anzi in quel periodo a Roma ancora non si vedevano nature morte e Caravaggio fu il primo a farle conoscere in ambiente romano. Ovviamente la natura morta che troviamo nella versione dell’Ermitage ha assunto un significato ben specifico: la fugacità dell’amore. C’è anche chi, forse fuori luogo, ha pensato all’omosessualità del pittore, tra l’altro mai accertata (anche perché si dovrebbe allora parlare di bisessualità, visto le sue numerose amanti), ma alla fine dei conti, non risulta importante per la ricerca storico-artistica.



Interessante è sottolineare come l’elemento della caraffa di fiori, abbia anche dei precedenti iconografici in un dipinto di Bacchiacca del 1522-23. Rappresenta un giovane che suona un liuto seduto su un parapetto. Dietro di lui c’è un paesaggio e una piccola caraffa di fiori. Anche in questo caso, il significato va ricondotto all’amore, perché sullo sfondo figurano scene con il carro del Trionfo d’Amore riprese dai “Trionfi” del Petrarca. A sottolineare ulteriormente la casa, è una scritta frammentaria sulla balaustra: ”cito pede labitur aetes” tratta dal terzo libro dell’ “Ars Amatoria” di Ovidio. È un chiaro ammonimento a godere del tempo della gioventù dato che fugge rapido. A sinistra c’è una clessidra allusiva al tempo che scorre e come il vaso di fiori indica la brevità della bellezza che presto sfiorisce.

Bellissima è anche la resa fisiognomica del volto del “Ragazzo morso da un ramarro”. La smorfia di dolore sembra essere basata sugli studi leonardeschi, molto diffusi in ambito lombardo (che sicuramente anche Caravaggio avrà avuto modo di scoprire quando si trovava a Milano). Inoltre è accertato l’uso degli specchi. Probabilmente proprio specchiandosi ha realizzato il dipinto. Così dice Baglione: “ece alcuni quadretti da lui nello specchio ritratti”. Anche se ancora oggi risulta controverso interpretare bene questo verso, pare certo l’uso dello specchio, anche perché nell’inventario stilato dopo la sua morte, compaiono un gran numero di specchi e vetri. Un bellissimo specchio convesso è stato inserito nel quadro “Marta e Maria Maddalena” sempre del Caravaggio: l’uso di questo oggetto non passava sicuramente inosservato al pittore lombardo.


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