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Ippolito Scarsella detto lo Scarsellino: il dipinto di ''Ermafrodito e Salmace'' all


Il dipinto “Ermafrodito e Salmace” di Ippolito Scarsella, detto lo Scarsellino, la cui datazione oscilla tra il 1580 e il 1595, è conservato alla Galleria Borghese a Roma. Sullo Scarsellino non si conosce con certezza la data di nascita, ma si ha con sicurezza quella della morte, avvenuta nel 1620. È stato allievo del padre Sigismondo, architetto e pittore. Lo studioso Baruffaldi fu il suo primo biografo e ritiene sia nato nel 1551. Si dice, che non ancora diciasettenne, intraprese un viaggio a Bologna e conobbe i Carracci. Viaggiò poi a Venezia, rimanendoci almeno quattro anni. Qui frequentò la scuola di Paolo Veronese e la sua formazione fu così prevalentemente veneziana. Prima degli anni '90 è da situare il gruppo delle opere più importanti dello Scarsellino, molte delle quali si trovano nella Galleria Borghese (dove è appunto anche il quadretto “Ermafrodito e Salmace”). Purtroppo però, le conoscenze sullo Scarsellino sono molto lacunose, sia dal punto di vista storico-documentario sia nel campo della “connoisseurship”. Le conoscenze sulla sua personalità e sulle sue opere sono ancora a uno stadio primitivo, in particolare per quanto riguarda le opere databili agli anni subito successivi al 1590. Non sono di grande aiuto neanche le carte d'archivio degli Este conservate a Modena, dato che i rapporti tra lo Scarsellino e la corte ferrarese sono molto poco documentati. È così molto difficile una ricostruzione dei passaggi del quadro. Sappiamo che l'opera non è presente negli inventari Aldobrandini e nemmeno in quelli Borghese degli anni 1620-1630, ma è individuabile soltanto nel 1693, quando il quadro viene descritto “alto due palmi, con una donna nuda nel bagno e un'altra a sedere, con due amorini e un'aquila”. Nell'inventario post mortem di Scipione Borghese, oltre al quadro preso in considerazione, ne figurano anche altri dello stesso pittore, ossia “la Sacra Famiglia”, il “Baccanale con diverse figure” e il “Cristo in Emmaus”. Perché il quadro non compare negli inventari Aldobrandini? Per il fatto che gli Aldobrandini non si mostravano particolarmente interessati allo Scarsellino e agli altri artisti contemporanei sul mercato ferrarese, forse perché erano più attratti dalla pittura cinquecentesca e pronti a cogliere le occasioni che andava offrendo.



Non sappiamo se il dipinto sia stato commissionato da Scipione Borghese, oppure sia stato donato, insieme ad altri dipinti, due mitologie raffiguranti il “Bagno di Venere”e “Venere e Adone”, dal cardinale Bentivoglio. Eseguiti nel caso del “Bagno di Venere” su tela e nell'altro (“Salmace ed Ermafrodito”) su tavola, con piccole differenze di misure, i due “idilli” borghesiani non nascono in “pendant”, anche se la loro sincronia armoniosa è evidente. Il critico Longhi considerò entrambi i quadri come “due incunaboli nelle vicende della pittura emiliana del Seicento, in anticipo anche sui Carracci.” Comunque, anche se non si sa con chiarezza come il quadro sia giunto fino a Roma, il fatto che il cardinale Borghese custodisse nella sua villa molti quadri dello Scarsellino, fa capire che era da lui considerato un buon pittore. Ipotesi ancora più forte, se si tiene conto del fatto che Scarsellino realizzò un ritratto del cardinale Borghese, secondo quanto ci dice in un documento il Cittadella. Dal punto di vista stilistico, secondo la studiosa Jadranka Bentini, la stesura del fondo, nonostante sia molto vicina a quella di un altro quadro dello Scarsellino, ossia “Il bagno di Venere”, si differenzia per la “frasca più aerea e morbida”, che ricorderebbe da vicino la decorazione della cappelletta di corte della duchessa di Ferrara del Filippi. La tela ha comunque molto somiglianze con un'altra piccola opera del pittore, “La scoperta del corallo”, nella galleria Matthiesen di Londra. La denominazione del soggetto negli inventari invece, cambia alla fine del Seicento. Gardner identifica la tela come “Diana ed Endimione”, titolo che venne accettato dalla critica e storiografia successiva e che rimase tale per molto tempo. A riconoscere il tema ovidiano nel quadro, è stato John Rupert Martin, che lo intitola “Ermafrodito e Salmace”. Esso è stato poi accolto anche da Bernard Berenson. La sua datazione è stata anticipata al 1585, poiché è stato visto un linguaggio molto vicino a quello manierista lagunare del Tintoretto e dello Schiavone. Un'altra fonte ritiene che tutte e tre le tele a soggetto mitologico, siano state fatte negli anni a ridosso del viaggio dello Scarsellino a Venezia, intorno alla metà degli anni '80 del Cinquecento. Sarebbero quindi arrivate nelle mani del Borghese tempo dopo, probabilmente insieme alle altre acquisizioni ferraresi. Questa precoce datazione dei dipinti è stata messa in dubbio da Alessandro Morandotti, che propende di spostare in avanti, intorno al 1600, l'esecuzione dei tre dipinti. I dipinti ferraresi, di cui fa parte anche lo Scarsellino, oltre a corrispondere al gusto del cardinale, soddisfacevano anche quello dei pittori moderni del primo Seicento. Forte era l’intensità di colori e le storie erano rappresentate con grande semplicità e trasparenza. Secondo le ricerche di Bowron, la figura dell'Ermafrodito, è stata ripresa in un disegno delle “Tentazioni di Sant'Antonio” alla Windsor. Probabilmente anche la figura di Salmace risale allo stesso disegno di Ludovico Carracci (“Le tentazioni di Sant'Antonio” della Winsor Royal Library). Inoltre Luigi Spezzaferro riteneva che lo Scarsellino godesse a Roma di grande fama, testimoniata dall’ampia presenza di sue opere nelle collezioni di Lelio Guidiccioni, di Guido Bentivoglio, Clemente Merlini e Costanzo Patrizi. L'apprezzamento della pittura del pittore sembrava quindi circoscriversi intorno all'ambiente dell'Accademia del Quirinale.


Ma cosa rappresenta il quadro? Racconta la storia mitologica di Ermafrodito e Salmace, narrata nelle “Metamorfosi” di Ovidio (Libro IV, 275-415). Ermafrodito è figlio di Ermes e Afrodite e venne allevato dalle Naiadi in una grotta dell'Ida. A quindici anni, annoiato dalla quotidianità, partì per un viaggio intorno al mondo. Nel corso della sua esplorazione, giunse presso il popolo dei Carii e venne colpito dalla bellezza di uno stagno circondato da erbe sempre verdi, dove abitava la ninfa di Diana, Salmace. La fanciulla rifiutò l'obbligo di verginità ed è l'unica tra le Naidi a non praticare la caccia, dedicandosi alla vita tranquilla. È stata lei ad innamorarsi di Ermafrodito. L’amore non era però corrisposto e la ninfa chiese aiuto agli Dei per potersi unire per sempre all’amato. L’abbraccio li fece così diventare una cosa sola. Scarsellino ha rappresentato il momento prima dell'abbraccio, quando la ninfa si sta avvicinando ad Ermafrodito camminando nello stagno. Rispetto alla fonte ovidiana inserisce degli elementi di novità, raffigurando alcuni animali: due cani, un'anatra e una cicogna. Questi non vengono descritti da Virgilio, si fa invece solo un accenno all'aquila, quando Salmace viene paragonata a una serpe rapita appunto dagli artigli di un’aquila. Paola della Pergola (1965) ha ipotizzato un legame con la committenza Borghese, poiché l’aquila compare nello stemma di famiglia.

L’atmosfera del quadro è quella dell'idillio. È chiaro un ricordo ai riti paesistici veneziani, da Tiziano, allo Schiavone, per arrivare al Veronese.



Nonostante l'iconografia dell'abbraccio sia preferita per la scena di Ermafrodito e Salmace, la tradizione che illustra l'avvicinarsi della ninfa al giovane è sconosciuta. Questo momento si trova affrescato nella Loggia Raffaellesca di Villa Madama a Roma e in un disegno del Peruzzi che si trova al Louvre. Una composizione molto simile a quella dello Scarsellino, è raffigurata anche in un disegno della Horne Foundation di Firenze e in una copia di questo conservata a Windsor Castle. Secondo lo studioso Wittkover, si tratta di un originale di Ludovico Carracci, realizzato forse per una stampa mai eseguita. Le figure si trovano immerse in un paesaggio e la posizione di Ermafrodito ricorda molto quella del quadro della Borghese. È stato ipotizzato che il ferrarese abbia copiato l'ideazione carraccesca per poi realizzare il suo quadro. Però, se da un verso l'opera appare vicino al disegno del Carracci, dall'altro sembra richiamare l'atmosfera erotica e lagunare della “Caccia di Diana” del Domenichino. In definitiva Scarsellino sembrava ritagliarsi il ruolo di “nobile epigono” della “maniera” veneta e ferrarese. Negli anni della sua attività artistica, molti esegeti dell'arte del Seicento italiano si interessarono a lui. Per lo studioso Denis Mahon, Scarsellino è stato uno dei più importanti punti di riferimento per Guercino. Ma non fu sicuramente l'unico. Infatti il mito di Ermafrodito e Salmace, un soggetto molto raro nelle raffigurazioni profane, dopo lo Scarsellino venne interpretato più o meno negli stessi anni da grandi maestri come Ludovico Carracci e Francesco Albani, che realizzò varie versioni. Importante è ciò che è stato detto dall'Arcangeli sul pittore ferrarese: “Più dei Carracci lo Scarsellino si rivela legato agli ultimi bagliori di un mondo declinante, quel giallo e lilla, accostati francamente, ricordano i cieli di Dosso, tanto che il trapasso fra vecchio e il nuovo accade in lui quasi insensibilmente, come se il ricco tessuto cromatico di origine veneziana si adombrasse appena di lame d'ombra segrete insinuate da una nuova temperie. Del resto che queste sue favole siano o meno anteriori a quelle dei Carracci, è cosa di non eccezionale momento, perchè anch'egli propone da un'origine indipendente da quella borghese, e sicuramente veneziana, una sua riforma, sia purmeno profonda ambiziosa e innovatrice di quella dei Carracci” (Arcangeli, 1959).

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