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Damien Hirst: gigantismo, beffa e kitsch in mostra a Venezia



Chi non conosce, almeno solo di nome Damien Hirst, l’artista britannico multimilionario che con la sua arte dissacrante e kitsch ha ammaliato e sconvolto il mondo. Le sue prime opere, quelle per cui è maggiormente conosciuto dal grande pubblico, sono le teche di animali imbalsamati nella formaldeide, una sostanza altamente cancerogena, usata per la composizione delle resine sintetiche. Hirst è stato membro del gruppo della “Young British Artist”. Tema principale era mostrare la brutalità della vita e quindi della morte, vista però anche in chiave di rinascita. Si rifacevano all’arte di Rembrandt e Chaim Soutine perché avevano dipinto anche carcasse di animali morti.


Prima di parlare della colossale mostra che è stata allestita a Venezia, non possiamo non spendere due parole sul famoso teschio di diamanti, opera intitolata “For the love of God”(2007). Un teschio umano fuso in platino e cosparso di più di 8000 diamanti. Un’opera fortemente kitsch, quasi di cattivo gusto. È stata messa in vendita dalla galleria “White Cube” di Londra a 50 milioni di sterline, tra l’altro uno dei prezzi più alti raggiunti in un’asta da un artista vivente. Il teschio però non venne venduto e nel 2011 arrivò a Firenze, a Palazzo Vecchio per essere ammirato dal pubblico di tutto il mondo.

L’ultima mostra di Hirst (prima dell’attuale a Venezia), era stata nel 2009 alla “The Wallace Collection” di Londra e non aveva riscosso nessun successo, anzi si potrebbe dire sia stata proprio un flop. Si intitolava “No Love Lost. Blue Paintings” e Hirst si era messo nei panni di un pittore vero, dipingendo delle tele. Le reminiscenze erano chiare e Bacon era in prima fila. Ma c’erano anche rimandi alla natura morta con vasi psichedelici pieni di fiori bianchi. Probabilmente al pubblico non piacque Hirst in veste di pittore e troppo abituato alle sue trovate kitsch, bocciò l’esposizione che non ebbe una grande risonanza.

Ora però arriviamo alla gigantesca mostra che è stata inaugurata il 9 aprile a Palazzo Grassi e Punta della Dogana a Venezia. Si intitola “Treasures from the wreck of the unbelievable” e si potrà ammirare fino al 3 dicembre. L’ultima mostra di Hirst tenutasi in Italia è stata nel lontano 2004, a Napoli. Era da tanto quindi che l’artista britannico non si esponeva in ambito italiano e lo ha fatto con un impatto senza precedenti.

Prepararla e idearla ha portato via tanti anni, circa dieci. Quindi, poco dopo il flop della mostra a Londra, si è rimboccato le maniche per creare qualcosa di sensazionale, che potesse lasciare a bocca aperta il pubblico. E ci è riuscito benissimo. Ha creato “ad hoc” la storia del ritrovamento dei tesori della leggendaria figura di Cif Amotan II, vissuta tra la fine del I secolo d.C. e l’inizio del II. Era uno schiavo originario di Antiochia che comprò grandissime meraviglie: gioielli, statue colossali coperte d’oro, reperti archeologici, conchiglie. Per scappare da Antiochia mise tutto dentro una nave e salpò per Roma, dove avrebbe voluto creare un museo proprio, chiamato “Unbeliaveble”. Purtroppo la nave affondò al largo dell’Oceano Indiano a causa di un naufragio e i tesori rimasero dispersi in fondo al mare. Una leggenda più esaltante di questa non poteva non essere colta al balzo da Hirst. Nel 2008 decide così di “finanziare” le spese per il recupero di questi oggetti dispersi in fondo al mare indiano per riportare alla luce la storia di più di duemila anni fa.


Le opere esposte in mostra sono delle più disparate: statue gigantesche senza testa, statue coperte d’oro e di diamanti, divinità ellenistiche, modellini di robot, pupazzi somiglianti a Micky Mouse e c’è anche una testa di Medusa decapitata che sembra ricordare quella famosa di Caravaggio. Quasi tutti sembrano avere chiari rimandi ad opere di Jeff Koons, Banksy e Marc Quinn. Interessante la statua dell’Idra greca che combatte contro la dea indù Kali. Raccapricciante la statua della donna “Aracne”, la ragazza che osò sfidare Atena a tessere e che venne trasformata in una mosca, animale che Hirst rappresenta spesso perché ossessionato dall’idea della morte. Sembra essere quasi un “memento mori”, dove però al posto del teschio umano, c’è una testa di mosca.

Il tutto però sembra avere qualcosa che non va e allora ci rendiamo conto di essere stati presi in giro dall’artista che ha allestito tutta questa “messinscena” per la mostra. Sui social sono state addirittura postate foto che immortalano degli ipotetici sub in fondo al mare mentre recuperavano questi oggetti appartenenti al leggendario Cif Amotan II. Probabilmente bei fotomontaggi che, in nell’epoca di tecnologia, non è difficile realizzare. La cosa bella è che è stata tenuta nascosta per tutti questi anni. Quasi come una missione segreta. Fino a suo svelamento il 9 aprile, anche Palazzo Grassi e Punta della Dogana, avevano tenuto nascosto il progetto. E questo non poteva fare altro che alimentare ancora più curiosità.

Nonostante la beffa, il gigantismo e il kitsch, questa mostra già ha fatto colpo e probabilmente avrà una risonanza tale da rendere Hirst ancora più famoso di quello che già è. La statua colossale e acefala che è stata posta nel cortile di Palazzo Grassi, sembra voler impersonare l’artista stesso e sembra dire: “Sono tornato ancora più grande e forte di prima”.



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