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Il ''Cristo risorto'' di Michelangelo



Non tutti forse conoscono il “Cristo risorto” di Michelangelo nella chiesa di Santa Maria sopra Minerva a Roma (per questo motivo chiamato anche “Cristo della Minerva”). Chiesa famosa per il l’elefantino “obeliscoforo” realizzato dal Bernini (con l’ampia collaborazione dello scultore Ercole Ferrata), conserva al suo interno la scultura del maestro fiorentino. La commissione arrivò nel giugno 1514 da parte di Metello Vari, Bernardo Cencio e Mario Scappucci. La statua doveva essere terminata entro quattro anni, un periodo abbastanza lungo. Probabilmente anche i committenti conoscevano i tanti impegni di Michelangelo: Nello stesso periodo infatti stava lavorando a Firenze per la facciata della chiesa di San Lorenzo e pochissimo dopo arriverà la committenza della Sagrestia Nuova. Non bisogna poi dimenticare il “secolare” lavoro per i Della Rovere, ossia la tomba di papa Giulio II, che porterà a termine solo molti anni dopo. Nonostante tutto, Michelangelo non rinunciava ad altri lavori e il “Cristo risorto” fu uno di questi.

Iniziò a lavorare il blocco di marmo nel 1514, ma solo due anni dopo dovette fermarsi per una venatura nera. Michelangelo fece così ritorno a Firenze e si procurò un altro blocco di marmo. Ricominciò a scolpire la statua intorno al 1519. Nel 1521 questa seconda versione era quasi finita e venne portata a Roma dentro la chiesa di Santa Maria sopra Minerva, in particolare in un tabernacolo costruito appositamente. Alcuni punti della statua però non erano ancora stati portati a compimento e Michelangelo incaricò Pietro Urbano di finire le parti mancanti e rielaborarne altre a suo piacimento. Il collaboratore però non dimostrò l’abilità necessaria e causò dei danni alla figura, di cui parla anche Sebastiano del Piombo, in modo forse anche troppo violento. I suoi errori vennero poi riparati da Federigo Frizzi. Sappiamo dalle fonti dell’epoca che nemmeno questa seconda versione piacque a Michelangelo. Il committente però, per paura di non vedere mai l’opera finita al suo posto, accettò questa seconda versione e non diede modo di cominciare la terza.


La prima versione della statua, quella che venne messa da parte per una venatura nera, si dice sia quella conservata nel monastero di San Vincenzo a Bassano Romano (proprio per il fatto che è stata trovata una venatura sul volto). Si dice sia stata continuata da qualche scultore a noi sconosciuto. La stessa associazione di Bassano Romano sostiene che la prima versione della statua sia rimasta nelle mani del committente che la teneva nel suo giardino. Solo successivamente sarà comprata da Vincenzo Giustiniani, per arrivare nel 1644 nella chiesa di San Vincenzo.

La statua doveva originariamente essere posta sull’altare funebre per Marta Porcari, morta nel 1512. Poi si decise di collocarla accanto al coro principale. Non sappiamo il motivo che portò al cambiamento di posizione della statua. Forse motivi politici, ma si potrebbe ipotizzare anche problemi estetici. Andando avanti negli anni, la scultura subì delle modifiche. Dopo il Concilio di Trento, nel 1588, per esempio, si coprirono le nudità del Cristo con un drappo di bronzo.

Oggi la vediamo a lato dell’altare con il volto che guarda verso gli affreschi di Filippino Lippi nella Cappella Carafa.

L’iconografia usata non riprende quella della scultura funebre. Cristo è rappresentato mentre sorregge i simboli della Passione: croce, spugna, corda e canna. Si è così unita alla figura passionale, anche quella trionfante.

Il committente Metello Vari non si lamentò quasi mai della lentezza di Michelangelo. Possiamo dire che fu uno dei più pazienti. Il compenso che lo scultore ricevette ammontava a 200 ducati d’oro, una cifra non molto alta rispetto a quelle che aveva ricevuto e che riceverà.


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