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Il Giudizio Universale di Michelangelo


Il “Giudizio universale” di Michelangelo nella Cappella Sistina, è una delle opere d’arte più conosciute al mondo insieme agli affreschi della volta. Ma quando venne realizzato e da chi fu commissionato? L’inizio del progetto è da collocare nel 1533, quando Sebastiano del Piombo, in una lettera a Michelangelo scrisse dello spettacolare incarico che papa Clemente VII gli aveva affidato, ossia affrescare la parete dell’altare della Cappella Sistina. In quel momento però l’artista non si trovava a Roma, ma a Firenze. Raggiungerà la città eterna nel settembre 1534. Come detto poco fa, il primo committente dell’affresco era stato papa Clemente VII, morto però poco dopo l’arrivo di Michelangelo a Roma. Fortunatamente, anche con la sua morte, i piani non cambiarono e il papa successore Paolo III fece partire i lavori per la decorazione dell’altare della cappella. Prima di procedere, si distrusse l’affresco che fino a quel momento decorava la parete, ossia il dipinto di Perugino l’“Assunzione della Vergine Maria”. In più si disse addio alle due lunette che Michelangelo aveva decorato anni prima mentre aveva affrescato la volta della cappella, ossia le lunette con Abramo, Isacco, Giacobbe, Giuda e Fares, Esrom e Aram. La volontà di eliminare queste opere pittoriche, era dovuta ad una serie di danni che la cappella aveva subito nel corso degli anni precedenti: nel 1522 crollò l’architrave della parete ovest, nel 1525 un incendio divampò colpendo gli affreschi della parete dell’altare e nel 1527 ci furono danni ingenti a causa del sacco di Roma.

I lavori per il “Giudizio universale” purtroppo non iniziarono nel modo più roseo. Michelangelo infatti doveva ancora completare la famosa tomba di Papa Giulio II e papa Paolo III non era per niente d’accordo. Abbiamo una testimonianza del biografo di Michelangelo, Ascanio Condivi che ci mette al corrente dell’ira di Paolo III a causa del contratto che Michelangelo aveva stipulato con la famiglia della Rovere per la continuazione della tomba. Il papa voleva avere l’artista fiorentino tutto per sé, non a caso gli affidò la ricostruzione di san Pietro, la ristrutturazione del Campidoglio e la decorazione di Palazzo Farnese, il palazzo di famiglia. Fu così che, nel novembre del 1536 papa Paolo III liberò Michelangelo dagli obblighi presi per i della Rovere con un breve. Da quel momento in poi si dedicherà solo agli affreschi del Giudizio Universale e i lavori per la tomba di Giulio II saranno ripresi tempo dopo.

I lavori cominciarono nel 1535 ma non senza problemi. Sebastiano del Piombo infatti, fino a quel momento suo caro amico, con l’appoggio del papa fece preparare una base su muro per poter dipingere ad olio, non credendo che il maestro potesse cimentarsi nuovamente nella tecnica dell’affresco, troppo lunga e difficoltosa per l’avanzare dell’età. Michelangelo però andò su tutte le furie, in quanto riteneva la tecnica ad olio “da donna e da persone agiate e infingarde come fra’ Bastiano”. Fece così togliere tutto e iniziò con l’affresco, tecnica sicuramente più duratura. Queste controversie e i tempi di preparazione del muro, oscillarono tra il gennaio e il marzo 1536, dato che ci fu anche il problema dell’acquisto del blu oltremare, un colore preziosissimo e molto costoso, che Michelangelo usò ampiamente per la decorazione del cielo.


La struttura del “Giudizio universale” è abbastanza complicata, ma riconoscibile. Il turbinoso vortice dei corpi è noto a chiunque abbia visto l’affresco in foto, o meglio ancora, l’abbia ammirato con i propri occhi. Nonostante tutto, la composizione introduce delle novità compositive. Cristo è al centro della scena, fiancheggiato dalla madre, nelle due lunette sopra la testa vediamo alcuni angeli portare i simboli della passione, intorno gli eletti, gli apostoli e i martiri, i dannati nella parte inferiore raggiungono l’inferno traghettati da Caronte. Il modo di impostare il gigantesco affresco, prende spunto dai versi dell’Inferno di Dante. Anche il biografo Condivi afferma la fedeltà quasi maniacale ai versi danteschi. Ma oltre a questo riferimento, tante sono le similitudini con raffigurazioni passate. Per esempio, gli angeli portatori dei simboli della Passione e il Cristo affiancato dalla Madonna, sono stati ripresi dall’affresco purtroppo andato perduto, di Bonamico Buffalmacco nel Camposanto di Pisa. Invece per quanto riguarda la vorticosa disposizione dei nudi e la sistemazione dei simboli della Passione, Michelangelo si è rifatto alla medaglia con il ritratto di Filippo de’ Medici di Bertoldo di Giovanni. Nonostante tutto, ci sono però delle novità inserite dal genio fiorentino, che mai prima si erano viste in opere con lo stesso soggetto. Elimina le file gerarchiche di apostoli e angeli e riduce al minimo gli attributi di ogni personaggio. Non mira quindi a raffigurare in modo completo nessun singolo personaggio e gli angeli non vengono rappresentati con le ali e aureole sulla testa. Un simbolo però molto presente è la croce che ritorna più volte, probabilmente per la crescente devozione che in quel periodo c’era per l’episodio della Passione di Cristo.

Nonostante il tema dell’affresco sia la venuta di Cristo in terra, quello che maggiormente colpisce è la vorticosa animazione dei corpi, più evidente nella parte destra e nei corpi dei dannati che vengono inghiottiti nell’Ade. Insolita era invece l’immagine del Cristo Giudice, senza barba, coperto solo da un perizoma. Tra i santi raffigurati si riconosce inoltre Santa Caterina d’Alessandria con la ruota, San Bartolomeo con la pelle scuoiata (il cui volto sembra essere l’autoritratto di Michelangelo) e San Lorenzo che reca in mano la graticola del suo martirio. Interessante e anche ironica è la figura di Minosse con i genitali morsi da un serpente. Si dice raffiguri Biagio Martinelli da Cesena, il maestro di cerimonie del papa, uno dei primi antagonisti del lavoro di Michelangelo. Riteneva le sue figure “sconvenienti” perché esponevano troppo le nudità. La risposta dell’artista è stata quindi quella di inserirlo nell’affresco, in modo non troppo amichevole.

Ma Biagio Martinelli da Cesena non fu l’unico a portare avanti delle critiche. Infatti, una volta ultimato l’imponente lavoro, arrivarono nuove critiche sempre per la raffigurazione dei nudi che, nel 1564, verranno coperti con delle braghe da Daniele da Volterra, detto appunto il “Braghettone”. Durissima fu la critica del letterato veneziano Pietro Aretino che più volte aveva chiesto a Michelangelo di inviargli dei disegni dell’affresco. Questi disegni però non arrivarono mai e nel 1545 una serie di invettive caddero sul povero Michelangelo. Si scagliò contro i dettagli “osceni” dei nudi del “Giudizio Universale” e parlò male anche della tomba di Giulio II, ancora non finita dopo tantissimi anni. Accusò il pittore di essersi intascato i soldi dei della Rovere e di non aver adempiuto al suo lavoro. L’invettiva più grande arriva alla fine della lettera, dove l’Aretino sostiene che la gloria e la memoria di Giulio II continueranno a vivere anche senza la tomba di Michelangelo. Un chiaro e acido messaggio all’inutilità del suo lavoro. Nonostante tutto però, ogni letterato, pittore e ecclesiastico, si rese conto della portata innovativa e straordinaria che aveva portato Michelangelo. Infatti oltre alle aspre critiche, non nascosero forti aggettivi di compiacimento.

Grazie al Giudizio Universale si aprirono dei veri e propri dibattiti critici su come le opere d’arte religiose dovessero essere rappresentate, cosa era sconveniente e cosa no. Possiamo dire quindi che il Giudizio Universale pose delle domande importanti per i secoli a venire e che ancora oggi è fonte di grandissima ammirazione e innumerevoli studi.



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