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Villa d'Este a Tivoli: la spettacolarità della casata estense


Villa d’Este a Tivoli (vicino Roma), è una delle architetture più belle realizzate a partire dalla metà del Cinquecento. Il suo iniziatore fu il cardinale Ippolito II d’Este, figlio di Lucrezia Borgia e Alfonso I d’Este. Nel 1550 divenne governatore di Tivoli, grazie a papa Giulio II del Monte, che raggiunse il soglio pontificio grazie all’aiuto di Ippolito. Proprio per ringraziarlo, decise di nominarlo governatore della città di Tivoli e di tutto il suo territorio. Ippolito II arrivò nella città il 9 settembre del 1550 e alloggiò nel convento della chiesa di Santa Maria Maggiore, edificato dai benedettini e in quel momento gestito dai francescani. La sua permanenza nel convento non fu però lunga. Abituato a luoghi e dimore ben più sfarzose (a Roma viveva a Palazzo Orsini e si fece costruire una residenza nella zona di Montecavallo), decise di costruire per sé e la sua corte una dimora gigantesca, che potesse quindi esaltare la sua persona e la sua casata. Villa d’Este era così già nella sua mente. Chiamò l’architetto romano più in voga del periodo: Pirro Ligorio (chiamato anche dagli Orsini per realizzare il cosiddetto “parco dei mostri” a Bomarzo, vicino Viterbo). Ligorio nel frattempo, stava lavorando e studiando gli scavi della bellissima “villa Adriana”, sempre a Tivoli, realizzata nel II secolo d.C. circa dall’imperatore Adriano come sua dimora estiva. I disegni e la realizzazione della villa di Ippolito, seguì in molti casi l’impianto di villa Adriana, oltre che utilizzarne materiale di spoglio.

I lavori cominciarono solertemente, insieme a fontanieri, pittori e stuccatori che dovevano affrescare l’interno del palazzo. Tre erano in particolare i pittori che agirono: Federico Zuccari, Cesare Nebbia e Girolamo Muziano. Le scene maggiormente rappresentate erano principalmente di esaltazione della casata d’Este, quindi tanti i richiami all’eroe greco Ercole e alle sue dodici fatiche. Inoltre non mancavano rappresentazioni delle Doti e delle Virtù e scene pagane. Poche erano invece le scene religiose. Di grande importanza lo stemma della famiglia d’Este. Si vede spessissimo sia sugli affreschi che scolpito sulla facciata del palazzo o sulle fontane. Cosa rappresentava? Gigli dorati francesi e le bianche aquile estensi. Nel 1290 il loro stemma aveva solo un’aquila con ali aperte e testa rivolta a sinistra. Poi, nel 1410, il marchese Niccolò III d’Este ottenne dal re di Francia Carlo VII, la possibilità di fregiarsi dei tre gigli dorati, grazie alla loro alleanza in guerra.

La struttura del palazzo era molto semplice: un corpo orizzontale e due ali laterali aggettanti. La facciata è scandita da tre ordini di finestre senza timpano, ma divise da fasce marcapiano. Arricchisce il tutto un loggiato con terrazze belvedere su due ordini e scale a due rampe simmetriche.


Le costruzioni più mozzafiato, sono sicuramente le fontane. Ippolito II utilizzò l’acqua che affluiva negli acquedotti della città di Tivoli. Vedendo però che non era sufficiente, fece costruire un nuovo acquedotto, lungo più di un km, chiamato “Estense”.


Essendo tantissime le fontane presenti in villa, mi limiterò a citare le più suggestive. Prima di tutto non possiamo non parlare della “Fontana del Bicchierone” realizzata dal Bernini nel 1661 sotto il cardinale estense Rinaldo I. Cosa raffigura? Un calice dentellato sovrapposto ad un altro e sorretto da una conchiglia. Questa sarà una delle fontane che vide più di una volta, una netta diminuzione di pressione dell’acqua. Il getto venne spesso diminuito di intensità.

La “Fontana dell’Ovato” invece è detta così per la sua forma ad esedra ovale. Realizzata nel 1567, presenta al centro una grande vasca dove confluisce tutta l’acqua delle altre piccole fontane intorno a lei. L’esedra è infatti decorata da statue di ninfe e divinità fluviali, da cui sgorga acqua. Al di sopra della fontana centrale, c’è la statua della “Sibilla Tiburtina” con in braccio Melicerte, figlio della ninfa Ino.

Molto bella anche la “Rometta”, così detta perché al centro si trova la statua di Roma in trono. Al di sotto, c’è un’antica nave romana, rappresentante l’isola Tiberina. In origine era decorata da gruppi scultorei dei monumenti di Roma, come l’Arco di Costantino, l’arco di Settimio Severo e l’Arco di Tito.

La “Fontana della civetta” deve invece il suo nome ad un meccanismo particolare che, con il movimento e la caduta dell’acqua, faceva sì che uccelli metallici comparissero su rami di bronzo, emettendo versi simili ad un cinguettio. Un altro meccanismo faceva comparire una civetta. Quest’ultimo si è purtroppo perso, probabilmente rubato o rotto durante le spoalizioni napoleoniche. Nella nicchia si trovano due colonne decorate e mosaico dove si avvolgono a spirale delle viti. Sulla sommità si vede lo scudo di Ippolito con il suo stemma. La fontana venne costruita da Raffaello Sangallo.

La “Fontana dell’organo”, come quella della civetta, aveva un meccanismo ad acqua che permetteva di udire dei suoni simili a quelli di un organo. La sua impostazione è barocca e venne progettata da Pirro Ligorio. È ornata da sirene, ninfe, vittorie alate e conchiglie. Quattro telamoni sostengono lo pseudo-arco e al centro c’è un’abside dove aveva posto una statua di Diana. L’edicola che vediamo oggi e che protegge l’organo, è stata costruita da Bernini. Ancora adesso, ogni due ore, il meccanismo della fontana viene messo in funzione e si possono sentire i suoi suoni.

In ultimo voglio citare una fontana molto bella, ma un po’ nascosta rispetto alle altre: la “Fontana del Pegaso”. La sua forma è circolare e ha al centro una grande roccia dove svetta la statua del cavallo Pegaso. Nato dalla decapitazione della testa di Medusa, giunse sul monte Elicona e sbattendo il suo zoccolo sul terreno, fece sgorgare la fonte Ippocrene, sacra alle Muse.



Torniamo però a Ippolito II d’Este e al progetto per la grande villa. Il cardinale non riuscì a portare avanti tutti i lavori perché morì a 73 anni, nel dicembre 1572. Suo erede fu il cardinale Luigi, che fece continuare la costruzione delle fontane ad opera di Giovanni Alberto Galvani. Una volta morto anche lui, venne stabilito dallo stesso Ippolito che, in mancanza di eredi diretti della famiglia d’Este, i possedimenti passassero al cardinale Decano. Quest’ultimo però non si curò molto della villa ed evidenti furono i primi danni.


Per molti anni la villa attraversò momenti delicati e di grave decadenza, proprio a causa di eredi poco capaci e soprattutto poco volenterosi di mantenere la struttura al suo antico splendore.

Momenti di sforzi si videro sotto il cardinale Alessandro d’Este che attuò restauri a gran parte delle fontane e a una buona parte del giardino. Sotto il cardinale Rinaldo I ci fu la costruzione, di cui si è parlato prima, della “Fontana del bicchierone” di Bernini, oltre a nuove opere di restauro.

Dopo la sua morte, ci fu un periodo molto buio. Gli Este si trovarono a gestire un brutto momento, dovuto alle gravi ristrettezze economiche. I nuovi eredi poi, non abitando a Tivoli, non potevano gestire la villa e la sua manutenzione, così nominarono dei sovrintendenti, come Settimio Bulgarini che si occupò di alcune riparazioni, anche se sporadiche.

Sarà alla metà del Settecento che gli Este metteranno in vendita gran parte della loro collezione di statue e di arredi. Da questo momento molte statue che decoravano le fontane vennero vendute o donate a musei o gallerie e si privarono così di tantissimi capolavori. Alla fine del Settecento villa d’Este e i suoi giardini erano quasi privi delle loro collezioni rinascimentali. Si pensò così anche alla vendita o all’affitto dell’intero impianto. Si fecero delle trattative di vendita con papa Pio VI, ma la villa aveva subito troppi danni e il pontefice non accettò.

Nel 1797 morì il duca di Modena Ercole III d’Este (a cui era passata per eredità la villa) e iniziarono le invasioni napoleoniche. Qui si inserisce la storia della vasca a tripode che ornava la terrazza centrale del vialone, costruito da Ligorio, proprio uscendo dal palazzo. Questa vasca era stata recuperata durante gli scavi di villa Adriana e posta a villa d’Este per ornare ulteriormente i giardini. È una vasca in marmo lunense sorretta da tre “gambe”(da cui il nome tripode) decorate con motivi floreali. Nel 1753 venne privata del gruppo scultoreo, venduto a papa Benedetto XIV, invece la vasca con il basamento giunse al Louvre portata da Napoleone, dove si trova ancora oggi. Nel 1933 Attilio Rossi fece riprodurre una copia, che si può ammirare anche oggi. Riproduce fedelmente l’originario adrianeo, anche se la “pietra composta” ne permette la distinguibilità come aggiunta posteriore.


Una svolta nella gestione della villa è evidente nel 1850, quando un giovane prelato di nome Gustav Adolf von Hohenlohe Schillingfürst, si innamora della villa e della posizione della città durante un suo soggiorno a Tivoli. Decide così di proporre al duca Francesco V di stipulare un contratto di “enfiteusi”, secondo cui si ha diritto di godimento di un fondo altrui e il cui titolare ha diritto pieno sul fondo stesso a patto di migliorarlo e pagare al proprietario un canone annuo.

Il prelato iniziò una serie di restauri, i quali però andarono a cambiare, in molti casi, l’idea inziale che Ippolito voleva creare. Attuò una sorta di “cristianizzazione” sia degli affreschi che delle fontane. Il suo lavoro non è stato quindi di ripristino dell’antico, come richiesto sempre dai principi del restauro, ma condizionato da nuove direttive culturali.

Il prelato Hohenlohe muore nel 1896 e dopo di lui la villa cade di nuovo nel degrado. Dopo un tentativo di vendita della struttura allo Stato, durante la presidenza di Francesco Crispi, non andata a buon fine, nel 1909 si decise per un nuovo accordo. Lo Stato si accordò con la corte austro-ungarica per cedere il piano superiore del palazzo a scopi utilitaristici. Purtroppo, la storia ci ricorda l’assassinio di Francesco Ferdinando d’Asburgo a Sarajevo e l’inizio così della prima guerra mondiale. Ogni accordò saltò. Nel 1919 si firmò il trattato di pace e il Demanio dello Stato confiscò i beni mobili e immobili appartenenti ai sudditi di Germania e dell’antico Impero d’Austria. Villa d’Este venne incamerata dal Demanio dello Stato che lo assegna in uso al Ministero della Pubblica Istruzione. D’ora in avanti, sotto la soprintendenza di Antonio Munõz, si attueranno opere di restauro e rifacimento per rendere la villa fruibile e visitabile a tutti.


Sono stata a villa d’Este lo scorso 25 aprile e sono rimasta veramente colpita dalla bellezza delle fontane e degli affreschi interni alla villa. Il piano terra è tutto completamente finito, invece al primo piano si trovano lunette, riquadri e tondi vuoti, perché purtroppo non si riuscì a terminare i lavori.

Complessivamente la villa è tenuta in buono stato, anche se opere di manutenzione dovrebbero essere effettuate più frequentemente, a mio parere. Una cosa certa è che non si trova ai livelli di degrado in cui ho purtroppo visto il “giardino di Boboli” a Palazzo Pitti a Firenze. Per fortuna che grazie alla casa di moda Gucci, si faranno i dovuti restauri, in cambio di una sfilata di moda il 29 maggio, dove non verranno assolutamente toccate o spostate opere d’arte. Su questo argomento ci sono stati non pochi dibattiti. Ho scritto un articolo i merito, che potete andare a leggere se volete.

Le foto le ho scattate personalmente quando sono andata il 25 aprile in visita alla villa d'Este. Se volete usarle per vostri studi, vi chiede gentilmente di inserire il mio nome. Grazie.




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