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La Pietà di Palestrina: un'opera di Michelangelo?



Forse non tutti conoscono la “Pietà” di Palestrina, scultura attribuita a Michelangelo Buonarroti. Si trovava nella chiesa di Santa Rosalia, nella cappella Barberini. È stato Leonardo Cecconi, per primo, nel 1756 a descrivere nella sua “Storia di Palestrina” la “Pietà” come un abbozzo del genio di Michelangelo. Il blocco può sembrare, di primo impatto, molto simile alla “Pietà Rondanini” che si trova al Castello Sforzesco di Milano. Il Cristo, con il corpo possente e muscoloso è sorretto probabilmente dalla Madonna. La figura è stata identificata con la Vergine per i tratti vagamente femminili. Ma non è da escludere che possa trattarsi invece di Giovanni Battista che, più di una volta, è stato rappresentato con tratti somatici molto effemminati. L’altro personaggio non è stato ancora identificato con certezza, ma potrebbe trattarsi di Nicodemo. La testa dell’ipotetica Madonna e del presunto Nicodemo sono allo stato di abbozzo.

Interessante è il fatto che il gruppo scultoreo non è stato ricavato da un blocco di marmo singolo, preso da una cava, al contrario, lo scultore abbozzò la sua opera su un frammento di marmo che proveniva probabilmente da un architrave. Significa quindi che la scultura era stata realizzata come decorazione per una chiesa, ma quale? L’incognita infatti è capire da dove provenga questa scultura. Ad oggi ancora non sappiamo la sua origine. Si sa solo che il Cecconi la vide nella Cappella Barberini nella chiesa di Santa Rosalia a Palestrina nel 1756. Ignoriamo però se il gruppo marmoreo venne comprato dai Barberini o addirittura dai Colonna. Infatti, Palestrina fino all’inizio del Seicento era sotto il dominio dei Colonna. Poi nel 1630 passò ai Barberini, precisamente a Carlo Barberini, fratello di Papa Urbano VIII. Sono stati loro a dare al palazzo l’aspetto odierno. Dopo la seconda guerra mondiale, il palazzo venne acquistato dallo Stato e oggi è sede del museo archeologico nazionale prenestino, dove è conservato il famoso “mosaico nilotico”.

La “Pietà di Palestrina” venne riconosciuta di Michelangelo nel 1908 dal critico d’arte Albert Grenier. Non tutti però sono d’accordo con lui e ritengono che la scultura sia stata abbozzata da un suo allievo o addirittura da un suo seguace. In parte mi sento di condividere la loro opinione. Nonostante la “Pietà”, con la sua possenza, somigli molto alle sculture del Buonarroti, alcune parti risultano sproporzionate. In particolare il corpo del Cristo è troppo muscoloso e molto grande rispetto alle figure dietro. Si potrebbe a questo punto anche pensare che sia stato cominciato da Michelangelo e poi continuato da un suo allievo. Poteva quindi trattarsi di un mero esercizio che Michelangelo stava facendo compiere ad un ipotetico giovane scultore per impratichirsi del mestiere (copiando magari sculture già esistenti). Non si trattava di conseguenza di nessuna commissione. E questo spiegherebbe anche perché l’opera non compare in nessun documento d’archivio finora trovato.

Interessante è anche la storia della sua entrata nella Galleria dell’Accademia a Firenze, dove si trova ancora oggi. Durante il periodo fascista l’opera doveva essere venduta al Metropolitan Museum di New York. Già dalla fine dell’Ottocento la famiglia Barnerini era in gravi ristrettezze economiche e voleva vendere gran parte delle sue collezioni allo Stato Italiano. Purtroppo non c’erano i fondi necessari per acquistare le opere d’arte e le trattative non andarono in porto. Tempo dopo, nel 1937, la principessa Maria Barberini trattò con il mercante d’arte Rudolf Heinemann per vendere la “Pietà di Palestrina”. Doveva entrare nelle collezioni del Metropolitan di New York e il museo non vedeva l’opera di accaparrarsi un gruppo scultoreo di quel calibro attribuito a Michelangelo. La cifra stabilita era di 4.750.000 lire, ma in una lettera dell’Ufficio Esportazione di Roma, indirizzata a Mussolini, la vendita benne interrotta. Il valore per loro era troppo basso e stabilirono una cifra esorbitante, a parere di Maria Barberini, ossia 50.000.000 lire. Inoltre l’attuale regime fascista in carica e Mussolini stesso non volevano che una scultura di tale importanza venisse venduta all’estero. Sarebbe stata una mossa sbagliata che avrebbe messo in cattiva luce la politica estera italiana. Mussolini così chiese all’industriale lombardo Girolamo Gaslini, che all’epoca era imputato in un processo di frode fiscale, di versare la somma di quattro milione e mezzo di lire per acquistare la “Pietà di Palestrina”. Mussolini dichiarò che lui stesso aveva donato agli italiani questa preziosissima opera, togliendola dal triste destino di lasciare l’Italia per giungere in terra straniera. Dal 1939 l’opera è conservata alla Galleria dell’Accademia di Firenze e si può ammirare nella Galleria dei Prigioni, insieme alle altre sculture di Michelangelo, prima del “David”.


L’acquisizione pubblica della scultura attribuita a Michelangelo, portò articoli encomiastici da parte dei critici dell’epoca. Prima tra tutti Pietro Toesca che, oltre a ringraziare Mussolini per questa acquisizione, cercò di trovare delle comunanze con altre opere o disegni di Michelangelo. Il critico vide degli stretti rapporti con un foglio conservato all’Ashmolean Museum di Oxford. C’è infatti lo stesso gruppo di persone e lo stesso soggetto iconografico della Pietà. La possenza della figura sembra eguagliare il gruppo scultoreo di Palestrina. Valerio Mariani volle vedere invece delle comunanze con il “Giudizio universale” nella Cappella Sistina, in particolare con la figura del risorto che viene sollevato da un angelo nella parte bassa a sinistra dell’affresco. Il tutto viene avvalorato ulteriormente dal fatto che la scultura sembra trovarsi in uno stato di “non-finito”, caratteristica questa comune della fase finale di Michelangelo. Ma c’è anche chi nutriva dei dubbi sulla parentela dell’opera con Michelangelo. Henry Thode vide l’opera solo da alcune foto, ma la riteneva di bassa fattura e non all’altezza del genio di Michelangelo. Charles de Tolnay invece vedeva delle mescolanze di tanti particolari presi da diverse sculture del maestro che sono state poi abilmente unite insieme da un ipotetico allievo.

L’unica cosa certa è che, ad oggi, non possiamo dire con certezza se la “Pietà di Palestrina” sia un’opera autografa di Michelangelo. Solo studi approfonditi potranno mettere luce sul caso. La prima cosa da fare sarebbe scoprire la provenienza della scultura. Erano stati i Colonna a comprarla? Oppure i Barberini? Da chi l’acquistarono e perché? O addirittura, sono stati loro i committenti del gruppo marmoreo? Speriamo che queste domande potranno presto avere delle risposte.


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