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Iconoclastia. Contro le immagini.


Iconoclastia. Parola di origine greca (eikon= immagine; klao: distruggere) che indica l’atteggiamento di distruzione o obliterazione delle immagini, di qualsiasi natura esse siano.

E’ da sottolineare subito la complessità dell’argomento e l’intreccio degli eventi che si sono susseguiti. Il mio proposito è quello di dare una visione generale sul fenomeno, cercando di spiegare i punti salienti.

Da cosa deriva il rifiuto delle immagini? Le sue radici sono antichissime. Già Platone e Plotino ne discutevano nei loro scritti. Platone nel "Demiurgo" fa una distinzione tra eikon e eidolon. Eikon indica la fedele immagine simile all’idea, che è nella nostra mente; eidolon invece è un’immagine che si allontana dal vero. Le cose vengono chiarite nel "Sofista", dove si fa una distinzione tra immagini prodotte da Dio e quelle prodotte dall’uomo. Queste vengono ulteriormente divise in altri due gruppi: da Dio provengono sia le cose che si generano, sia gli eidola, ossia rappresentazioni (sogni, ombre, immagini riflesse…), dall’uomo invece provengono le cose create con l’artigianato e le immagini prodotte dalla pittura. In definitiva, Dio produce cose in sé e l’uomo copie delle cose simili alle cose stesse. Il punto focale del discorso di Platone è l’eidolon (immagine), simile all’oggetto vero, ma che di fatto non lo è. Cosa vuol dire? Facciamo l’esempio di un disegno: l’immagine di un albero. Quest’ultimo sarà simile al vero, ma non lo è davvero. Dice lo Straniero del Sofista: “quello che noi chiamiamo eikon è realmente pur non essendo realmente”. Il problema era quindi capire se l’immagine prodotta dall’uomo fosse vera o meno. Si giunse alla conclusione che lo non era. Poteva essere simile, ma non uguale.

Già da questo piccolo assaggio filosofico, capiamo la complessità della questione che si amplierà sempre di più.


L’iconoclastia, come rifiuto e allontanamento dell’immagine, si attesta inizialmente nella cultura islamica. Nonostante nel Corano non ci sia un esplicito rifiuto delle immagini, ma una condanna all’idolatria, questa religione si scagliò pesantemente contro ogni tipo rappresentazione. Il rifiuto, all’inizio, era ordinato solo nei luoghi pubblici, poi si estese anche alla vita privata. Il fulcro della questione era questo: Dio ha creato l’uomo, il mondo, il tutto; noi esseri umani non possiamo essere in grado di paragonarci a lui e di conseguenza non dobbiamo creare immagini, statue o qualsivoglia oggetto che plasmi forme umane. Solo Dio è capace di farlo. Sembra quasi si possa parlare di ὕβϱις (tracotanza) che nel mondo greco era un termine usato per indicare la superbia dell’uomo nel fare un qualcosa di troppo grande che andava contro gli dei.

Come si sa, le moschee arabe sono un tripudio di decorazioni floreali e geometriche e mai si vedono rappresentazioni umane e tanto meno di Dio o Maometto. Ma ci sono delle eccezioni. Si conoscono moschee con figure di animali, alcune figure umane e addirittura l’immagine del Profeta Maometto (sempre però con il volto velato e coperto, ad indicare l’impossibilità nel rappresentarlo). Sono, come si è detto, eccezioni e si possono collocare tra l’VIII e IX secolo, più che altro legate alla cultura persiana e indiana. Quindi a parte questi casi e quello dell’arte pre-islamica, dove si adorava la Ka’ba, il parallelepipedo senza finestre che si dice essere stato lanciato dall’arcangelo Gabriele, l’assunto di fondo della religione araba era l’idea che solo Dio potesse plasmare. Nessun altro era in grado farlo e ogni pretesa di creazione risultava blasfema. A questo si collega di conseguenza il problema dell’idolatria. Le immagini o le sculture non dovevano sostituire Dio, unico e infinito.


Le stesse idee e proibizioni si ritrovano anche nell’Antico Testamento, nella religione ebraica. Anche qui Dio è visto come unico creatore e plasmatore del mondo (i Sette Giorni della Creazione) e come tale, unico e insostituibile. Non bisogna quindi pensare che l’odio verso le immagini sia solo prettamente arabo. Il fulcro della questione è Dio, plasmatore del mondo, unico essere in grado di creare cose fantastiche. E la questione è così sia nel mondo arabo che in quello ebraico. Anche nell’Antico Testamento si parla di idolatria, con parole in alcuni casi molto forti: aborrire, disobbedienza, brutalità. Un esempio di idolatria è la storia raccontata in Esodo 24:12-18 del “vitello d’oro”. Mosè trovò infatti il suo popolo in adorazione di una statua raffigurante un vitello d’oro. Perché? Perché dovevano in qualche modo sostituire la sua assenza mentre si trovava sul Monte Sinai per ricevere le Tavole dei Dieci Comandamenti da Dio. Gli israeliti chiesero così ad Aronne di costruirgli un idolo da adorare. Lui fuse tutti i gioielli d’oro del popolo e plasmò la statua, che pose poi sopra un altare. Furiosa la reazione di Mosè, che una volta tornato, scagliò a terra le tavole. L’episodio è chiarificatore del concetto di idolatria. La costruzione di immagini e sculture portava a questo. Bisognava quindi allontanarsene e adorare l’unico Dio, senza bisogno di mediatori.

Arriviamo quindi al fenomeno di iconoclasmo più importante della storia: quello bizantino. Tra il regno di Leone III e quello del figlio Costantino V, si assistette ad una delle battaglie più grandi nei confronti delle icone. Siamo tra l’VIII e il IX secolo. Ancora oggi non sappiamo i motivi specifici che spinsero a quest’odio. Come motivo principale però, si pone il contatto e il confronto con la cultura islamica, tradizionalmente ostile, come abbiamo visto, a ogni forma di essere animato. L’episodio iniziale dell’iconoclastia bizantina, è stato la distruzione dell’icona di Cristo, appesa sopra la Chalke, ossia la porta monumentale che dava accesso al palazzo imperiale. Successivamente abbiamo testimonianze della distruzione, da parte di Costantino V, delle scene della vita di Cristo e dei santi nella Chiesa della Theotokos delle Blacherne. Al loro posto sono state inseriti raffigurazioni di alberi e fiori, uccelli e animali. Il simbolo prediletto dagli iconoclasti diventò la croce, unico accettato. E lo era anche per gli iconoduli (coloro che erano favorevoli alle immagini). Questo spiega perché le grandi croci, che gli imperatori bizantini avevano fatto porre negli absidi delle chiese, non vennero rimosse anche una volta che l’iconoclastia terminò. La famosa chiesa di Santa Sofia a Istanbul, fu anche lei soggetta a una dura iconoclastia. Gran parte delle immagini vennero infatti coperte e sostituite con motivi geometrici e floreali. Solo dopo questo periodo di odio verso la figurazione, verranno nuovamente portate alla luce.


Importante in questo discorso, è stato il Concilio di Nicea, proclamato sotto l’imperatore Costantino nel 325 e ancora più importante fu il secondo del 787, che sancì la prima condanna delle teorie iconoclaste. Questo Concilio fu riconosciuto dalla chiesa cattolica e da quella ortodossa. Si arrivò ad autorizzare la venerazione delle immagini religiose, anche se si continuò sempre a proibirne l’adorazione. A questo punto entra in scena la corte carolina, con Carlo Magno e i cosiddetti Libri Carolini, scritti da Teodulfo (poi diventato vescovo di Orléans). Secondo l’autore, i bizantini avevano una visione distorta del regnare. Volevano avvicinare troppo la figura dell’imperatore a Dio, facendo di quest’ultimo quasi un correggente dell’imperatore. Punto focale è stata comunque la distinzione tra l’adorazione delle immagini e il possesso delle stesse. Secondo Teodulfo l’iconoclastia aveva confuso questi due concetti. Il possesso di un’immagine, soprattutto se ricca e pregiata, può portare meglio di altre all’idolatria e quindi deve andare distrutta. Se invece l’immagine sacra ha elementi decorativi e può accompagnare il fedele alla contemplazione della divinità senza sostituirsi ad essa, può essere accettata. Da qui nacque il concetto dell’immagine “alfabetizzante” nei confronti del fedele. Sarebbe quindi servita come mezzo per conoscere le storie sacre e diventava per la Chiesa un mezzo per insegnare.

Se oggi noi possiamo ammirare opere d’arte è solo grazie alla venuta di Cristo in terra. Gesù infatti è figlio di Dio, Profeta e nato a sua immagine e somiglianza. Stando così i fatti, le immagini non erano più proibite, anzi servivano per ricordare Cristo nel momento in cui sarebbe tornato nel “Giudizio Universale”. Il dogma dell’incarnazione metteva in buona luce i ritratti di un Dio che ha preso un corpo. Questo non significa che, anche in questo caso, non ci siano stati problemi per quanto riguarda l’idolatria. In qualsiasi caso doveva sempre essere rifuggita. Punto di forza di tutto questo discorso è il fatto che, né nei Vangeli, né nel Nuovo Testamento, c’era una proibizione delle raffigurazioni umane. In tutto ciò, il famoso editto di Costantino (313), legalizzò la religione cristiana. Da questo momento chiese e decorazioni delle stesse si ampliarono.

Ancora oggi purtroppo, episodi iconoclasti si vedono, soprattutto nel mondo islamico.

Termino il mio discorso con una frase presa da un bellissimo e interessantissimo libro intitolato "Contro le immagini. Le radici dell’iconoclastia" di Maria Bettetini:

“Dimenticare Dio. Questa è dunque la preoccupazione o lo scopo di chi fabbrica o distrugge immagini. Si vuole ricordare la storia sacra, ma evitando immagini che parlino di se stesse, e non del Dio di cui devono parlare”

Per completare ancora di più lo studio e l'analisi sulla questione delle immagini, consiglio il libro di Hans Belting Antropologia delle immagini.


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