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Evaristo Baschenis e le nature morte musicali


La notorietà di Evaristo Baschenis, è pressoché recente. Siamo intorno al 1908 quando il direttore del Musées Royaux des Beaux-Arts di Bruxelles, A.J. Wauters, venne a conoscenza di un quadro di Baschenis, “Natura morta musicale”, donato al museo da un collezionista e attribuito ad un pittore anonimo olandese. Il quadro aveva la firma: “EVARISTUS BASCHENIS F”. È stato grazie a questa acquisizione che la figura del pittore di nature morte “musicali” venne alla luce. Dal 1912 iniziano moltissimi eventi per rivalutare la sua figura e da qui la scoperta dei suoi quadri.

Evaristo Baschenis è nato a Bergamo il 7 dicembre 1917. Proprio in questi giorni, la sua città natale, ha dato inizio ad una mostra con una raccolta delle tele più belle all’Accademia di Carrara. Per chi vive a Bergamo o nelle vicinanze, o per chi ha la possibilità di andarci, consiglio vivamente di andarla a vedere. Perché? Perché Baschenis è stato l’iniziatore di un genere di nature morte mai visto prima, o sarebbe meglio dire quasi. Dipinge nature morte con gli strumenti musicali, ma i lettori più attenti e conoscitori, ricorderanno un altro artista che, prima di lui, inserì strumenti musicali nelle sue tele. Sto parlando di Caravaggio. Ovviamente non sostengo che il Merisi abbia inventato questo genere, perché così non è. La sua era solo un’erudizione stilistica, probabilmente voluta dal suo committente. I quadri con la presenza di liuti e strumenti musicali, sono principalmente due: “Suonatore di liuto” e i “Musici”, del Metropolitan di New York, commissionati dal cardinale Del Monte, estimatore della musica. Da qui sicuramente la volontà di inserire strumenti musicali. Ma dobbiamo ricordare anche la tradizione quattrocentesca delle tarsie lignee, tipica degli studioli, come quello di Federico da Montefeltro ad Urbino. Qui però l’inserimento di liuti, chitarre, flauti e violini che sporgono illusionisticamente, serviva a sottolineare lo status sociale del committente e la sua propensione per la cultura musicale. Invece nelle nature morte realizzate nel Nord Europa, gli strumenti musicali erano simboli di “vanitas”, di effimero e di momentaneo.


Evaristo Baschenis ha fatto molto di più. Ha elevato ulteriormente il genere della natura morta che, fino a quel momento, vedeva solo frutta, fiori e in qualche caso animali. Era un appassionato di musica e collezionava gli strumenti musicali che quindi poteva vedere con i propri occhi. I suoi violini, i suoi flauti o le chitarre, non fanno mai parte di un insieme eterogeneo e non vogliono alludere a nessun simbolo in particolare. Per lui la musica diventa vera e proprio protagonista della tela, oggetto da indagare minuziosamente.


La famiglia del pittore era originaria di Averara, in Val Brembana e vanta un albero genealogico ricco di pittori e artisti. Aveva tre fratelli: Domenico, Giacomo e Bartolomeo. Nel 1643 prende i voti nella chiesa della Beata Vergine dello Spasimo. Nonostante questo, Baschenis si dedicò pedissequamente alla pittura che mai abbandonò, fino alla morte avvenuta il 16 marzo 1677, a causa di una malattia non identificata.

L’apprendistato lo svolse presso il pittore cremasco Gian Giacomo Barbelli. Grazie ad un documento ritrovato, sappiamo che Baschenis rimase nella bottega del maestro per quattro anni (dal 1639 al 1642) senza percepire nessuno stipendio. Lì aveva vitto e alloggio e il maestro aveva il compito e il dovere di istruirlo nella pratica pittorica. Barbelli era principalmente pittore di soggetti religiosi e dipingeva ad affresco. Grazie ai ponteggi costruiti per realizzare i cicli pittorici, Baschenis apprese la tecnica quadraturista, la prospettiva e l’illusionismo di scorcio. La cosa che ancora oggi non si comprende è come abbia fatto ad appassionarsi al genere delle nature morte. Non era infatti assolutamente praticato dal suo maestro. Sicuramente, vivendo in territorio lombardo, aveva visto Caravaggio (la “Fiscella Ambrosiana”), ma anche Fede Galizia, considerata l’iniziatrice del genere della natura morta in Italia.

La datazione delle sue opere è molto controversa. Non sono rimasti o almeno non sono stati ancora ritrovati, documenti che possano stabilire con precisione un termine cronologico. Tendenzialmente si ritiene che le tele con una prospettiva rialzata e pochi strumenti musicali siano le prime opere dipinte. Le composizioni più complesse e articolate sono invece da vedersi come opere mature. Inoltre alcune tele hanno al loro interno elementi che hanno permesso di dare un “terminus post quem”. Nella “Natura morta musicale” dell’Accademia di Carrara di Bergamo, si vede in primo piano il “Manuale de’ Giardinieri” del padre francescano Agostino Mirandola, stampato a Vicenza nel 1652. Il quadro non può quindi essere stato dipinto prima di questa data. In un altro quadro intitolato “Platone e Mercurio”, sul dorso di un libro si legge: “IL MERCURIO” identificato con il saggio “Il Mercurio overo Historia de’ correnti tempi” di Vittorio Siri, pubblicato nel 1644. Se non fosse per questi importantissimi elementi, non saremmo in grado di apporre delle date ai quadri di Baschenis.

Ma le nature morte con gli strumenti musicali non sono le uniche dipinte dall’artista. Si cimentò anche in quadri di natura morta tradizionale e ritratti. Interessante è il quadro “Ragazzo con canestra di pane e dolciumi” (1660 circa). Si sottolinea la vita quotidiana, la semplicità di un attimo rubato. Il ragazzo è ritratto di tre quarti e guarda lo spettatore quasi con preoccupazione, la cesta di pane invece è riccamente e minuziosamente realizzata. Si riconosce benissimo ogni tipo di pane.


Ma nelle sue nature morte con strumenti musicali, un elemento è vistosamente evidente: la polvere. Ebbene sì, gli strumenti musicali di Baschenis hanno un sottile ma evidente strato di polvere che li copre. A volte si vedono segni delle dita che poco prima avevano preso in mano lo strumento. Cosa vuole significare? C’è chi, conoscendo la sua attività di prete, ha voluto vedere la polvere come elemento religioso, ripreso dal passo delle “Ecclesiastiche” (3,20) “Tutti vengono dalla polvere e tutti ritornano alla polvere”. La dimensione temporale è quella sicuramente seguita dal pittore. Potrebbe sottolineare il passare del tempo, il succedersi delle ore.

Un altro elemento scenografico inserito da Baschenis nelle sue tele è la tenda, rigorosamente rossa e decorata. È un elemento a metà tra realtà e finzione, con una spiccata intonazione teatrale, data ancora di più dalla luce che si gli si infrange contro. La tenda diventa quasi una soglia, un indicatore di tempo che finge la realtà pittorica.

La fedeltà con cui Baschenis ha dipinto gli strumenti musicali è innegabile. La precisione è ai più alti livelli. Come è riuscito a realizzarla? Si è ipotizzato l’utilizzo di prospettografi, meccanismi ottico-meccanici che ricreano in maniera fedelissima la plasticità degli oggetti. L’idea sembra confermata da alcune figure, che ritornano identiche e sovrapponibili in diverse opere. Nell’inventario dei suoi beni sono presenti dei “cartoni di rilievo”, disegni a grandezza naturale che rappresentavano oggetti da lui dipinti spesso, che quindi avrebbe usato come modelli per tanti dei suoi dipinti.

Una malattia ancora ignota lo colse nel gennaio del 1677 e qui detta il suo testamento. Due giorni prima di morire, il 14 marzo, aggiunge un codicillo e il 16 marzo muore all’età di cinquantanove anni. È stato sepolto nella chiesa di sant’Alessandro in Colonna.



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