Emozione Arte 2018

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Facciamo il punto sulla Gioconda!


Cerchiamo di fare il punto sulla “Gioconda”, sugli studi fatti e sulle sue problematiche. Fino ad oggi tante teorie sono state avanzate e tante ancora ne vengono fatte, come quella recentissima, di una ragazza universitaria (ancora da accertare in maniera documentaria). Ha evidenziato sulla spalla sinistra della donna, un velato ritratto di Platone. Per adesso il collegamento è quello che vede Firenze molto legata in quel periodo agli studi neoplatonici e quindi a Platone in particolare. Tanto però deve essere ancora fatto per accreditare una scoperta del genere. Non starò qui a dire se possa essere possibile o meno, perché senza uno studio approfondito è impossibile constatarlo. Sarà il tempo e l’impegno degli studiosi a darci una risposta. Questo solo per far capire quanto un quadro come la “Gioconda”, desti ancora oggi domande ed enigmi che forse rimarranno insolubili.

Non è il primo articolo che scrivo su questo argomento. La “Gioconda” è un tema a me molto caro, primo perché tanto ho letto e studiato su di lei e secondo per la volontà di scoprire sempre di più. Le teorie che si sono susseguite mi affascinano e sento il bisogno di approfondirle.


Non ritornerò qui sulle informazioni base, quelle che potete trovare anche nel più elementare libro di storia dell’arte, ma cercherò di mettere il punto sugli studi fatti fino ad adesso. La maggioranza della critica ritiene che la donna rappresentata da Leonardo sia Lisa Gherardini, seconda moglie di Francesco del Giocondo, un mercante di seta molto ricco del tempo. Anche Vasari nelle sue “Vite” conferma questa cosa, o meglio ci dice che Leonardo fece un ritratto di questa donna e che, essendo una persona molto schiva e chiusa, il marito dovette ingegnarsi e chiamare dei giullari per farla ridere. Scrive che ci penò quattro anni e poi non lo finì del tutto. Lui la chiama “Mona Lisa” ed è per questo che, ancora oggi, viene ricordata anche con questo nome. Interessante la sua osservazione sui “peli” e gli acquitrini negli occhi. Oggi non è più possibile vedere le sopracciglia e le ciglia, ma studi hanno confermato che un tempo dovevano esserci. Poi a causa di varie vicissitudini e della tecnica dello sfumato leonardesco, vennero meno. Lo stesso vale per gli occhi. Secondo la sua testimonianza il quadro si trovava presso Fontainbleau. Ecco le esatte parole di Vasari dall’edizione Torrentiniana” delle sue “Vite”:

Prese Lionardo a fare per Francesco del Giocondo il ritratto di mona Lisa sua moglie; e quattro anni penatovi, lo lasciò imperfetto: la quale opera oggi è appresso il re Francesco di Francia in Fontanableò. Nella30 qual testa, chi voleva vedere quanto l'arte potessi imitar la natura, age- volmente si poteva comprendere, perché quivi erano contrafatte tutte le minuzie che si possono con sottigliezza dipignere: avvenga ché gli occhi avevano que' lustri e quelle acquitrine che di continuo si veggono nel vivo, et intorno a essi erano tutti que' rossigni lividi et i peli,35 che non senza grandissima sottigliezza si posson fare; le ciglia, per avervi fatto il modo del nascere i peli nella carne, dove più folti e dove più radi, e girare secondo i pori della carne, non potevano essere più naturali; il naso, con tutte quelle belle aperture rossette e tenere, si vedeva essere vivo; la bocca con quella sua sfenditura, con le sue fini unite dal rosso della bocca con l’incarnazione del viso, che non colori ma carne pareva veramente; nella fontanella della gola, chi intentissimamente la guardava, vedeva battere i polsi: e nel vero si può dire che questa fussi dipinta d’una maniera da far tremare e temere ogni gagliardo artefice, e sia qual si vuole. Usòvi ancora questa arte, che essendo mona Lisa bellissima, teneva mentre che la ritraeva chi sonasse o cantasse, e di continuo buffoni che la facessino stare allegra per levar via quel malinconico che suol dare spesso la pittura ai ritratti che si fanno: et in questo di Lionardo vi era un ghigno tanto piacevole che era cosa più divina che umana a vederlo, et era tenuta cosa meravigliosa per non essere il vivo altrimenti.

[Versione Giuntina delle “Vite” del Vasari, volume IV, vita di “Lionardo da Vinci pittore e scultore fiorentino, pag.30-31]


Tutto ciò in ogni caso, non ci dice che il quadro del Louvre sia proprio quello di cui parla Vasari. Non ne abbiamo nessuna certezza, anche perché il biografo non descrive la posa della donna e nemmeno il paesaggio dietro di lei. Dopotutto, dato che proprio lui sostiene che Leonardo non lo terminò, è da ipotizzare che il paesaggio dietro ancora non ci fosse, oppure era solo accennato. Inoltre sappiamo che il dipinto venne iniziato a Firenze, non completato, portato con sé a Milano e poi da lì in Francia. Forse il paesaggio lo ha modellato su quello visto mentre si trovava in Lombardia presso Ludovico il Moro.

A discapito di questa teoria molto accreditata, c’è chi vede nella “Gioconda” un ritratto commissionato da Giuliano de’ Medici (presso cui Leonardo lavorò). La donna era sempre Lisa Gherardini, questa volta in veste di amante del duca. (ho scritto un articolo proprio su questa teoria, se volete andare a leggerlo lo trovate nella sezione "Archivio articoli")

Ora arriviamo alla testimonianza del de Beatis, canonico di Molfetta, consigliere del cardinale Luigi d’Aragona che vide lo studio di Leonardo a Cloux, ad Amboise in Francia, nel 1517, quando il maestro vinciano era alla corte di Francesco I. Sarebbero due le testimonianze del de Beatis e pare che, nemmeno queste, diano delle certezze sull’identità della donna ritratta. Nella prima testimonianza, (era il 10 ottobre 1517) inserita nel suo diario di viaggio, descrive tre quadri, realizzati da Leonardo; queste le sue parole:

[…] In uno dei borghi, il signore e noi altri andammo a vedere messer Leonardo Vinci fiorentino, vecchio più di 70 anni, pittore ecc.mo dei nostri tempi, il quale mostrò a sua signoria ill.ma tre quadri: uno di certa dona firentina, quadro di pictura bellissima, facto ad istanza del quondam Magnifico Giuliano de Medici, l’altro di san Giovanni Battista giovane e uno de la Madona et del figliolo che stan posti in grembo de s. Anna, tutti perfettissimi, anche se da lui per essergli venuta

certa paralisi su la destra non ci si può più aspettare cosa buona. […]

La parte che a noi interessa è la prima, quando parla di un ritratto di “certa dona firentina”. Ci dice che venne commissionato da Giuliano de’ Medici.

Il giorno dopo, de Beatis lascia un’altra testimonianza. Insieme a Luigi d’Aragona, visitò la biblioteca di Francesco I a Blois e qui, vide il ritratto “di una certa signora di Lombardia di naturale, assai bella, ma al mio giudizio non tanto bella come la signora di Gualanda…”. Chi era questa signora di Gualanda? Isabella Gualanda, amante di Giuliano tra il 1514 e il 1515. Era napoletana e gravitava intorno alla cerchia di Vittoria Colonna e Costanza d’Avalos. La famiglia aveva origini pisane. Quindi de Beatis si riferiva a lei quando vide il ritratto di donna fiorentina? Non era però di Firenze e pare strano non abbia scritto pisana o napoletana, se tale era.

A questo punto si deve pensare che i ritratti visti in Francia da de Beatis fossero due: il primo rappresentante una donna “firentina” e il secondo una “signura di Lombardia”. Parecchi anni dopo, nel 1584, il Lomazzo scrive che la Gioconda e la Monna Lisa erano due ritratti diversi, aumentando ancora di più la confusione. Da qui sono nate le teorie che vedono il ritratto della signora di Lombardia come Bianca Sforza e sullo sfondo identificano il paesaggio di Bobbio con il ponte detto di Bobbo. Tra l’altro, conosciamo un’altra opera dove Bianca Sforza sarebbe la protagonista di un ritratto di Leonardo: il ritratto di profilo realizzato su pergamena. Da vari studiosi è stata identificata proprio con Bianca Sforza.

Alla luce dei fatti, vediamo come sia quasi impossibile trovare delle risposte certe. Nessuno ci conferma che il ritratto visto di signora fiorentina il 10 ottobre 1517, sia la Gioconda che vediamo oggi al Louvre e lo stesso vale per il secondo ritratto di signora di Lombardia. Tra l’altro, è ancora un quesito se si trattino dello stesso dipinto o se de Beatis vide due tele distinte. Forse nessuna delle due era la Gioconda del Louvre. A questo proposito sono stati iniziati tanti studi per identificare il paesaggio dietro la donna. C’è chi ritiene si tratti del paesaggio vinciano, chi invece sostiene con fermezza (dopo aver studiato attentamente) che si tratti del paesaggio della città di Bobbio in Lombardia e per questo riconducibile a Bianca Sforza.

Si ritiene che dopo la morte del maestro, il quadro finì nel testamento del Salai, suo discepolo, insieme al “San Giovanni Battista” e alla tavola con “Sant’Anna, Maria e il bambino”. Sei anni dopo i dipinti ricompaiono in un altro documento notarile milanese, ma con un prezzo inferiore e non si conosce ancora il motivo. Inoltre la faccenda si complica ulteriormente perché, nel 1518, Salai avrebbe venduto alcuni quadri a Francesco I e non figurando i titoli, non sappiamo di quali si tratti. La cifra è però molto alta (6250 lire) e per questo si è arrivati a credere che fosse la “Gioconda”. Altri ritengono invece che potesse essere una copia realizzata dal Salai stesso, ma non si giustificherebbe una cifra così elevata di pagamento.

Si capisce quindi come troppe sono ancora le domande e gli studi da compiere su un quadro che, molto probabilmente, non verrà mai svelato del tutto.

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