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La prima versione del ''San Matteo e l'angelo'' di Caravaggio nella Cappella Con



Chi non ha mai sentito parlare della bellissima Cappella Contarelli nella chiesa di San Luigi dei Francesi a Roma? All’interno sono conservati tre capolavori di Caravaggio. Oggi cercheremo di focalizzarci sulla pala d’altare del “San Matteo e l’angelo”. In particolare vorrei soffermarmi sul problema del suo rifiuto, in quanto alcune teorie sostengono il contrario, ossia che la pala non fu affatto respinta. Sarà così? Intanto diamo delle nozioni di base, giusto per capire di cosa stiamo parlando.

Ci troviamo alla fine del Cinquecento, inizio del Seicento, a Roma, chiesa di San Luigi dei Francesi. In realtà la storia comincia molto prima dell’arrivo di Caravaggio. Era il 1565 quando il cardinale Matteo Contarelli pagò una cospicua somma per comprare una propria cappella. Il cardinale fu anche estremamente generoso con la chiesa, dando dei soldi per la costruzione della facciata della stessa (realizzata da Giacomo della Porta). Contarelli morì nel 1585 e la cappella non era ancora stata completata. Il dispiacere sarà stato grandissimo! Girolamo Muziano era stato chiamato proprio dal Contarelli per dipingere i laterali della cappella e la volta, ma allungò il lavoro per anni, come si direbbe, ha temporeggiato, dando più importanza ad altri impegni e alla fine preferì darsela a gambe e lasciare praticamente incompiuto il suo lavoro. Il povero Contarelli morì poco dopo e a continuare i lavori fu il suo esecutore testamentario Virgilio Crescenzi che chiamò lo scultore fiammingo Jacques Cobaert per realizzare una scultura da posizionare sull’altare. Lo scultore viene però descritto come paranoico, titubante, timoroso di non essere in grado di cimentarsi in tale lavoro e alla fine non portò nulla di concreto. Giuseppe Cesari (il Cavalier d’Arpino, nella cui bottega, tra l’altro, lavorò Caravaggio a Roma) aveva cominciato gli affreschi della volta (1583). Dopo che i Crescenzi rinunciarono all’eredità del Contarelli e la responsabilità passò alla Fabbrica di San Pietro, il Cesari venne richiamato per completare la cappella, ma avendo già altro lavoro, rifiutò. A questo punto entra in campo il cardinale Francesco Del Monte (il suo palazzo era di fronte la chiesa di san Luigi dei Francesi), dove Caravaggio viveva. Era grande amico dei Crescenzi e riuscì a far arrivare la commissione al giovane Merisi che stimava tantissimo (già aveva dipinto le famose tele di “genere”, come i “Bari” o la “Buona Ventura”).

Il lavoro che il pittore doveva svolgere, era sicuramente più impegnativo di quello avuto fino a quel momento. Si doveva confrontare con una committenza pubblica. Ma non si lasciò intimorire e cominciò a lavorare. Intanto non scelse la tecnica dell’affresco (che usò solo una volta proprio per il Del Monte), ma utilizzò le tavole lignee. Iniziò con i laterali e poi si occupò della pala d’altare.


Di questa pala, come la maggior parte saprà, ne esistevano due versioni. Dico esistevano perché la prima è andata purtroppo distrutta durante un incendio nella Seconda Guerra Mondiale a Berlino. Rimangono solo delle foto. Ad una visione d’insieme, emerge subito la netta differenza di stile che intercorre tra i due lavori. Secondo il Röttgen entrambe le tavole sarebbero state realizzate nel 1602, anche se il divario stilistico pone forti dubbi al riguardo. Ma intanto: come mai Caravaggio realizzò due versioni? Perché la prima, quella distrutta, non venne accettata per mancanza di decoro. A dirlo è il Baglione, noto biografo del Merisi, ma anche suo antagonista e nemico (ricordiamo l’accusa che mosse a Caravaggio per dei versi ingiuriosi). È stato il critico Luigi Spezzaferro a porre questo quesito. Dato che l’unico biografo che fa notare questo particolare è il Baglione, ipotizza che la sua fosse solo invidia o un modo per vendicarsi. Le sue parole non sono infatti molto lodevoli. Ci dice che Caravaggio aveva avuto il lavoro grazie all’aiuto del cardinale Del Monte e che il Cesari aveva realizzato delle pitture molti più belle, svalutando così l’operato del Merisi. Sostiene che la pala aveva provocato grande “schiamazzo” e che il suo lavoro “non era a veruno piaciuto”. La causa sarebbe stata la cattiva imitazione del naturale e ci dice che la prima versione del “San Matteo e l’angelo, fu acquistata dal Giustiniani (committente anche di altre opere del Merisi). Un altro biografo che accenna a questa questione è il Bellori, (che sicuramente si attenne al Baglione), dicendo che la pala del Caravaggio proponeva in maniera troppo cruda le “gambe incavalcate e co’ piedi rozzamente esposti al popolo”.


A questo proposito, è interessante leggere il testamento di Francesco Contarelli (nipote di Matteo Contarelli, scritto nel 1625. Veniamo a conoscenza della nomina, come suo erede testamentario, del cardinale Pietro Paolo Crescenzi e l’abate Giacomo Crescenzi. Invece, come erede universale, la confraternita della Trinità dei Pellegrini. Nell’inventario dei suoi beni, compare una statua di marmo di San Matteo, quella realizzata dal Cobaert. Queste informazioni ci fanno capire come i rapporti tra i Crescenzi e Francesco Contarelli fossero buoni e soprattutto che la statua del pittore fiammingo, non era stata rifiutata per mancanza di decoro o perché non era piaciuta, ma probabilmente per un cambio di idee. La scoperta è molto importante perché chiarisce che fine fece la statua e il motivo del suo “rifiuto”.

Sembra molto strano che a rifiutare il quadro sia stato Francesco Contarelli. Infatti, oltre ad aver rifiutato la statua del Cobaert, perché voleva un’opera del Caravaggio, poi avrebbe rifiutato anche quest’ultima per qualche altro motivo (decoro?). Non sembra reggere come ipotesi. Anzi, al contrario, il rifiuto dell’opera dello scultore fiammingo e la volontà di avere una pala del Merisi, sottolineano il chiaro consenso che Francesco Contarelli avrebbe dato all’arte e allo stile di Caravaggio.

A questo punto, è necessario introdurre un confronto tra la prima versione del “San Matteo e l’angelo” di Caravaggio e di un quadro, intitolato “Pentimento di San Pietro” del 1606 che, in un primo tempo era stato attribuito al Baglione, poi si è detto essere una copia di un originale del pittore da parte di un bolognese. Vediamo come, a livello iconografico, i due quadri si somiglino parecchio. L’anonimo bolognese ha ripreso il motivo delle gambe accavallate e le ha stravolte. Quindi, non possiamo pensare che il decoro sia stato un motivo di esclusione, se poi venne ripreso anche pochi anni dopo. Al contrario, il problema sarebbe stato il modo in cui Caravaggio avrebbe usato le proprie fonti raffaellesche. L’immagine veniva meno ai principi compositivi del linguaggio manierista tradizionale. Questo sarebbe il “decoro” di cui si parlava e quello che il pittore bolognese avrebbe cercato di ricreare nella sua pala.


Si pone poi il problema delle misure della pala del “San Matteo”. La prima versione è infatti più piccola della seconda. Si è pensato che Giustiniani avesse ridimensionato la pala per renderla identica alle pitture degli Evangelisti che aveva acquistato da poco (dipinti dal Reni, dal Domenichino e dall’Albani). L’ipotesi non può però essere considerata vera, dato che nell’inventario la pala del Caravaggio non è vicina a quella degli Evangelisti.

Allora bisogna domandarsi se questa prima versione era stata pensata per essere messa nella nicchia sopra l’altare della cappella. La parete di quest’ultimo, cominciò nel 1587, anno del contratto con Cobaert. I lavori dell’arredo architettonico dovevano essere completati prima della realizzazione degli affreschi della volta fatti dal Cesari, quindi il Röttgen crede che la parete dell’altare sia stata costruita nel 1590.

In conclusione alcuni studiosi, tra cui lo Spezzaferro, ipotizzano che Caravaggio, quando nel luglio 1599 ebbe la commissione dei laterali, per ingraziarsi la confraternita, realizzò anche questa pala del “San Matteo e l’angelo” (non sapendo che doveva essere posta sull’altare). Nonostante la sua arte fosse innovativa, non aveva mai lavorato per una commissione pubblica di tal genere e voleva cercare in qualche modo di mettersi in mostra. Ci riuscì sicuramente, perché, la prima versione del “San Matteo” è qualcosa di straordinario.


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