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Raffaello, le donne, gli amori. Due ritratti a confronto


“La Velata” e la “Fornarina” di Raffaello. Due ritratti che hanno segnato la storia dell’arte del Cinquecento. Due donne, entrambe seducenti e amanti di Raffaello. Non è un mistero infatti la passione amorosa del pittore urbinate per le donne. Vasari così scrive nelle sue “Vite”:

“[…] Era Rafaello persona molto amorosa e affezzionata alle donne, e di continuo presto ai servigi loro. La qual cosa era cagione che, continuando egli i diletti carnali, era con rispetto da’ suoi grandissimi amici osservato per essere egli persona molto sicura […]”. Il noto biografo, lontano dalle passioni carnali, non poteva però nascondere un dettaglio così importante nella biografia dell’artista. Saranno proprio le tante libertà sessuali a far ammalare il pittore che, a soli trentasei anni di età, morirà di sifilide.

Il dipinto della “Velata” (1516 circa) si trova oggi conservato alla Galleria Palatina di Firenze. Sempre da Vasari veniamo a sapere che la donna è un’amante di Raffaello:

“Fece poi Marco Antonio per Rafaello un numero di stampe, le quali Rafaello donò poi al Baviera suo garzone, ch’aveva cura d’una sua donna la quale Rafaello amò alla morte; e di quella fece un ritratto bellissimo che pareva viva viva, il quale oggi è in Fiorenza appresso il gentilissimo Matteo Botti mercante fiorentino”


Ben capiamo lo status sociale di questa donna. Era sicuramente una prostituta d’alto borgo che Raffaello faceva curare dal suo garzone. Inoltre scopriamo la collocazione del quadro alla fine del Cinquecento. Si trovava a casa di Matteo Botti, un mercante fiorentino. Nel 1619, per un lascito dell’ultimo erede della famiglia, il quadro raggiunse i Medici. Nel 1622 entrò a far parte delle collezioni di Palazzo Pitti e qui si cominceranno ad avere le prime incertezze sull’artista. Verrà catalogato in questo modo:” dicono di Mano di Raffaello d’Urbino”. Da questo momento non sarà più considerato autografo e solo con la pulitura ottocentesca, l’attribuzione a Raffaello non verrà più discussa. Il dipinto è infatti paragonato per bellezza alla “Madonna Sistina” e alle “Sibille” della chiesa di Santa Maria della Pace a Roma.

La donna raffigurata incarna insieme sensualità e regalità. Non è nuda, al contrario indossa un vestito elegante con camicia e corpetto. Sulla testa un velo (da questo particolare è stata chiamata la velata). La sua apparente pudicizia comincia a venir meno quando ci si rende conto che la donna in realtà sta per svestirsi. La mano sinistra è portata al petto e sembra spingere verso il basso il corpetto che lascia intravedere la camicia trasparente. Lo sguardo è seducente e sembra voler quasi provocare chi la sta guardando. La manica della veste, ad una attenta osservazione, assume la forma del sesso femminile e questo potrebbe sottolineare ancora di più il carattere fortemente erotico del dipinto. Elegantissimo il dettaglio del cerchietto sui capelli da cui pende una pietra, forse una perla.

Alcuni critici hanno pensato ad un ritratto realizzato per un matrimonio, proprio per la presenza del velo che indossa la donna sul capo. Ma l’analisi appena fatta e la mancanza dell’anello nuziale (essenziale per ritratti del genere), fa scartare del tutto l’ipotesi.


Il secondo dipinto, noto come la “Fornarina” (1518-19), è conservato a Palazzo Barberini a Roma. Anche qui una donna è la protagonista del quadro. Ora però la seduzione raggiunge il suo massimo livello. La ragazza è nuda fino alla vita, coperta, se così si può dire, solo da un velo trasparente che si porta con le mani verso il seno, il quale rimane però volontariamente scoperto. Sul bicipite sinistro si nota una fettuccia dove Raffaello ha inciso il suo nome. Probabilmente più per ricordare il possesso della donna che come firma. Sulla testa ha un turbante di seta dorata a righe verdi e blu. Sullo sfondo si vedono rami di mirto molto scuri, che fanno risaltare ancora di più il bianco candore della pelle della donna.

Il ritratto rimase probabilmente nello studio dell’artista fino alla sua morte. È citato per la prima volta nella collezione di Caterina Nobili Sforza di Santa Fiora in una lettera del vice cancelliere Corasduz all’imperatore Rodolfo II nel 1595, dove si attribuisce il quadro a Raffaello. Nel 1605 arrivò nelle mani del duca di Sora Giovanni Buoncompagni che era il genero della contessa. Alla fine venne acquistato dai Barberini e compare nelle loro collezioni dal 1642. Negli anni sessanta del Novecento venne portato per un periodo alla Galleria Borghese (dove oggi abbiamo una copia).

Perché il quadro viene chiamato la “fornarina”? L’ipotesi più accreditata è che si tratti di Margherita Luti, figlia di un fornaio di Trastevere, amatissima da Raffaello. Un’altra idea, non da escludere viste le attitudini amorose del pittore, è quella che il nome alluda all’”infornare” i pani e quindi da intendere, in senso lato, alla sfera sessuale.

Da sottolineare anche come, all’inizio dell’Ottocento, esistevano quattro quadri noti come “Fornarina”, due di Sebastiano del Piombo e alcune copie.

Le indagini radiografiche hanno evidenziato il disegno preparatorio nella parte inferiore destra. Questo significa che il quadro non era stato ancora portato a termine definitivamente prima di morire. E’ per questo probabilmente che si trovava ancora nel suo studio.

Gran parte della critica è concorde sul fatto che la giovane donna, sia stata presa come modello per altre opere, come la “Galatea”, la “Madonna Sistina” e anche la “Velata” di cui abbiamo parlato prima. Ma, ad un’attenta analisi, ci rendiamo conto che le due protagoniste dovevano essere due persone diverse. E ce ne rendiamo conto dai lobi delle orecchie. Nella “Fornarina” il lobo destro è separato dalla guancia (al contrario quello della “Velata” appare attaccato) e questo scardina anche l’ipotesi di vedere la “Fornarina” come un ritratto allegorico, ossia quasi un’allegoria di tutti gli amori del pittore. Le due donne sono reali, ritratte dal vero e Raffaello è stato capace di renderle uniche e seducenti solo con pennello e colore.


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